Ticino

Lo psicoterapeuta Nicola Gianinazzi sull’effetto domino sociale dal 2001 ad oggi dell'attentato dell'11 settembre

L’attentato dell’11 settembre 2001 è stato sconvolgente e capace di entrare attraverso i mezzi di comunicazione nelle case e nelle esistenze di tutti, anche in Ticino. Ne parliamo con Nicola Gianinazzi, teologo e psicoterapeuta ticinese.


Nicola Gianinazzi, cosa ha potuto produrre nel modo di percepire la realtà, le certezze, il senso di sicurezza della gente, un evento di questo tipo, guardando al Ticino? «Si è trattato indubbiamente di un trauma e di un trauma collettivo che si è impresso nei nostri cervelli: come spazio e tempo. Come in ogni trauma – e questo dell’11 settembre è diventato iconico e universale – la realtà irrompe con tutta la sua potenza, spogliandoci di qualsiasi mediazione, filtro, protezione o anestesia. Ogni essere umano deve fare i conti con la realtà del trauma, elaborandola e rivedendo tutto ciò in cui ha creduto o ha creduto di sapere, fino a quel momento».

C’è chi sostiene che vi sia stato e vi sia ancora oggi un effetto 11 settembre sulle condizioni psicofisiche delle persone, anche fuori dagli USA. Lei cosa può dirci?

Per le persone più sensibili, ma anche per le società e nazioni in cui viviamo, e per la nostra generazione tutta, credo proprio che l’11 settembre abbia significato un passaggio da un mondo all’altro, attraverso il trauma della catastrofe o la percezione di una terza guerra mondiale possibile e possibile per la prima volta, per noi cinquantenni perlomeno.

Con effetti a livelli diversi… Tutto ciò ha influenzato a livello macro la politica mondiale, mentre a quello micro ha sicuramente suscitato molte domande, reso più fragili e ansiose certe persone, ma ancor più ha alimentato odio e paura in molte altre ancora e, infine, fondamentalismi di varia natura in talune altre persone. Insomma, un cambiamento psico-fisico che forse solo oggi comprendiamo meglio, dopo essere entrati nelle tre nuove grandi crisi mondiali: climatica – migratoria – pandemica.

L’11 settembre ha significato forse anche l’inizio di un cambiamento d’epoca nel modo in cui percepiamo noi stessi e le relazioni? Credo proprio di sì, principalmente in senso difensivo-protettivo e proiettivo: l’altro è il nemico. A 20 anni di distanza dall’attentato e davanti alla crisi afghana, penso e spero si possa fare un salto cognitivo ulteriore: il nemico non è l’altro, ma siamo tutti, in parte, coinvolti in qualcosa che uccide. Come diceva qualcuno, in fondo in fondo, «non ci sono neri e bianchi, musulmani e cristiani: ci sono solo poveri e ricchi».

La speranza occidentale si è inclinata e si inclina ogni volta in cui ci si sente più vulnerabili. In Paesi dove il cibo non è un diritto assicurato c’è forse un’altra percezione della vita. Che speranza è quella che si fonda sulla presunta certezza della propria forza, invulnerabilità, sicurezza? E di quale speranza ha bisogno l’uomo di oggi, ferito nelle sue certezze?

Se ci avessero detto – come per altro era ampiamente e scientificamente previsto – che il nemico oggi sarebbe stato un virus microscopico e non un aereo dirottato, non ci avremmo creduto: in vent’anni tutta la Terra è diventata esplicitamente e coscientemente vulnerabile sia da un punto di vista ecologico che economico ed ora anche sanitario. Sembrerebbe che il trauma dell’11 settembre 2001 abbia aperto quella porta che non si è più richiusa. Come dicevo nella prima risposta questa porta si chiama Realtà ed essa si presenta con limiti chiari alle nostre illusioni e aspettative onnipotenti. La Speranza per reggere la Realtà deve assolutamente – ma in tempi pandemici sembra quasi banale sottolinearlo – darsi un orizzonte che comprenda la malattia, la povertà, l’inquinamento e la morte. Altrimenti non si potrà chiamarla speranza, ma solo delirio collettivo: follia socio-ambientale votata all’autodistruzione, perché il grido del povero, che fa parte dei cofattori che possono alimentare il terrorismo, è e rimane lo stesso grido della Natura ferita (cfr. papa Francesco), che nella «folle corsa contro il tempo e lo spazio» delle nostre società, ha comportato – in ultima analisi – anche questa pandemia altamente e rapidamente contagiosa.

Cristina Vonzun

11 Settembre 2021 | 05:44
Condividere questo articolo!