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Recensione al film "Cold War"


È la guerra fredda a fare da sfondo alla storia d’amore che il regista polacco Pawel Pawlikowski (premio Oscar per “Ida” nel 2015 ) racconta in questo suo ultimo film, “Cold war”, che ha vinto la Palma d’oro per la miglior regia a Cannes e fatto incetta di statuette agli Oscar 2018.
Ma una fredda guerra è anche la storia d’amore tra Zula e Wiktor, rispettivamente corista e direttore del coro, che Pawliowski segue sull’arco di una decina di anni e in scenari sempre nuovi. Sbocciato in una fangosa e desolata campagna polacca, infranto a Berlino Est da una mancata fuga oltre la cortina di ferro, riannodato fortunosamente in Jugoslavia e ritrovato in una Parigi bohémienne e già preda ai primi ritmi rock, è un amore di poche parole quello tra Zula e Wiktor. Brutale nel prendersi, quanto nel lasciarsi. Nato tra due figli della guerra sembra non avere dentro di sé alcun alfabeto amoroso se non quello del corpo. Incapaci di narrarsi, di ascoltarsi, di confrontarsi, i due protagonsiti più che incontrarsi si scontrano, infliggendosi ferite che solo l’alcool sembra poter colmare. E qualche volta la musica. Zula scopre nei canti popolari, che l’amore si nutre anche di parole. Sono canti che arrivano da un tempo lontano, dove l’amore sapeva passare dagli occhi e dal cuore. Dove l’amore ancora sapeva scaldare. Ma anche questi canti, per cui è stato appositamente reclutato il corpo di ballo a cui appartiene Zula, non sono innocenti: diverranno strumento corrotto di propaganda politica quando, con la complicità e l’indifferenza di Wiktor, se ne approprierà il regime sovietico piegandoli alle sue logiche, rendendoli finti come finti sono i sorrisi delle ballerine e delle bionde coriste e incapaci di svelare l’anima di una nazione, come di aprire il cuore di due che si amano. Passano gli anni, cambia la musica, resta l’incapacità di Zula e Wiktor di dimenticarsi ma anche quella di ritrovarsi. Ci riproveranno in una baracca di un campo di prigionia e per l’ultima volta tra le pareti diroccate di una chiesa, sotto lo sguardo mite di quel che resta di un Cristo dipinto…
Un amore impossibile, narrato in un bianco e nero che ne esalta la drammaticità narrativa e l’eleganza stilistica.
Il film, si legge, nei titoli di coda, è dedicato ai genitori di Pawlikowski: “due persone forti e meravigliose, ma come coppia un infinito disastro”.

Corinne Zaugg

Un marito, quattro figli, un cane. Da sempre scrivo: la vita, la gente, le cose. Per questo, dopo il liceo a Lugano, la facoltà di Lettere all’Università Cattolica. Dieci anni a Milano: la metropoli, ogni cosa a portata di mano, dal teatro alla brioche appena sfornata. Poi il ritorno in Ticino e l’inizio di una ininterrotta collaborazione con il Giornale del Popolo. Cronaca, pagine speciali e “La panchina”: rubrica a pié di pagina, spazio informale dove scambiare due parole su quello che passa per la testa e dal cuore.

Poi la scoperta di una nuovo mondo: quello dei cristiani perseguitati. Dal 2000, l’esperienza professionale con “Aiuto alla Chiesa Che Soffre” e tanti viaggi ai confini del mondo, là dove la fede fa la differenza. A volte addirittura tra la vita e la morte. Con tanti, nuovi incontri che segnano e cambiano. Mentre c’é spazio e tempo per sempre nuove passioni: per la storia e la vita delle donne, per esempio. Ieri e oggi. Qui e altrove. Nella società e nella Chiesa. Per arrivare ad oggi. Con un marito, sempre lo stesso, quattro figli ormai adulti e un cane. Diverso.

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