Commento

Dai posti più ameni del Lazio a Castel Gandolfo, le ferie dei papi

11.08.2017, 18:00 / Bianca De Viso

Difficile stabilire con certezza quando, anche fra i vescovi di Roma, sia nata l’usanza delle vacanze estive. Andando indietro nei secoli sfogliando i pesanti tomi della «Storia dei papi» di Ludwig von Pastor, o il mitico «Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica» di Gaetano Moroni, troviamo indicati quelli che si allontanavano da Roma per sfuggire alla canicola, ma anche all’aria pessima, causa di malattie, dovuta ai troppi corsi d’acqua impaludati. «Roma divoratrice di uomini, ferace di febbri e di morti…», così tuona dopo il 1000 Pier Damiani. Ed è probabilmente a Innocenzo III (1198 – 1216) che occorre risalire per parlare di villeggiature estive papali come di una consuetudine regolare. 

È sotto il suo pontificato che i romani chiamano il Laterano «palazzo d’inverno». Le località prescelte per innalzare edifici nel verde, sono soprattutto nei dintorni di Roma. Se, per sfuggire allo scirocco, Eugenio III (1145 – 1153) si fa costruire un palazzo a Segni, altri come Clemente IV (1265 – 1268) e Niccolò III (1277 – 1280) puntano su Anagni e Viterbo, città dove prima procedono agli interventi più disparati. Cacciando le prostitute presenti… Eliminando le tante vasche insalubri dove si macerava il lino. Altri invece si lasciano incantare dagli spettacoli della natura fra le rovine di Sora, Tivoli, Montefiascone. Quelle bellezze, ammantate di boschi ombrosi, che seducono Pio II (1458 – 1464), papa umanista che non disdegna con qualche cardinale i bagni sulfurei di Petriolo, ma che soprattutto ci ha lasciato -nei «Commentarii»- i suoi appunti di viaggio lungo l’Appia antica, compresa la sua visita papale ai Colli Albani. Oppure quelle bellezze sempre naturali, popolate da quella ricca fauna oggetto della passione venatoria di Leone X (1513 – 1521,) cacciatore di cinghiali nella tenuta della Magliana. 

L’abitudine di brevi villeggiature si consolida però, nel Seicento, nel palazzo fatto costruire da Urbano VIII (1623-1644), vicino al lago di Albano, a Castel Gandolfo, meta privilegiata sino a oggi da quindici papi. Così, col tempo, il luogo ceduto nel 1596 con una vendita forzata dalla famiglia Savelli alla Camera apostolica per la somma di 24.000 scudi e incorporato da Clemente VIII nel dominio della Santa Sede, diventa una sorta di Vaticano estivo (o di «Secondo Vaticano»). Anche se il Piazza scrive a proposito della «villa de’ Sommi Pontefici» che «Paolo V [1605-1621] fu il primo, che allettato dall’amenità ammirabile sopra ogni altra del Lazio, dal sito, e dalla vicinanza di Roma, e dalle delizie del lago, e dalla salubrità dell’aria v’incominciasse a gettare fondamenti per abitazione Pontificia», toccò a Urbano VIII, salito al trono nel 1623, avviare i lavori della villa nel sito dove sorgeva l’antica acropoli di Alba Longa su cui i Gandulphi avevano costruito la loro rocca poi occupata dai Savelli. Nel suo libro «I papi in campagna» (1953), il bresciano Emilio Bonomelli, a lungo direttore delle Ville pontificie, spigolando dagli archivi ha narrato quella mattina del 10 maggio 1626 con cui i papi iniziarono quel viaggio, primo di una lunga serie destinazione Castel Gandolfo. 

Leggiamo che il Papa in quel giorno, «di buonissima ora, in carrozza a sei cavalli, partì dal palazzo del Quirinale», preceduto dal «crocifero a cavallo, seguito dalla corte in abito corto da viaggio, chi a cavallo, chi in lettiga», e accompagnato da «monsignor Maestro di casa, il confessore, il segretario degli stati, dei memoriali, il segretario delle cifre, il medico segreto, l’elemosiniere, il caudatario, l’aiutante di camera, il coppiere, lo scalco, il maestro delle poste, i chierici segreti, i cappellani, i furieri, i lettighieri, ecc.», senza dimenticare gli «sbirri di campagna» allertati dal governatore di Roma per garantire la sicurezza al convoglio papale lungo il tragitto. Grazie a Maffeo Barberini, che come riferisce il pittore Sandrart fu visto nel vicino lago «tirar le reti da pesca con diletto», pian piano la residenza papale venne ampliata e alla costruzione del palazzo pontificio lavorarono l’architetto Carlo Maderno, quindi Bartolomeo Breccioli e Domenico Castelli.

Il secondo papa ad abitare il palazzo pontificio è Alessandro VII (1655 -1667) che «alla residenza estiva – scrisse il Pastor – fece aggiungere dal Bernini la facciata e la galleria, dalla quale si gode la vista del mare». Papa Alessandro è ricordato mentre divertito osserva dalle finestre le feste popolari e le giostre, respirando a pieni polmoni -come scrive lo Jacovacci nelle sue «Notizie su Castel Gandolfo» l’«aer più purgato». Ma Fabio Chigi subisce pure il fascino del lago: più che dai pesci è attratto dallo specchio d’acqua che attraversa in feluca o su un brigantino. Narrano poi le cronache che in suo onore, alla prima villeggiatura a Castello, i Cavalieri di Malta organizzarono una spettacolare battaglia navale fronteggiandosi in due gruppi di figuranti (cavalieri e turchi…, questi ultimi ovviamente perdenti). Ma è soprattutto il giardino – anche oggi davvero ben conservato – a fare da sfondo alle passeggiate papali. «Contiene in sè spatiosi viali e belle et alte spalliere, che perciò il regnante pontefice spesso vi scende a far esercitio»,si legge in un documento del 1667.

Dopo Alessandro VII, nessun pontefice mette piede a Castel Gandolfo, sino a Clemente XI (1700 – 1721). E di lui ci parla il Lancisi nelle sue «Efemeridi delle villeggiature di Clemente XI», descrivendolo ora a passeggio scortato dalle guardie svizzere, ora orante nelle chiese di Castello, ora nelle vicine parrocchie mentre assiste al catechismo interrogando i fanciulli.

Quarto successore di Clemente XI, sale poi a Castel Gandolfo per lunghi soggiorni Benedetto XIV (1740 – 1758). Fu uno dei pontefici più affezionati a questo luogo -dove come scrisse il Caraccioli – «poteva tirar fuori l’anima dal torchio». Papa Lambertini non ama le scorte (che riduce), passeggia volentieri nei boschi, conversa coi campagnoli, ma anche fa gare di letteratura coi suoi ospiti: come il priore Bouget, eminente ebraista. Questo Pontefice, a Castello ritempra energie e temperamento. «Non voglio rompimenti di testa. Ce li sciropperemo quando saremo a Roma», sbotta con il cardinal Alberoni che lo tormenta con problemi.

È poi la volta delle villeggiature di altri due Clementi, il XIII (1758 -1 769) e il XIV(1769 – 1774). Quest’ultimo in particolare, che allarga la residenza aggiungendovi Villa Cybo col suo parco, preferisce trasferirsi a Castello in autunno, per un mese: qui ama passeggiare, ma anche uscire a cavallo vestito di bianco, correndo a briglia sciolta, esercizio abbandonato nel 1771 dopo due cadute.

Verso la fine del XVIII secolo gli eventi non solo non permettono villeggiature fuori Roma. Le truppe francesi arrivano persino a occupare il palazzo. Ma se Pio VI (1775 – 1799) non ci può andare incalzato dalla minaccia dei soldati della rivoluzione (e perché impegnato nella bonifica pontina), Pio VII (1800 – 1823) riprende la tradizione nei tre anni prima della prigionia e nei quattro dopo la «Restaurazione», con gratitudine dei castellani felici di festeggiarlo con tanto di fuochi d’artificio.

Con Pio VII nel Palazzo pontificio arriva anche il biliardo, collocato in una sala che ne prende il nome. Lo stesso Pontefice si concede qualche partitella con familiari, collaboratori, ospiti. Tra questi ultimi, il privilegio di «tirare il piccolo» con Sua Santità, tocca anche al giovane Massimo D’Azeglio, che col fratello Prospero, gesuita, e il padre, ministro del re di Sardegna alla corte di Roma, visitano il Papa nel 1814.

Altro papa assiduo frequentatore di Castel Gandolfo è Gregorio XVI (1831 – 1846). Amante della pesca, è citato in un sonetto del poeta Gioacchino Belli sul bordo del vicino lago intento «a pescacce le tinche p’er diggiuno».

Anche il suo successore, Pio IX (1846 – 1878), nonostante tutto, riesce a trascorrere più soggiorni nel «Vaticano estivo» (con due gite sino ad Anzio). Inoltre nel 1859 sale ad Albano e a Castello in carrozza dopo essere arrivato via ferrovia alla Cecchina usando per la prima volta il «nobile treno a vapore». Le sue ultime vacanze nella residenza gandolfina sono quelle del maggio 1869. Recrudescenza del brigantaggio, colera, e situazione politica, da quel momento lo impediranno.

Così la villa dei papi, resta chiusa dal 1870 sino al 1929, l’anno dei Patti Lateranensi. In virtù dell’articolo 14 del Concordato, l’Italia riconosce alla Santa Sede la proprietà del Palazzo di Castel Gandolfo, con le dipendenze e dotazioni (Villa Cybo), come pure l’attigua Villa Barberini, la più estesa sorta sui resti della villa di Domiziano. Col pontificato di Pio XI (1922 – 1939), si riprende dunque la tradizione di quella villeggiatura affermatasi come s’è detto dall’inizio del ’600 e rispettata dai papi chi più chi meno. Di Achille Ratti si racconta che arrivò a Castello per la prima volta il 24 agosto 1933, viaggiando in incognito su un’ auto che nel tragitto sbandò per una foratura. A lui si devono soprattutto restauri importanti, apprezzati dai successori: da Pio XII (1939 – 1958) che quando stava a Castello, volentieri macinava chilometri a piedi continuando a leggere; e da Giovanni XXIII (1958 -1963) che sulle sue agende annotava di se stesso «pur nella calma della residenza estiva il S. Padre prosegue le sue attività», scrivendo che il luogo «per l’incanto della natura assomiglia a un giardino», e che «Tutto vi è in ordine perfetto, e con senso di praticità e di bellezza»; e da Paolo VI (1963 – 1978) che qui si spense nell’ultima estate della sua vita.

Ma è con il pontificato di Giovanni Paolo II (1920 – 2005) che per le vacanze papali le novità sopravvengono. Non solo perché ormai il Papa , come il suo predecessore Paolo VI dal ’75, può arrivare a Castello in dieci minuti di elicottero. Nella residenza di Castel Gandolfo (dove il Papa cerca riposo anche al termine di estenuanti viaggi), trova spazio per esempio una piccola piscina, dono dei polacchi d’America. Una vasca che permette una mezz’ora di bracciate prima di pranzo, esercizio salutare che mitiga la nostalgia dei corsi d’acqua dei Carpazi e dei laghi Masuri. Ma non è tutto. Ecco poco dopo Wojtyla in marcia sui sentieri alpini: dal Cadore alla Val d’Aosta. E come lui Benedetto XVI. 

Poi è arrivato papa Francesco: tra le sue allergie si dice spicchi quella per le ferie. Probabilmente non sa neanche cosa sono visto che non le ha mai fatte nemmeno da Arcivescovo. Nel frattempo ha aperto ai turisti buona parte della residenza estiva di Castel Gandolfo che potrebbe diventare tutta un museo. Insomma questa storia delle vacanze papali per adesso è finita. 

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