Suor Maria Sofia Cichetti, futura abbadessa del monastero di Claro.
Diocesi
Suor Maria Sofia Cichetti, futura abbadessa del monastero di Claro.

La popolazione ticinese festeggia con Claro la nuova Abbazia

02.02.2019, 11:00 / Laura Quadri

Claro – «L’amore si può dimostrare in tanti modi diversi quante sono le vocazioni. Noi cerchiamo di viverlo in modo universale per i bisogni di tutti ». Ci sorprende con questa immagine limpida, legata all’intima realtà della vocazione monastica, suor Maria Sofia Cichetti, per la quale la 22esima Giornata della Vita Consacrata, che si festeggia quest’oggi, assume quest’anno un significato tutto particolare. Infatti, la monaca si appresta a diventare la nuova madre Abbadessa del Monastero benedettino di Santa Maria Assunta sopra Claro.

A questo proposito, il 9 febbraio Mons. Lazzeri concederà la benedizione abbaziale al monastero, rendendolo nuovamente indipendente dall’omonima comunità fiorentina di Rosano, che dagli anni Settanta, a causa della mancanza di vocazioni tra le giovani ticinesi, se ne occupava. «Fu una decisione – ricorda suor Sofia – nata dalla lungimiranza di mons. Martinoli, allora Vescovo di Lugano e madre Agnese Bernasconi. Le vocazioni scarseggiavano. Chiedendo aiuto, rispose all’appello il monastero di Rosano: la madre di allora, Immacolata Fornasari, appena vide Claro se ne innamorò. Così, dal 1971 siamo stati una comunità sola con quella fiorentina e le monache andavano e venivano da Claro. Una situazione non del tutto ottimale, alla luce del fatto che la tradizione monastica benedettina chiede ai suoi monaci e alle sue monache di pronunciare, oltre ai tre voti di castità, povertà e ubbidienza, anche quello di “stabilità”. Esso implica la permanenza per tutta la vita in un luogo solo e l’ubbidienza ad una Abbadessa. Da quando, due anni or sono, mi hanno eletta priora, la comunità e tutte le sue monache, liberamente e con responsabilità, hanno sentito l’esigenza di poter vivere questa stabilità a Claro. I rapporti spirituali e fraterni con Rosano rimangono, ma ora diventeremo monastero sui iuris grazie al permesso di Papa Francesco. E vorrei che fosse chiaro: non è una vera novità ma il ripristino di ciò che già c’era, della tradizione». Un cambiamento importante, essendo il Monastero di Claro, fondato nel 1490, il più antico in Ticino.

Vocazione e discernimento

Ma riflettendo sulla Giornata della Vita Consacrata, cosa ci può dire sull’attuale carenza delle vocazioni? «Abbiamo in comunità quattro ticinesi e anche una monaca portoghese, in tutto siamo ora in undici. La vocazione va accettata con amore, è dono di Dio, ma la persona deve corrispondere. Come dice Gesù, “si vis”, se vuoi, e per dire il proprio sì ci vuole quello che Papa Francesco dice sempre, il discernimento: un individuo può avere tutte le qualità naturali ideali ma non essere adatto al carisma monastico. Questo valeva un tempo e vale ancora oggi». Un discernimento che spetta soprattutto all’Abbadessa; come ci si prepara ad un compito simile? «Anzitutto con molta preghiera, in particolare allo Spirito Santo e a Dio che è amore, affinché illumini la mente, riscaldi il cuore e dia la forza di sostenere questo compito molto bello, un compito di madre, ma che implica una responsabilità non solo morale e spirituale ma anche molto pratica verso la comunità monastica. Confido per questo anche nella preghiera di tutta la popolazione».

Una presenza viva

E la popolazione ticinese, da sempre, ha dimostrato grande affetto verso il monastero. Sentire la sua calorosa vicinanza rende raggianti: «Siamo una comunità pienamente incorporata nel territorio. La gente di Claro sente “suo” il monastero; non le dico quante persone si stanno impegnando per la festa! Per un motivo semplice: non siamo per niente separate dalla società, pur nella specificità della nostra vocazione. Qual è questa specificità? Viviamo l’apostolato della preghiera, siamo vicini a tutti con una preghiera incessante e l’offerta delle nostre vite».

Le sfide della Chiesa di oggi

Un’ultima domanda: suor Sofia, come vede attualmente la situazione della Chiesa? «Parto da una constatazione. Studiando la storia della Chiesa vediamo che da sempre ci sono stati momenti critici di debolezza, corruzione, peccato. La Chiesa in sé è santa, guidata dal Signore, ma nei suoi membri troviamo anche dei peccatori. “Ecclesia semper reformanda”: bisogna sempre partire dalla conversione, dal rinnovamento. I Santi ci indicano ciò che la Chiesa deve essere. Ci vuole equilibrio nell’esame della situazione, non esagerare ma saper vedere anche i lati positivi, nella consapevolezza che il bene non fa chiasso, come diceva san Giovanni Bosco. Il bene c’è e quindi non bisogna esagerare con la sottolineatura del male, ma riparare, purificare, sull’esempio del Papa coraggioso che abbiamo adesso. C’è tantissimo bene, lo dimostra il coraggio di tutti quei nuovi martiri che danno la vita per la fede». Da qui l’impegno di tutti, ma anzitutto delle persone consacrate: «Come suore, ci spetta maggiore preghiera, offerta, sacrificio per sostenere la Chiesa negli aspetti di debolezza. Ci sentiamo chiamate direttamente in causa. Nella nostra vita di clausura, accolta come dono e scelta come libera risposta, vogliamo ”nulla anteporre all’Amore di Cristo”».

L’Associazione Amici del Monastero

Fondata dall’allora cappellano del monastero, don Adelio Martinoli, l’Associazione Amici del Monastero di Claro sostiene la comunità monastica da oltre 20 anni; nata con lo scopo di far conoscere su scala locale e nazionale la collettività che sul monte opera guidata dal motto «ora et labora », l’Associazione si è poi impegnata nel tempo a sostenere le monache sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista spirituale, diventando un segno tangibile della vicinanza della popolazione ticinese al monastero. «In questi vent’anni – ci racconta l’attuale Presidente Pio Morisoli – ci siamo fatti sentire in vario modo, organizzando conferenze, mostre e pellegrinaggi incentrati sulla realtà benedettina, non da ultimo tramite dei momenti di riflessione e preghiera condivisi regolarmente con le monache. Lo scopo dell’Associazione, infatti, è anche quello di approfondire sempre di più la Regola di San Benedetto. Cosa significa per l’Associazione la separazione da Rosano? «Anzitutto, implica da parte nostra un più convinto e rinnovato sostegno alla comunità, che ora dovrà camminare da sola. Il monastero significa molto per tutti noi: le monache ci danno un’incredibile testimonianza di vita. Personalmente, il mio affetto per loro mi è stato trasmesso dalla mamma, originaria di Claro, da cui ho saputo una cosa che mi ha colpito molto: negli anni di maggiore povertà per il Ticino, il monastero era davvero un faro, poiché aiutava la popolazione in modo molto concreto. In questo senso, stiamo restituendo una minima parte di quanto il monastero stesso ha dato negli anni alla popolazione. È bello vedere che questo spirito di accoglienza continua: anche oggi, il pellegrino che bussa alle porte del monastero viene visto come un fratello che viene a trovarti. C’è una grandissima tradizione di accoglienza che continua».

Testimone di questo affetto che lega le monache alla realtà ticinese è anche il dottor Giovanni Pedrazzini, Primario di cardiologia al Cardiocentro di Lugano e Presidente della Società svizzera di Cardiologia, che ci rivela: «L’affetto al monastero è legato al fatto che tra le monache vi è mia nipote Cristina. Con lei ho capito davvero in cosa consiste la vocazione monastica. Di fronte alla fede «consumata» delle nostre società, le monache ci insegnano anzitutto che non bisogna coltivare il senso di protagonismo, ma anzi quello di servizio. Infatti, vivono una realtà che è pronta a farsi conoscere solo a chi la cerca con cuore sincero. Sono inoltre donne che hanno il coraggio dei sentimenti profondi, puntano in alto; le definirei degli «alpinisti di alta montagna», affiatate e disciplinate al contempo. E poi sono persone che amano tanto, sempre nel rispetto della persona, ridere e scherzare. Cosa mi affascina del carisma benedettino? L’equilibrio, la fede calata nella concretezza grazie al famoso motto benedettino che prevede l’alternanza costante di lavoro e preghiera. Più di altre realtà, lo spirito benedettino è adatto ai nostri tempi».

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