Dall'Atlantico al Burkina Faso cresce l'arco dell'integralismo

Insegnava a cucire alle ragazze povere in un villaggio nel sudovest della Repubblica Centrafricana, al confine col Camerun, suor Ines Nieves Sancho, la religiosa spagnola di 77 anni, della comunità locale delle Figlie di Gesù, uccisa da sconosciuti nella notte tra il 19 e il 20 maggio. Aveva solo 34 anni, invece, padre Landry Ibil Ikwel, direttore dell’Istituto per persone non vedenti di Beira, nella regione centrale del Mozambico accoltellato a morte nella casa della sua congregazione. Sono le due ultime vittime, in ordine di tempo, uccise per la loro scelta di essere vicino agli emarginati e ai poveri. Padre Landry è il decimo sacerdote ucciso nel mondo dall’inizio dell’anno: 7 hanno perso la vita in Africa e 3 in America Latina.

A trovarsi oggi, drammaticamente al centro di una serie di attacchi di matrice terroristica, è il Burkina Faso. Durante un attacco da parte di milizie jihadiste ad una parrocchia cattolica, hanno perso la vita un prete e cinque fedeli. Alcuni giorni dopo, a cadere sotto i colpi dei terroristi islamici, invece, quattro cristiani che, dopo la processione stavano riportando in chiesa la statua della Vergine. I due attentati sono stati messi a segno nella regione settentrionale del Paese, non lontano dal confine con il Niger. Dal 2015 il Paese è alla mercé di numerose milizie islamiche. Insieme al Mali, al Niger e alla Nigeria, la vasta area che si estende dall’Atlantico al Corno d’Africa è oggi un «arco integralista», abitato da gruppi di terroristi musulmani: alcuni locali (come Boko Haram el al-Qeada), altri provenienti dal collassato quadrante del Daesh siroiracheno. L’obiettivo dei vari gruppi sembra tuttavia comune: colpire i cristiani, le parrocchie o i luoghi frequentati dai cristiani. Il numero degli attentati messi a segno da questi gruppi di jihadisti africani tra il 2010 e il 2017 sono triplicati, mentre il numero dei Paesi africani coinvolti da questo tipo di violenza, secondo l’Africa Centre for Strategic Studies, è più che raddoppiato: oggi ad esserne toccati sono ben 12 Stati. Il Cardinal Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, Repubblica Centrafricana, individua nella mancanza di istruzione dei giovani (in RDC il 23% della popolazione in età lavorativa non è stata scolarizzata) uno dei primi fattori responsabile dell’aumento della disoccupazione che alimenta il crimine, le tensioni sociali e il rischio dell’arruolamento in gruppi armati.

Corinne Zaugg

25 Maggio 2019 | 10:00
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