Commento

Il Meeting di Rimini riflette sui cristiani di domani

Philip Jenkins, storico delle religioni, professore di Storia alla Baylor University, è una sorta di «demografo» delle religioni: colui che, creando una mappatura della loro composizione demografica, può aiutare a comprenderne l’evoluzione.

Jenkins rileva che da qui al 2050 il continente con più cristiani sarà l’Africa e che ci saranno più cr-stiani in Asia che in Europa. L’aumento non sarà solo conseguenza dei flussi demografici, ma anche delle conversioni che, ad esempio, in Cina sono passate dal 10% della popolazione (nel ›900) al 50% di oggi.

Questa constatazione ci sfida a capire il cambiamento. La chiave di lettura del fenomeno è fornita da una rilettura della storia: la Chiesa è nata in Asia e Africa, tra i primi papi c’erano siriani e greci ed esistevano chiese in India, in Tibet e Cina. La visione di una Chiesa eurocentrica, quindi, è un prodotto della storia degli ultimi secoli, nei quali il cristianesimo si è identificato con la cultura europea. Per effetto di questa identificazione, si sono perse molte delle idee proprie della Chiesa delle origini.

Lo spostamento demografico della Chiesa verso il Sud del mondo avrà la naturale conseguenza che i pontefici potranno provenire da laggiù, facendosi portatori delle istanze proprie di tali Paesi. La cultura cristiana potrà, quindi, cambiare, senza però perdere il proprio significato originale. Jenkins sostiene che non esiste una cultura cristiana, ma una «verità cristiana», che è diventata cultura attraverso l’incontro con diverse genti e la tradizione.

La Chiesa si avvia ad una globalizzazione, anche attraverso l’uso delle nuove forme di comunicazione, che costituisce un fertile ritorno alle origini.

(Agenzie)

 

23 Agosto 2018 | 06:20
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