udienza

Il Papa torna sul Padre Nostro e spiega perchè Dio "non induce in tentazione"

01.05.2019, 14:42 / redazionecatt

Un padre non tende tranelli ai figli e «i cristiani non hanno a che fare con un Dio invidioso, in competizione con l’uomo, o che si diverte a metterlo alla prova» come avviene per alcune divinità pagane: Papa Francesco spiega così, all’udienza generale in piazza San Pietro, perché, pur essendo le traduzioni moderne dall’originale greco tutte «un po’ zoppicanti», quando si recita il Padre Nostro, è preferibile rivolgersi così al Signore: «Non abbandonarci alla tentazione». Per il 1° maggio, festa di San Giuseppe, il Pontefice ha pregato per chi non ha lavoro, «una tragedia mondiale di questi tempi».

Giunto nel suo ciclo di catechesi dedicate alla preghiera di Gesù il Papa commenta la penultima invocazione del Padre Nostro,  «Non abbandonarci alla tentazione» o «non lasciare che cadiamo in tentazione». Francesco ha sottolineato nuovamente, dopo che sia lui, sia alcune conferenze episcopali si si erano già espresse sulla questione, che «come è noto, l’espressione originale greca contenuta nei Vangeli è difficile da rendere in maniera esatta, e tutte le traduzioni moderne sono un po’ zoppicanti.

Su un elemento però possiamo convergere in maniera unanime: comunque si comprenda il testo, dobbiamo escludere che sia Dio il protagonista delle tentazioni che incombono sul cammino dell’uomo. Come se Dio stesse in agguato per tendere insidie e tranelli ai suoi figli».

Le incongruenze che il Papa rintraccia nell’interpretazione “non ci indurre in tentazione”

«Un’interpretazione di questo genere – ha evidenziato Francesco – contrasta anzitutto con il testo stesso, ed è lontana dall’immagine di Dio che Gesù ci ha rivelato. Non dimentichiamo: padre, Padre nostro comincia con padre e un padre non fa dei tranelli ai figli.

I cristiani non hanno a che fare con un Dio invidioso, in competizione con l’uomo, o che si diverte a metterlo alla prova. Queste sono le immagini di tante divinità pagane.

Leggiamo nella Lettera di Giacomo apostolo: “Nessuno, quando è tentato, dica: Sono tentato da Dio; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno”. Semmai il contrario: il Padre non è l’autore del male, a nessun figlio che chiede un pesce dà una serpe, come Gesù insegna, e quando il male si affaccia nella vita dell’uomo, combatte al suo fianco, perché possa esserne liberato. Un Dio che sempre combatte per noi, non contro di noi: un padre. È in questo senso che noi preghiamo il Padre Nostro».

Le tentazioni nella vita di Gesù

Papa Francesco ha proseguito sottolineando che la prova e la tentazione «sono stati misteriosamente presenti nella vita di Gesù stesso», che si è così fatto «completamente nostro fratello», sia quando, all’inizio del suo ministero pubblico, viene tentato da Satana («Tanta gente dice: perché parlare del diavolo?, è una cosa antica… ma guarda cosa dice il vangelo: Gesù si è confrontato col diavolo, è stato tentato da Satana»), e sia quando Gesù si ritira a pregare nel Getsemani, la notte in cui viene catturato, «solo con la responsabilità di tutti i peccati del mondo sulle spalle, solo: un’angoscia indicibile».

In quel frangente, ha ricordato il Pontefice argentino, «i discepoli, appesantiti da un torpore causato dalla paura, si addormentarono», mentre «Dio veglia»: «Nei momenti più brutti della nostra vita, più angoscianti, Dio veglia con noi, lotta con noi, sempre vicino a noi, perché è padre, e un padre non abbandona i suoi figli. Quella notte di dolore e di lotta sono l’ultimo sigillo dell’Incarnazione: Dio scende a trovarci nei nostri abissi e nei travagli che costellano la storia. È il nostro conforto nell’ora della prova: sapere che quella valle, da quando Gesù l’ha attraversata, non è più desolata, ma è benedetta dalla presenza del Figlio di Dio. Lui non ci abbandonerà mai!».

fonte: vaticaninsider/red

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