Internazionale

La sociologa Chiara Giaccardi su Chiesa, comunicazione e pandemia

È in libreria da settembre Nella fine è l’inizio (edizioni Il Mulino), il nuovo libro che Chiara Giaccardi ha scritto con il marito Mauro Magatti. La coppia di sociologi – che ha cinque figli e vive a Como – è una delle voci più importanti della cultura italiana. Nel volume i due studiosi identificano cinque possibili modi di rispondere alla pandemia: attraverso la «resilienza» dando un valore a ciò che abbiamo imparato durante l’emergenza. Con l’«inter-dipendenza» costatando che siamo tutti connessi un aspetto che sollecita nuovi modi di articolare libertà e relazione. Con la «responsività» ossia la capacità di rispondere al legame che ci unisce collettivamente. Attraverso la «cura» sbilanciandoci, cioè, oltre noi stessi per ricucire le ferite del mondo. E infine attraverso la «protensione»: vale a dire, il coraggio di sporgerci verso un futuro incerto. Con Chiara Giaccardi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e co-autrice del libro, abbiamo voluto approfondire questi concetti anche alla luce del contributo della Chiesa nel contesto dell’attuale crisi pandemica.

Prof.ssa Giaccardi, che chiavi di lettura possono essere adottate per leggere il periodo che stiamo attraversando? La pandemia ha costretto tutti a uno stop forzato, obbligandoci anche a tematizzare aspetti che forse, in precedenza, non avevamo sufficientemente discusso: il tema della sorveglianza, per esempio, riguardo ai rischi per la democrazia. La situazione inedita non è però solamente foriera di rischi. Vi è ora la possibilità non di una «ripresa», una «ripartenza», ma piuttosto di una «rigenerazione», abbandonando ciò che già si manifestava obsoleto per avviare processi nuovi. Cosa puoi dirci, da osservatrice esterna, del contributo del Papa nel contesto della pandemia? A me pare che durante il primo lockdown, papa Francesco abbia svolto un ruolo fondamentale. Grazie a lui, si può dire che la dimensione religiosa ha ottenuto uno spazio molto significativo nell’arena pubblica. Penso alla scelta, ad esempio, di trasmettere via streaming le omelie e la messa da Casa Santa Marta; le situazioni per le quali il Pontefice invitava a pregare ogni giorno erano poi riprese dai telegiornali, a dimostrazione che la religione può avere un ruolo nello spazio pubblico in quanto voce diversa che merita di essere ascoltata anche dai non credenti. La preghiera del 27 marzo, poi, è stata un altro grande momento. Siamo purtroppo abituati all’idea che «comunicare» significhi «dire cose», trasmettere contenuti – l’idea di broadcasting – dimenticando che la comunicazione è fatta di tante altre dimensioni. Il grande teologo Romano Guardini diceva che senza il silenzio la parola è «chiacchiera». In piazza S. Pietro, trovo che il Papa ha avuto molto coraggio: anziché avvalersi unicamente di parole rassicuranti, è rimasto in silenzio davanti a un Mistero che non possiamo spiegare.

La firma dell’enciclica «Fratelli tutti», l’Economy of Francesco e il Patto educativo globale: sembra che il Papa non voglia attendere la fine della pandemia, ma piuttosto che spinga, già ora, nella direzione di un cambiamento… Papa Francesco ha scritto due encicliche, in cui esprime qualcosa di fondamentale: dal tema della difesa dell’embrione fino all’accoglienza del migrante, tutto è interconnesso; esiste cioè una serie di temi sociali, economici, ambientali che non si possono dividere o trattare separatamente, perché riguardano l’intera umanità. È l’approccio che più si addice, anche etimologicamente, alla Chiesa «cattolica», cioè «universale»: poiché tutto è connesso, ci vuole uno sguardo «totale» sulle cose. Nella sfera pubblica, papa Francesco è una delle poche voci che insiste con forza e autorevolezza su questo aspetto.

L’Economy of Francesco è stato un evento pensato per le nuove generazioni di economisti. Quale modello di Chiesa sogna papa Francesco, per i giovani? Purtroppo le giovani generazioni rischiano di essere la fascia che più risentirà degli effetti devastanti della pandemia. Ma è anche la generazione che ha le risorse necessarie per rispondere a questa situazione. Non è un caso che si parli della «generazione Floyd» o della «generazione Greta Thunberg»: i ragazzi hanno preso le distanze dall’approccio individualista, riconoscendosi in una solidarietà globale. Il sostegno del Papa a questi giovani è molto più significativo di quello di tanti altri soggetti istituzionali, che al di là di molte retoriche non hanno veramente fiducia nel contributo che le nuove generazioni possono dare al futuro dell’umanità.

Papa Francesco auspica di ripartire «diversi» da questa pandemia. La gente, la Chiesa, la società si stanno veramente interrogando sulla possibilità di un cambiamento? Non parlerei di un cambiamento «possibile», bensì «necessario». La Chiesa sta comprendendo sempre di più che il suo compito è trovare il modo di accompagnare le persone, invece di lamentarsi di non più fare le cose come prima. La pandemia ha spazzato via l’intima struttura dell’anno liturgico, impedendo alla comunità dei fedeli di celebrare i momenti più salienti, come la Settimana Santa. In questo stato di spogliazione totale, tuttavia, la comunità ecclesiale ha ritrovato se stessa: nella vicinanza al prossimo, come auspicato dal Papa. La Chiesa ha così compreso, come mai prima d’ora, in che modo rispondere alle sollecitazioni del mondo circostante e, concretamente, come stare dentro la storia.

Laura Quadri

30 Novembre 2020 | 07:37
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