Ticino

Diocesi di Lugano: l'omelia di mons. Lazzeri nella domenica di Pasqua

Carissimi,

«era ancora buio», quando Maria di Magdala si reca al sepolcro di Gesù. E anche noi, in questa mattina di Pasqua, non vediamo ancora il pieno giorno del superamento della crisi sanitaria con la quale tutto il mondo si trova ancora confrontato.

«Era ancora buio… in quel primo giorno della settimana» (Gv 20,1). Eppure, qualcuno non ha aspettato il sorgere del sole per mettersi in cammino. Certo, le intenzioni di Maria di Magdala, i suoi sentimenti e i suoi pensieri, sono ancora molto confusi. Non c’è in lei nessuna disposizione a leggere favorevolmente la realtà che le si presenta. Quando trova la tomba vuota, la prima cosa a cui pensa è a un trafugamento di cadavere. Di lì a poco, non avrà subito gli occhi per riconoscere chi è veramente il giardiniere che le si presenterà davanti. Quel che conta, però, è che il buio non l’ha fermata, non ha spento in lei il dinamismo dell’amore per Gesù, più forte di tutto ciò che le consigliava di lasciar perdere.

Anche noi, questa mattina, siamo invitati a non aspettare, prima di seguire l’impulso più profondo del cuore, di non condizionarlo al totale chiarimento di ogni cosa. Certo, non è ancora l’ora di uscire di casa. È meglio per adesso rimanere fisicamente confinati. È però il momento di metterci interiormente, alla velocità consentita a ciascuno, sulla scia dei discepoli mobilitati dall’inatteso.

È vero! Ci sono ancora tante cose a tenere in sospeso l’intera collettività in questo giorno pasquale. Il plurale usato da Maria – «non sappiamo dove l’hanno posto!» (Gv 20,2) – fa pensare a un’inquietudine che rimane diffusa e condivisa. Gli elementi rilevati da Pietro dentro la tomba di Gesù non permettono di trarre una conclusione definitiva. Neanche colui «che era giunto per primo al sepolcro» e, dopo essere entrato, «vide e credette» (Gv 20,8), pare essere ancora giunto alla piena luce della fede pasquale: «Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9).

Eppure, fin dal primo istante, una cosa risulta indiscutibile: l’immobilismo non paga! Né la rassegnazione né il fatalismo, né lo sconforto né la recriminazione aiutano a vedere meglio. Chi si blinda nel suo dolore come in una fortezza, chi prende la scusa dell’oscurità per chiudere ancora più ostinatamente gli occhi, non fa la scelta più sensata, non prende la decisione più aderente alla realtà, finisce per chiudersi al senso vero di avvenimenti, che nessuno prevedeva, eppure sono capitati.

In questa Pasqua strana, anche se chiusi dentro le mura delle nostre case, nessuno deve sentirsi costretto al suo sconforto, incatenato nel sentimento dell’inutilità e dell’impotenza. L’orizzonte è ancora oscuro, ma il sepolcro di Cristo è vuoto. Nel silenzio della tomba, in un’inviolabile intimità divina, l’amore del Padre per il Figlio, ha inghiottito la morte. Una deflagrazione misteriosa si è prodotta. Solo all’apparenza, alla superficie, le cose sono rimaste come prima.

Chi in un modo o nell’altro ha fatto l’esperienza dell’amore, chi almeno per un istante si è sentito amato da qualcuno o ha provato ad amare, pur nel chiaroscuro di un’alba che tarda a sorgere, è già sulla strada della Pasqua del Signore. Non può accettare senza batter ciglio la sentenza inappellabile della morte. Non può rassegnarsi a stare chiuso nella sua tristezza e, non potendo trovare ciò che cerca, comincia ad aprirsi a Colui che lo sta chiamando per nome da oltre la morte.

«Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».

Per questo motivo, non siamo più costretti a cercare ossessivamente di tenere a bada la morte con i nostri strumenti. Essi, per quanto raffinati e potenti, non riusciranno mai a eliminarla. La nostra speranza non è solo quella di poter ricostruire al più presto un vivere comune semplicemente un po’ meno duro e meno limitante di quello che adesso ci è imposto.

C’è una scoperta che siamo chiamati a fare, e la possiamo fare prima che tutto finisca, prima che sia dissipata la notte e torni la cosiddetta normalità: l’amore non è un accessorio dell’esistenza, non è qualcosa che produciamo perché sappiamo, possiamo o vogliamo. Noi non amiamo perché esistiamo, ma esistiamo veramente solo perché amati da Lui con un amore più forte della morte, perché resi capaci di amare in Lui ogni creatura, ogni fratello e sorella in umanità.

Sarebbe stato bello, certamente, essere qui, con la chiesa piena di fedeli, a cantare insieme l’Alleluia, a celebrare questa Eucaristia pasquale, in un clima generale di festa e di gratitudine per la passata emergenza, per la possibilità ritrovata di abbracciarci, di lasciar traboccare nelle parole e nei gesti l’esuberanza della gioia. La ricorrenza liturgica, invece, è arrivata prima di questa data tanto attesa e ancora purtroppo assai incerta.

Non c’è però nulla di essenziale alla Pasqua che debba essere rimandato, niente di fondamentale che non possa essere vissuto oggi. Dio che ha risuscitato Gesù dai morti «ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio» (Atti 10,42).

Ricordiamocelo: non è un mondo sano, senza malattie e in pace che ha convinto Maria di Magdala, Pietro e l’altro discepolo, gli apostoli e i primi testimoni della risurrezione a mettersi in cammino e ad avere fede. È piuttosto la loro fede, faticosamente maturata, che ha contestato un ordine del mondo costruito sul dominio della morte. È la loro fede che si è diffusa e ha attraversato i secoli. È la loro fede che, questa mattina, interpella i nostri cuori e ci chiede di anticipare con la nostra vita il Giorno pieno, che già ha cominciato a inondare il mondo.

All’inizio, tutto lasciava indeciso il significato da dare al sepolcro vuoto di Gesù. Nessuna conferma spettacolare. Eppure, da lì è cominciato un desiderio di leggere, di capire, di arrivare a una nuova e più profonda intelligenza delle cose e del vivere su questa terra. Non avevano più risorse di noi per uscire dal buio, ma a un certo punto la certezza è sfolgorata: «egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9).

Possa questa memoria rovesciare le nostre paure! Ci spinga a far passare attraverso di noi la Pasqua del Signore, in attesa che la luce di Cristo, risorto dai morti, possa far risplendere, guarire, colmare e rinnovare in Dio l’intera creazione!

© Oliver Sittel
12 Aprile 2020 | 09:31
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