Nella semplicità e nell’accoglienza il successo dell’esperienza di Taizé

Frequento la comunità di Taizé da circa 25 anni e da più di 15 vi accompagno ragazzi vicini, simpatizzanti e talvolta scettici o lontani da discorsi spirituali. La mia gioia è vederne la metamorfosi e coglierne le reazioni: chi marcia sul posto per anni ma continua a partecipare ai nostri pellegrinaggi, chi (forse pochi) inizia un serio cammino di riavvicinamento o di fede autentica e chi (forse nessuno) torna a casa deluso e non si fa più vedere. Ciò che affascina i ragazzi è la libertà e la fiducia che viene riposta in loro, essendo loro stessi in parte a gestire il soggiorno, la distribuzione dei pasti, il controllo delle aree popolate e le pulizie; li attira anche il silenzio, la bellezza del paesaggio, i canti semplici e dolci, l’accoglienza nella grande Chiesa della Riconciliazione ma anche il misticismo della piccola ed antica Chiesa romanica. A Taizé i giovani si sentono accolti, amati ed ascoltati. Imparano a conoscersi venendo da paesi molto lontani ma scoprendo che hanno tanto in comune! Siamo appena rientrati dalla nostra settimana estiva con un gruppo di giovani ed ancora una volta mi rendo conto che l’accoglienza è il leitmotiv della comunità. Negli anni ›40, il fondatore della comunità, frère Roger Schuz, è partito proprio da lì: ha accolto rifugiati di guerra, ebrei, povera gente disperata che cercava la pace, la vita. Accogliendo ed incontrando tante persone di cultura diversa, questo movimento ha avuto via via sempre più risonanza, al punto che amici cattolici e riformati hanno iniziato a raggiungerlo, innamorati della semplicità e dell’ideale. Sostanzialmente è il Vangelo di Gesù Cristo e il suo Spirito ad aver fatto il resto per decenni, dando forti impulsi, per natura, alla realtà ecumenica (l’umano e la religione non si possono disgiungere), facendo crescere quasi a dismisura questa oasi di pace e di amore; da qui l’esigenza di regolamentare un progetto educativo per i giovani. Negli ultimi vent’anni anni, anche dopo la tragica scomparsa di frère Roger, non è cambiato molto: i giovani sono costantemente presenti in gran numero, preti e parrocchie ne approfittano per acquistare il pacchetto già pronto, di un ritiro per i ragazzi sulla collina della Borgogna. San Giovanni Paolo II che aveva visitato la comunità nel 1986, l’aveva definita «una sorgente da cui si passa per rinfrancarsi e ripartire». Taizé ancora oggi, è una sfida per l’ecumenismo, per le teologie. Una comunità forse profetica, che ha anticipato e precorso i tempi, forse saltando qualche tappa, in quanto ciò che accade a Taizé non accade ancora in nessuna delle nostre chiese. Ancora stiamo discutendo sull’intercomunione e sull’ospitalità eucaristica che a Taizé, di fatto, già avvengono. Le Giornate mondiali della gioventù (intuizione di Giovanni Paolo II) sono addirittura nate dopo gli incontri europei per i giovani di Taizé! Questa è la storia di Taizé: il seme lasciato da un uomo di Dio e dalla sua comunità, dove davvero -io credo- ha soffiato e continui a soffiare lo Spirito Creatore.

don Rolando Leo

31 Agosto 2019 | 17:35
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