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Caritas Como sul Decreto sicurezza: "Introdotte restrizioni che ci rendono carcerieri"

11.05.2019, 06:00 / guggiarisilvia

La scorsa settimana, diocesi e Caritas del vicino territorio comasco hanno pubblicato un comunicato  stampa congiunto in cui denunciavano il tanto discusso «decreto sicurezza» emanato dal ministro dell’Interno italiano Matteo  Salvini e si impegnavano come Comunità ecclesiale a continuare  nell’accoglienza e nell’assistenza  dei migranti. Abbiamo sentito Roberto  Bernasconi, direttore della  Caritas di Como (in foto), per capire di  più sulle conseguenze di questo  decreto e sulla situazione oltre  confine.

Direttore, quali sono rischi e  pericoli di questa presa di posizione  da parte dell’attuale Governo?  «C’è il rischio di trovare più gente  per strada e di dare in mano alla  malavita tante persone che non  troverebbero più un’accoglienza  strutturata ma solamente un posto  per dormire. Non avendo possibilità  di impiego o di inserimento,  troverebbero altri sbocchi nella  criminalità. Quindi, il decreto che  voleva assicurarci una maggiore  sicurezza espone tutti noi a una  grande insicurezza».

Quali saranno invece gli effetti  del «decreto sicurezza» nella  diocesi comasca?  «Per effetto del “decreto Salvini”  diventerà sempre più difficile l’accoglienza  nei CAS (Centri di Accoglienza  Straordinaria): la permanenza  in questi luoghi rimarrà solamente  nei minimi termini, poi le  persone verranno lasciate in strada.  Il ministro sta infatti cercando  in tutti i modi di far chiudere questi  centri e noi ovviamente non lo vogliamo,  essendo l’accoglienza nei  confronti di queste persone uno  dei valori fondanti della nostra  realtà. Vogliamo dunque andare  oltre le accuse che implicano di  aver fatto tutto questo per soldi e ci  impegniamo fin da subito a mettere  le risorse della Caritas locale e  della Chiesa diocesana. La Comunità  cristiana vuole infatti mettersi  a servizio fin in fondo, tirando fuori  tutte le proprie energie». 

Dunque, come pensate di  muovervi?  «In questo momento sul territorio  della diocesi stiamo accogliendo  ancora 400 persone, collocate  in una sessantina tra centri parrocchiali  e strutture religiose. A breve,  conseguenza dell’attuazione del  decreto, parte di queste strutture  rimarrà vuota e noi vorremmo riciclare  tali luoghi, e se possibile individuarne  altri, per fare un servizio  di seconda accoglienza a carico  della comunità ecclesiastica,  dedicato in particolare a coloro in  attesa di permesso o rimasti fuori  dai CAS e alle persone più vulnerabili,  donne con bambini o malati  psichici ad esempio. Dovremo  dunque creare anche un supporto  sia a livello economico sia di persone  disponibili a mettersi a servizio.  Abbiamo inoltre una ulteriore  ricchezza che è quella delle cooperative  che già da tempo portano  avanti un prezioso lavoro a favore  dei profughi: il rapporto con la  questura e la prefettura, la ricerca  del lavoro, e tutto ciò che serve a  rendere l’accoglienza davvero proficua  verso una vera autonomia».

Il comunicato stampa della  diocesi ha dichiarato che il decreto  promuove un’accoglienza  senza integrazione. Secondo lei  è possibile realizzarla? In che  modo?  «Se dovesse essere applicato alla  lettera, questo decreto ci costringerebbe  a diventare dei carcerieri.  Salvini ci impone infatti delle condizioni  davvero molto restrittive e  di chiusura per cui non ci sarebbe  più possibilità di fare nulla: minima  assistenza medica, niente  scuola, niente avvio al lavoro o altre  possibilità di integrazione sul  territorio. Non siamo d’accordo  con questa modalità ed è per questo  che come diocesi e come Caritas  abbiamo deciso, anche su invito  del vescovo di Como, di denunciare  la nostra opposizione attraverso  il comunicato stampa».

C’è anche pericolo che salti  qualche posto di lavoro tra gli  operatori?  «Purtroppo si; se cala il numero  delle persone accolte non ci sarà  lavoro per tutti. Stiamo cercando  comunque di attrezzare le nostre  cooperative perché trovino altre  attività; quindi credo che lo scarto  di persone sarà minimo».

Potrà in qualche modo subire  cambiamenti anche il flusso illegale  oltre confine?  «Il movimento è molto più lento  rispetto a un paio di anni fa. Sicuramente  i passatori ci sono ancora  quindi temo che se più gente rimarrà  in strada, ci sarà un maggior  flusso di quelli che tenteranno di  passare verso il nord Europa».

Una delle grandi polemiche  dei centri di accoglienza è legata  al fattore economico e alla speculazione  delle cooperative … il  decreto impone infatti dei tagli  anche in questi termini. Cosa  cambierà?  «Con l’attuazione del decreto, la  quota a persona al giorno passerà  da 34 a 21 euro, che in verità saranno  poco più di 18 euro. Noi vorremmo  fare una accoglienza di  qualità e con questa quota non è  assolutamente possibile: hanno  deciso di tagliare i fondi a un servizio  utile per la società che invece  continua a vedere queste persone  solamente come un peso e mai come  una opportunità di crescita. I  fondi che ci verranno a mancare  con il decreto verranno dunque  messi dalla comunità cristiana che  si prenderà carico di questa dimensione  di accoglienza».

Silvia Guggiari

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