Chiesa

Nella «Populorum progressio». Lezione di solidarietà planetaria

Il 26 marzo ricorre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell’enciclica di Paolo VI Populorum progressio, che continua a suscitare interesse, perché il suo insegnamento è sempre valido, nonostante in questo arco di tempo siano cambiate molte cose. È il primo documento pontificio sul tema dello sviluppo e, quando fu reso pubblico, qualcuno lo qualificò «come uno squillo di tromba per l’apertura al mondo e al futuro».

Che l’interesse per questa enciclica non si sia affievolito deriva dal fatto che in essa sono messi in luce i grandi problemi umani e sociali del nostro tempo. Alcune importanti affermazioni del documento rimangono un punto di riferimento anche ai nostri giorni per quanto riguarda le questioni socio-economiche e l’evolversi dei processi di globalizzazione
Si tratta di una enciclica sociale che Paolo VI scrisse dopo aver toccato con mano, da un lato, le contraddizioni del boom economico e degli sviluppi della tecnica e, dall’altro, la fame e le ingiustizie da cui era afflitto il terzo mondo. Il testo è una grande lezione di solidarietà planetaria per creare pace, sviluppo e benessere nell’orizzonte di tutti i popoli dell’intero pianeta terra.

L’idea centrale è lo sviluppo. Il testo mette in risalto che esso non si riduce alla semplice crescita economica. Lo sviluppo per essere autentico deve essere integrale e solidale. Esso va orientato alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. In altre parole, deve essere ispirato da un umanesimo che garantisca il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane.

Fine dello sviluppo è di promuovere un continuo miglioramento delle condizioni di vita, così da permettere alle persone e alle popolazioni di godere di una vita lunga, in buona salute e in una pace creativa. Esso mira a permettere all’uomo di essere più uomo.

Lo sviluppo deve poi essere solidale, esteso cioè a tutti, così da eliminare per tutti la fame e la povertà. Senza questa conquista una società non può considerarsi evoluta. Con questa enciclica Paolo VI si rivolse a tutti gli uomini, e non solo ai cristiani, cogliendo i problemi sociali in una prospettiva che, per la prima volta, abbracciava il mondo intero e le sue varie situazioni.

La novità era data dalla constatazione dell’ampiezza che la questione sociale era andata assumendo nel mondo. Essa infatti non riguardava più soltanto una categoria di persone, i lavoratori, e non era ristretta a una sola parte del mondo. Interessava invece il mondo intero nella stretta interconnessione fra popoli sviluppati e popoli in via di sviluppo. Il documento vedeva in questo stretto rapporto un superamento delle ragioni di conflitto, concludendo che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace».

Da questo nuovo rapporto conseguiva l’impegno etico a vivere la solidarietà; il Papa pertanto sentiva il dovere di proclamare che «le nazioni sviluppate hanno l’urgentissimo dovere di aiutare le nazioni in via di sviluppo».

Paolo VI aveva percepito bene che la questione sociale era diventata mondiale e che un autentico processo di crescita non poteva realizzarsi se non in termini mondiali. Nell’enciclica non c’è la parola «globalizzazione», perché questo termine, oggi tanto di moda, è entrato nei vocabolari soltanto qualche anno dopo; ma il concetto e la visione c’erano già. Papa Montini parla nell’enciclica in termini mondiali e nella linea di un umanesimo integrale e universale. Integrale: senza decurtazione riduttiva dei valori di verità, di civiltà e di fede. Universale: superando le disparità dei livelli di vita, i conflitti sociali, le disuguaglianze all’interno dei singoli paesi come pure nei rapporti fra i popoli dell’intera famiglia umana.

Come ha sottolineato il domenicano Louis-Joseph Lebret, grande esperto di dottrina sociale, non possiamo accettare di «separare l’economico dall’umano» né di separare lo sviluppo dalle civiltà a cui esso si riferisce. Quello che conta è l’uomo, ogni uomo, ciascun gruppo di uomini, fino all’umanità intera. (Dynamique concrète du développement. Les Editions Ouvrières, 1961, pagina 28)
Avere di più — per le persone come per i popoli — non è lo scopo ultimo; non è, non deve essere, il bene supremo. La ricerca dell’avere di più è legittima, anzi è necessaria, ma se diventa esclusiva, impedisce di essere veramente di più. La dimensione economica, cioè l’avere, resta certamente importante; ma il suo fine deve essere quello che Paolo VIdefiniva una crescita autenticamente umana.

L’economia ha il compito di produrre ricchezza, ma anche nell’economia devono intervenire ragioni di equità e di umanità. Non si può ridurre tutto a quote di mercato, a cifre e a bilanci. Anche nelle scelte giuste dal punto di vista economico, quando comportano sacrifici per coloro che sono più deboli e indifesi, si deve fare ogni sforzo perché questi non siano svantaggiati o tanto meno schiacciati.

L’uomo nella sua integrità di persona composta di corpo e di spirito deve essere al centro di ogni attività, di ogni decisione, di ogni programma e di ogni teoria riguardante lo sviluppo. Bisogna ripartire dall’uomo e dalla sua centralità, perché tutto va posto al servizio della persona umana.

Lo sviluppo dei popoli, con il conseguente superamento dei tanti condizionamenti negativi esercitati dalla miseria, dall’arretratezza, dall’ignoranza e dalla malattia, consente all’uomo di realizzarsi in tutta la sua pienezza e in tutto il suo sviluppo personale.

Si tratta di costruire un mondo in cui ogni uomo, senza esclusione di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente dominata; un mondo dove la libertà non sia una parola vana e dove il povero Lazzaro possa sedersi a una mensa degna.

Paolo VI si è espresso con chiaroveggenza e con vigore, battendosi per una nuova civiltà. Purtroppo molte situazioni continuano a rendere attuali le denuncie contenute nell’enciclica. E il grande sviluppo verificatosi nel mondo in questi anni non è andato a beneficio di tutti. Le strategie suggerite dalla Populorum progressio per conseguire uno sviluppo veramente umano e a beneficio di tutti continuano a essere pienamente valide. E restano un caloroso auspicio per il futuro.

(Osservatore Romano)

24 Marzo 2017 | 07:00
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