Ticino

«Essere una Chiesa lieta e feconda non dipende dai numeri né dai mezzi»

Monsignor Lazzeri risalirà in valle, giovedì prossimo, per la seconda tappa della sua visita pastorale che, dopo aver interessato l’Alta Vallemaggia, toccherà ora  le nove parrocchie che costituiscono la zona pastorale delle media e bassa Vallemaggia. Anche questa volta si tratterà di una visita residenziale, nel senso che il vescovo trascorrerà quattro intere giornate in valle: alternando incontri pubblici (ora con gli anziani, ora con le autorità comunali, ora con i giovani),  a momenti più personali con i fedeli, ma anche con i preti. Non vuole «interrompere la musica»  per citare il motto che mons. Valerio ha scelto a guida del suo ministero, iniziato  il 4 novembre di ormai sei anni fa, ma inserirsi armoniosamente in una realtà, respirandone la quotidianità: le sue fatiche, i suoi problemi, ma anche le sue risorse e le sue peculiarità. Una visita «in punta di piedi», potremmo definirla: una modalità di approcciarsi alle persone e alle diverse realtà della nostra diocesi, che caratterizza un po’ tutto  il suo stile pastorale. Chiediamo direttamente a mons. Lazzeri se questa definizione lo trova consenziente.

«È un’espressione che non mi dispiace! Corrisponde a uno stile, nel quale sostanzialmente mi riconosco. Ho però anche l’impressione che ciò che propongo sia richiesto dall’evoluzione stessa delle nostre realtà ecclesiali. Oggi è importante fare in modo che la visita pastorale sia anzitutto un tempo che il Vescovo mette a disposizione perché i «visitati» abbiano la possibilità di raccontarsi. Non fare troppo rumore «istituzionale» mi sembra possa favorire da entrambe le parti il riconoscimento della grazia del Signore che spesso è all’opera negli aspetti sommessi e meno appariscenti del nostro vivere comune».

Che realtà ha colto in occasione della sua prima visita in Alta Vallemaggia? «Da subito, mi sono reso conto della qualità e della freschezza della vita fraterna dei preti che operano in Alta Valle. Condividere con loro la vita quotidiana con i momenti di preghiera, i pasti, gli spostamenti da un luogo all’altro è stato davvero bello. Lo scambio con gli anziani alle «Betulle» è stato sorprendente per vivacità, spontaneità, profondità. Ho trovato una Chiesa certo numericamente fragile, a causa della diminuzione della popolazione giovane, ma anche decisa a perseverare nella ricerca di modalità semplici e autentiche di presenza. Certo, in alcuni casi umanamente sembra difficile pensare al futuro, soprattutto nei luoghi più discosti. Sono sicuro però che la fede riesca a far vivere in maniera creativa anche le situazioni meno favorevoli!»

I vescovi svizzeri – voi, insomma- avete ribadito nel corso del vostro ultimo incontro, che le preoccupazioni dei vostri fedeli, sono le vostre proccupazioni e chie siete in ascolto di tutte le voci. Anche le più flebili. Che voci ha udito nel corso della sua recente visita in Alta Valle Maggia? «Sono rimasto commosso dalla voce degli anziani che ho incontrato nelle loro case. Le loro storie di vita, senza clamore, ma intrise di coraggio, di bontà e di tenacia, sono un tesoro prezioso. Anche le inquietudini dei più giovani mi hanno colpito. Mi ha molto aiutato cogliere il desiderio di comunione che si manifesta in cristiani che non di rado si sentono isolati e dispersi. Su questa base penso che possano crescere dinamiche positive di superamento di molti particolarismi che dividono e contrappongono.»

Difficile, sempre, raggiungere i cosiddetti «lontani». Crede che debba essere anche questo uno degli obiettivi di una visita pastorale: incontrare chi altrimenti non si incontrerebbe? «Più che raggiungere quelli che a nostro avviso risultano essere «lontani», mi sembra importante che ci si preoccupi di identificare le «lontananze», che siamo noi stessi a creare con le nostre categorie di stretta appartenenza e di pratica religiosa registrabile. Nella vita di tutti i giorni ci sono mille occasioni di prossimità che occorre imparare a cogliere con spirito missionario. Come ci ha indicato il motto dello scorso mese missionario straordinario di ottobre, ognuno deve scoprirsi «inviato, perché battezzato» e non primariamente preoccupato di come «rimpolpare» le fila dei fedeli che scarseggiano».

La Svizzera è piccola, ma presenta volti di Chiesa molti diversi tra di loro. Qual è lo specifico di questa nostra Chiesa ticinese, che forse queste visite in loco, le permettono di identificare con maggior concretezza? «La Chiesa in Ticino è erede di una civiltà parrocchiale che ha impregnato tanti aspetti della cultura e delle nostre tradizioni popolari. Nel dopo Concilio si sono sviluppati movimenti, associazioni e altre esperienze nuove di educazione alla fede adulta. Ci sono fermenti di vivacità, anche nel campo educativo e sociale. Sono da alimentare, da coltivare e soprattutto da fare convergere in una visione unitaria. Questa però non può essere imposta da fuori. È piuttosto da fare emergere come esigenza del cuore, come coscienza legata al cammino di maturazione della propria esperienza particolare».

Quale desiderio per la diocesi di Lugano si porta in cuore e desidera portare a chi incontra durante queste visite, mons. Lazzeri?«Cerco di trasmettere la mia profonda convinzione nel fatto che essere Chiesa missionaria, lieta, e feconda, come continua ad auspicare Papa Francesco, non è una questione di numeri, di mezzi materiali, di forze a disposizione, ma di fede, di speranza e di amore. Non c’è nessuna situazione aggrovigliata, appesantita o ferita che possa impedirci di vivere radicalmente il Vangelo e ricevere, anche nel vissuto più sofferto, le infiltrazioni di Cielo che fanno vivere diversamente, senza sapore di morte in bocca, fin da ora!»

Mons. Lazzeri cosa ha portato a casa dopo la prima tappa di queste sue visite pastorali che proseguiranno anche nel 2020? «Porto a casa un bagaglio prezioso d’incontri sinceri, aperti, non convenzionali. Le difficoltà non sono state occultate, ma dette apertamente e considerate insieme. Ci siamo veramente ascoltati. Mi ha toccato il cuore la gioia dei volti delle persone salutate, la serietà nell’individuare le fatiche, ma anche il desiderio di non rassegnarsi mai al grigiore del declino. La via progettata di dare largo ascolto mi sembra positiva e mi inconraggia a proseguire».

Corinne Zaugg

Ti-Press / Francesca Agosta
2 Novembre 2019 | 14:46
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