Ernesto Borghi

Dopo la pandemia: sì, cambiare

Perché oggi dobbiamo cambiare? Stiamo faticosamente uscendo da una fase difficile per moltissimi, letale per non pochi, e da varie parti si sente l’invito a guardare al futuro trasformando più o meno ampiamente la propria vita.

Sono tutte frasi che possono risuonare bene nella bocca o nelle orecchie, ma, biblicamente parlando, hanno senso soltanto se si riferiscono alla possibilità che chi cambia diventi più degno di se stesso rispetto a prima. E la dignità aumenta, se si va alla ricerca di una vera umanizzazione. Come?

Dalla profezia biblica

Nei testi biblici profetici cambiare vuol dire ritornare alle radici. Il ritorno alla berît (patto) significa ripristinare un rapporto fondante per gli esseri umani, il primo amore tra il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e Israele. E il riferimento è una «nuova creazione del cuore» (cf. Ger 31,31-34; Ez 36,25-27), cioè del nucleo essenziale dell’essere umano, che comprende ragione, volontà e spontaneità (amore) come una sintesi unitaria, vitale.

Chiamando in causa la responsabilità individuale, i profeti fanno appello con insistenza alla coscienza di ognuno (cf. Is 30,15; 55,7; Ger 18,11; Ez 18,30-32). E la conversione gradita al Signore è, per esempio secondo Is 58,5-7, qualcosa che si estrinseca in atti di solidarietà concreta verso i simili meno favoriti (oppressi, affamati, senza tetto ecc.).

La salvezza non è limitata al solo popolo d’Israele, ma concerne l’umanità intera, chiamata anch’essa alla conversione (cf. per esempio Is 19,22-25; 45,1-25; 66,18-21; Tb 14,6).

Dal Nuovo Testamento

La conversione neotestamentaria è molto di più che l’adozione di una nuova forma di culto e la modificazione di un modo di credere. Non si tratta di un semplice cambiamento di divinità e della ripetizione formale di articoli di fede. La conversione così come noi la comprendiamo impegna tutto l’essere dell’individuo in un progetto di vita donato da Dio. Non soltanto a parole, ma in atto e nella verità.

La prima fondamentale enunciazione sul regno di Dio è, in sostanza, la seguente: cambiate mentalità, perché il regno di Dio è divenuto vicino (cf. Mc 1,15).

Nell’opera lucana la conversione è legata al perdono (cf. Lc 7,47; 24,47; At 3,19), alla fede (cf. At 2,38; 10,43), al battesimo (cf. At 2,38; 10,47), al pieno ritrovamento della propria identità personale e sociale (cf. Lc 7,50; 15,1-32; 17,6), al dono dello Spirito Santo (cf. At 2,38; 10,45; 11,15-18), alla vita (cf. At 11,18), e alla salvezza (cf. Lc 8,12; 19,9).

Questo processo di cambiamento non è un’ostentazione di sé, ma è «diventare come bambini» (Mt 18,3) in senso ovviamente non anagrafico, ma spirituale. È sempre un nuovo inizio, posto da Dio nella vita di un essere umano. Questo inizio non è, tuttavia, in sé la totalità acquisita della nuova esistenza, giacché esprime semplicemente l’avvio di un processo di crescita.

Quale processo? Semplice: la pistis (fede come elemento opposto rispetto all’idolatria – 1Cor 10,15) e la conoscenza (cf. Col 1,10) aumentano. Ogni persona, che ha operato questa scelta dirompente nella propria vita, viene a partecipare, giorno per giorno, all’opera liberatrice del Signore che perpetua il momento iniziale del processo (cf. 1Cor 15,58).

Certamente si tratta di un percorso anche duro, una vera «lotta» contro le fragilità proprie e altrui, a favore di sé stessi e degli altri esseri umani, con una disponibilità di energie sempre maggiori e migliori per far fronte a questa lotta e gioire, in sé e con altri simili, della propria crescente umanizzazione (cf. 2Cor 4,16; Mt 28,19-20).

La conversione, pertanto, abbraccia anche tutta la trasformazione dell’essere umano e include pure il motivo del nuovo rapporto personale del singolo con Dio. Tale opzione esistenziale è verificata nel momento etico: ci si ricorderà che l’essere umano non è soltanto dinanzi a Dio, ma anche insieme ad altri.

Solo la continuità di un’esistenza radicata nella fede pregna d’amore dà il senso di un vero processo di cambiamento, da portare avanti senza «istruzioni» uguali per tutti, ma con l’esercizio quotidiano del responsabile discernimento individuale, secondo l’unica linea indicata: l’agape.

E allora, cerchiamo di trasformarci…

Cambiare mentalità per amare di più e meglio gli altri: se questo è il cambiamento che dobbiamo e possiamo perseguire, allora vale la pena di provare… Magari anche per cambiare radicalmente l’idea che la messa sia il centro di tutto. Per pensare che quella partecipazione può sostenere quello che davvero è il centro dell’essere cristiani: tentare di voler bene agli altri a immagine e somiglianza di come Gesù Cristo ha fatto sino anche alla morte di croce… Questa non sarebbe davvero una grande, auspicabile, esaltante conversione?

Dal blog Moralia, una collaborazione dell’Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM) con Il Regno

5 Luglio 2020 | 14:30
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