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Il Papa: i cristiani orientali vittime della guerra mondiale a pezzi

12.10.2017, 18:00 / redazionecatt

Il Pontificio Istituto orientale fu fondato durante la prima guerra mondiale, e oggi, ha detto il Papa che ne ha commemorato il centenario, «noi viviamo un’altra guerra mondiale, anche se a pezzi» e «vediamo tanti nostri fratelli e sorelle cristiani delle Chiese orientali sperimentare persecuzioni drammatiche e una diaspora sempre più inquietante». Una realtà che deve spingere l’Istituto guidato dai Gesuiti ad aiutare i cristiani delle «martoriate terre d’Oriente» a «rafforzare e consolidare la propria fede davanti alle tremende sfide che si trovano ad affrontare» e rispondere così alle sfide che «la guerra e l’odio» portano «alle radici stesse della pacifica convivenza».

«Ringraziamo oggi il Signore per la fondazione della Congregazione per le Chiese Orientali e del Pontificio Istituto Orientale, ad opera del Papa Benedetto XV, avvenuta cento anni fa, nel 1917», ha detto il Papa nell’omelia che ha celebrato nella basilica di Santa Maria maggiore dopo aver visitato il vicino istituto. «Allora infuriava la Prima Guerra Mondiale; oggi – come ho già avuto modo di dire – noi viviamo un’altra guerra mondiale, anche se a pezzi. E vediamo tanti nostri fratelli e sorelle cristiani delle Chiese orientali sperimentare persecuzioni drammatiche e una diaspora sempre più inquietante».

Un ragionamento che il Papa riprende nel messaggio scritto che ha consegnato al cardinale Leonardo Sandri, gran cancelliere dell’Istituto e prefetto della Congregazione delle Chiese orientali, dicastero che ha competenza territoriale su Egitto, Eritrea ed Etiopia del nord, Bulgaria, Cipro, Grecia, Iran, Iraq, Libano, Israele e Territori di Autonomia Palestinese, Siria, Giordania, Turchia, Georgia e Armenia. «Pur in mezzo al burrascoso primo conflitto mondiale, il Pontefice seppe riservare alle Chiese d’Oriente una speciale attenzione», scrive Jorge Mario Bergoglio, collocando peraltro la nuova istituzione «in un orizzonte che possiamo dire oggi eminentemente ecumenico».

Quanto alla «missio che dovrà compiere questo Istituto in futuro», il Papa, invitando i docenti «a porre al primo posto dei loro impegni la ricerca scientifica», sottolinea, d’altra parte, che «i tempi in cui viviamo e le sfide che la guerra e l’odio portano alle radici stesse della pacifica convivenza nelle martoriate terre d’Oriente, vedono l’Istituto ancora una volta, proprio come cento anni fa, al centro di un crocevia provvidenziale. Mantenendo intatta l’attenzione e l’applicazione alla ricerca tradizionale, invito tutti a offrire a quelle Chiese e all’intera comunità ecclesiale la capacità di ascolto della vita e di riflessione teologica per aiutare a sostenerne l’esistenza e il cammino. Molti degli studenti e dei professori – sottolinea il Pontefice argentino – avvertono questo momento importante della storia. Codesto Istituto, grazie alla ricerca, all’insegnamento e alla testimonianza, ha il compito di aiutare questi nostri fratelli e sorelle a rafforzare e consolidare la propria fede davanti alle tremende sfide che si trovano ad affrontare. È chiamato ad essere il luogo propizio per favorire la formazione di uomini e donne, seminaristi, sacerdoti e laici, in grado di rendere ragione della speranza che li anima e li sostiene e capace di collaborare con la missione riconciliatrice di Cristo». Nel messaggio, Francesco esorta inoltre i docenti a «mantenersi aperti a tutte le Chiese orientali, considerate non solo nella loro configurazione antica, ma anche nell’attuale diffusione e talvolta tormentata dispersione geografica», sottolineando inoltre la «missione ecumenica» che l’Istituto deve portare avanti con le Chiese orientali non cattoliche, rappresentata da una «crescente presenza» di studenti. 

D’altra parte, «constatando che molti studenti dei vari collegi orientali di Roma frequentano Atenei nei quali ricevono una formazione non sempre pienamente consona alle loro tradizioni – rileva il Papa – invito a riflettere su ciò che si potrebbe fare per colmare tale lacuna». Nel testo consegnato al cardinale Sandri, ancora, il Papa sottolinea che «con il crollo dei regimi totalitari e delle varie dittature, che in alcuni paesi ha purtroppo creato condizioni favorevoli al dilagare del terrorismo internazionale, i cristiani delle Chiese orientali stanno sperimentando il dramma delle persecuzioni e una diaspora sempre più preoccupante. Su queste situazioni nessuno può chiudere gli occhi».

Francesco ha incentrato la sua omelia sui «perché» che l’orante rivolge al Signore, a partire dall’interrogativo del profeta Malachia. «Vediamo i malvagi, quelli che senza scrupoli fanno i propri interessi, schiacciano gli altri, e sembra che a loro le cose vadano bene: ottengono quello che vogliono e pensano solo a godersi la vita. Di qui la domanda: “Perché Signore?”», ha detto il Papa. «Dio non dimentica i suoi figli, la sua memoria è per i giusti, per quelli che soffrono, che sono oppressi e si chiedono “perché?”, eppure non cessano di confidare nel Signore», secondo Francesco, che ha pungolato l’uditorio: «La nostra preghiera è veramente così? Ci coinvolge veramente, coinvolge il nostro cuore e la nostra vita? Sappiamo bussare al cuore di Dio?».

Alla Compagnia di Gesù, il Papa rivolge, nel messaggio, «un caldo invito ad attuare, con gli accorgimenti oggi richiesti, quanto già nel 1928 Pio XI prescriveva circa il Consorzio Gregoriano, destinato a favorire, insieme a un notevole risparmio in uomini e mezzi, una maggiore unità di intenti. Accanto allamissio attuata, rispettivamente, dall’Università Gregoriana e dall’Istituto Biblico, esiste quella non meno importante dell’Istituto Orientale. Urge pertanto garantire a codesta istituzione un nucleo stabile di formatori Gesuiti, ai quali altri potranno lodevolmente affiancarsi».

Per il centenario del Pontificio Istituto orientale, e a 25 del Codice dei canoni delle Chiese orientali, si è svolta da lunedì a oggi la sessione plenaria della Congregazione per le Chiese orientali alla quale hanno preso parte tutti i patriarchi, arcivescovi maggiori e metropoliti sui iuris delle Chiese orientali cattoliche, che il Papa ha ricevuto in Vaticano . «Dopo un breve saluto del Papa», ha riferito alla Radio Vaticana sua beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo-maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina, «tutti gli arcivescovi maggiori e i patriarchi hanno potuto esprimere al Santo Padre le loro considerazioni, farsi voce dei loro popoli. Ovviamente, anche io ho potuto parlare e trasmettere alcuni messaggi dall’Ucraina, ringraziando il Santo Padre perché è veramente un messaggero di pace. Poi, alla fine, quando il Papa ha fatto un riassunto dell’incontro, ha detto: “Mi sorprende come tutti voi, tutte le vostre Chiese in questo momento soffrano le guerre: in Medio Oriente, ma anche in Ucraina. Tutti voi siete pastori del popolo sofferente”. E poi ci ha detto: “Ma sapete chi provoca le guerre, i dolori e la distruzione? È il diavolo”. E quale dev’essere la nostra risposta? “La preghiera e – ha concluso – l’annuncio della Parola di Dio”».

A conclusione della Messa odierna, il cardinale Sandri ha detto: «Contemplando questa assemblea liturgica, vediamo infatti realizzata l’affermazione del Papa, cento anni fa: “Questa iniziativa dimostrerà manifestamente come nella Chiesa di Gesù Cristo — la quale non è né latina, né greca, né slava, ma cattolica — non esiste nessuna discriminazione tra i suoi figli e che tutti, latini, greci, slavi e di altra nazionalità hanno tutti la medesima importanza di fronte a questa Sede apostolica”».

Iacopo Scaramuzzi – VaticanInsider

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