Cristina Vonzun

In Vaticano una notizia «rosa» attenua il rocambolesco «giallo»

In una settimana contrassegnata  dal rocambolesco «giallo» del libro  scritto dal cardinale Robert Sarah  che lo stesso porporato ha attribuito  in qualità di coautore a Ratzinger,  provocando la reazione di quest’ultimo  costretto dal malinteso a dissociarsi  pubblicamente da questo  ruolo stampato in copertina al volume,  ma confermando la paternità di  un testo pubblicato nello stesso libro,  è passata quasi sotto silenzio la  vera e propria novità avvenuta tra le  mura vaticane: la nomina da parte  di papa Francesco di una donna  nella cabina di regia della Segreteria  di Stato. L’evento è decisamente rivoluzionario  se si pensa che la signora  in questione, la dottoressa  Francesca Di Giovanni, di formazione  giurista, è diventata sottosegretario  per il settore multilaterale della  sezione per i rapporti con gli Stati  della Segreteria di Stato, cioè il ministero  degli esteri vaticano. Fin qui  niente di clamoroso, non è infatti la  prima volta che una donna riceve la  nomina a sottosegretario in un dicastero  vaticano, ma la novità sta nel  fatto che è la prima volta che a questa  nomina corrisponde, se necessario,  su determinate materie in  campo diplomatico, un’autorità sui  nunzi apostolici che sono vescovi.  Quello della Di Giovanni è il ruolo  più alto occupato fino ad oggi da  una donna nei Sacri Palazzi. Insomma,  nella settimana del «giallo» vaticano  arriva un concreto tocco di  «rosa» che, speriamo, sia di buon  auspicio per quel ripensamento che  il Papa, in primis, auspica della presenza  femminile nei vari piani della  Curia romana. L’importante è in  questo, come in altri casi di nomine  di donne, che i puntini siano ben  messi sulle i. Non stiamo infatti parlando di quote rosa, ma di ben altro. Se è vero, infatti, che il  Papa, (che – a scanso di ogni eventuale  equivoco – nella Chiesa cattolica  «è uno solo» ed in questo l’emerito  Ratzinger e Bergoglio sono d’accordo  con tanto di dichiarazioni  pubbliche, purtroppo non scontate  per tutti all’epoca del falso mito dei  «due papi»), non più tardi del 1. gennaio  scorso, ha affermato che la  donna «va pienamente associata ai  processi decisionali», perché  «quando le donne possono trasmettere  i loro doni, il mondo si ritrova  più unito e più in pace». La strada è  quella quindi del riconoscimento  senza paure di competenze qualificate  a livelli diversi: intellettuali, organizzativi,  diplomatici, comunicativi  e via dicendo. Questa è infatti  l’unica e realmente dignitosa integrazione  possibile del «genio femminile  » nella comunità ecclesiale:  in quanto «genio» riconosciuto, a  partire dalle specifiche competenze  acquisite da donne che sono all’altezza  per ricoprire gli uffici loro possibili  nella Curia romana e, più in generale,  nella Chiesa.  L’importante è pensare a qualsiasi «nomina» nella Chiesa ed in particolare nella Curia romana, anche quelle femminili auspicate dai recenti pontefici e che si stanno progressivamente attuando, usando come chiavi di lettura le parole evangeliche «talento»,  «servizio» e «comunione»: i talenti (le competenze) sono dati per esercitare un servizio (la nomina) a vantaggio della comunione (comunità ecclesiale). 

18 Gennaio 2020 | 11:33
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