Internazionale

Intervista con Luigino Bruni, coordinatore del progetto «Economy of Francesco»

Saranno diverse migliaia i giovani imprenditori di 130 Paesi del mondo che si riuniranno dal 26 al 28 marzo 2020 ad Assisi con papa Francesco per un grande evento internazionale coordinato da Luigino Bruni, ordinario di economia politica all’Università Lumsa di Roma e consultore del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. «Se è vero quello che dice papa Francesco, cioè che è importante non occupare spazi ma attivare processi, la speranza è che da questo incontro parta un processo », ci dice al telefono l’economista, che per una lieve indisposizione non ha potuto raggiungere Lugano dove giovedì sera avrebbe dovuto intervenire ad un evento organizzato dall’Associazione biblica della Svizzera italiana e da altri enti, per parlare dei rapporti tra giustizia, libertà ed economia.

Prof. Bruni, giustizia e libertà si potrebbero definire come due poli della questione economica in perenne tensione. Le crisi economiche e migratorie dal 2000 in avanti hanno messo il dito nella piaga di questo equilibrio, lo mettono anche altri fenomeni locali e mondiali che tutti sperimentiamo. A quanta libertà dobbiamo rinunciare per avere un mondo più giusto? «Questa è una domanda difficile perché la libertà riguarda i punti più sensibili della vita individuale, tocca direttamente i miei beni e le mie opportunità, mentre la giustizia spesso è percepita in modo più astratto. Di fatto, una delle grandi tensioni della modernità è appunto quella di tenere unite giustizia e libertà, laddove la libertà porterebbe a non interferire nella sfera personale dei beni, del patrimonio, delle opportunità, delle capacità, mentre la giustizia, in qualche modo, almeno come l’abbiamo immaginata in Occidente, richiede delle forme di distribuzione della ricchezza e di limiti alla sfera privata. Oggi ci ritroviamo in un mondo con molta libertà e troppa poca giustizia che è quello che sta accadendo, dal 2000 in avanti, in buona parte dell’Occidente e in buona parte del globo, dove c’è un deficit. L’idea di economia che abbiamo costruito sul principio di libertà, che la si chiami liberismo o liberalismo o neo liberismo, dei tre principi della rivoluzione francese ha assunto molto più la libertà rispetto all’uguaglianza e alla fraternità. Sono almeno tre gli ambiti del XXI secolo dove questo squilibrio genera dei grossi problemi: quello dei beni comuni, dei beni relazionali e dell’ambiente. Si capisce che qualcosa va velocemente cambiato, «il tempo è scaduto» dice Greta Thunberg».

Quindi si tratta di discutere non l’economia di mercato in sé, ma il modello applicato in questi anni? «Nessuno può vivere senza un’economia di mercato. Il problema è che l’economia di mercato nel XXI secolo si è ammalata per squilibrio, quando la libertà, che nella sfera economica è una cosa buona, è cresciuta talmente da determinare il mercato e tutti gli aspetti della vita: incentivi, meritocrazia, legge della domanda e dell’offerta invadono scuola, sanità, cultura, teatro, cinema ».

Lei ha citato Greta Thunberg. Questa ragazza è come la punta di un iceberg costituito da un movimento giovanile che ha un peso a livello di opinione pubblica ma anche economico, con la nascita della economia verde. Che possibilità hanno? «La sfida è vedere se il capitalismo sarà in grado di assumere anche la problematica ambientale. Storicamente ci sono delle premesse possibili. Nel ›900 tutto quello che si è opposto al capitalismo – dal movimento sociale che chiedeva uguaglianza ed è stato inglobato producendo la responsabilità sociale delle imprese, ad altri fenomeni – ci dice che il capitalismo è capace di riciclare in sé stesso ciò che lo avversa, assumendolo in modo critico per farlo diventare un punto di forza. Nei confronti degli ambientalisti il capitalismo sta però facendo un’enorme fatica. La ragione è che terra e ambiente sono sempre stati visti come uno sfondo morto su cui agivano le imprese, dimentiche in rapporto alla terra del fatto che l’economia di mercato vive di mutuo vantaggio, di una crescita comune, di una strategia «win win». Mi chiedo, se dovessimo cominciare veramente a rallentare il tasso di crescita dell’impronta ecologica, se dovessimo veramente restituire la ricchezza ai paesi poveri, non dando l’1% ma il 30% dei profitti all’Africa, cosa potrebbe restare del capitalismo?»

Il sogno di Assisi qual è? «Avviare un processo. Se solo nella metà dei 130 Paesi da cui provengono i partecipanti nasceranno luoghi capaci di tenere viva la fiamma di questo evento dando vita ad una rete mondiale di giovani imprenditori che mantengano relazioni periodiche tra loro, l’incontro sarà già un successo!»

Cristina Vonzun

19 Gennaio 2020 | 12:15
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