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Una musica senza verità? Una verità senza musica?


di Manuela Masone

Nei giorni scorsi ho avuto modo di partecipare a due eventi, in sé molto diversi – il concerto dei The Sun e la proiezione del documentario “They Will Have to Kill Us First” al Film Festival Diritti Umani Lugano – ma con una tematica comune, quella della musica.

Nel film, alcuni cantanti e musicisti, raccontano cosa è accaduto in Mali dopo che, nell’agosto 2012, è stata vietata la musica dai fondamentalisti islamici che hanno istaurato la sharia nel nord del paese. Le stazioni radio sono state distrutte, gli strumenti bruciati e per coloro che trasgredivano c’erano le minacce, la tortura e perfino la morte. Ma, oltre al fatto che la musica per i fondamentalisti viene considerata strumento del diavolo, perché disturba tanto?

Nel vecchio continente invece, i The Sun cantano
“Quanta musica senza verità
voglio una musica davvero libera
Potreste anche incatenarmi dentro una prigione
ma Dio ha già liberato la mia anima
Ho vissuto a lungo senza avere una ragione
ma adesso so che cosa voglio dalla musica”

Quando la band ha iniziato a voler scrivere in italiano e a presentare testi che parlavano della profonda esperienza che ha cambiato le loro vite, l’incontro con Gesù, sono stati banditi dalle case discografiche perché, nonostante l’eccellente sound, il prodotto non risultava commerciale.

In modi diversi, uno più violento, l’altro soft ma altrettanto costringente, la libertà di espressione viene negata dalla legge del più forte.

Proprio però nei momenti più difficili, ci si rende conto del dono che si ha, che è come un fiume che non può essere arrestato o un fuoco che brucia dentro. Possono farmi smettere, afferma una delle cantanti malesi ma “They Will Have to Kill Us First”, altrimenti continuerò a cantare. La musica, ci insegna la storia, è strumento di resistenza perché unisce e ridà speranza. Fa riflettere, può essere denuncia, ricorda i valori, tocca le corde dell’anima, per questa ragione fa paura a coloro che vogliono imporre un pensiero unico, qualunque esso sia, e che cercano quindi di dominarla o renderla inconsistente.

Esistono però delle donne e degli uomini che percepiscono nella musica una chiamata, quella di trasmettere un messaggio. Sanno che il dono non appartiene loro e semplicemente lo offrono.

Manuela Masone

Consacrata, attualmente è membro della Commissione di Pastorale Giovanile della Diocesi di Lugano. Lavora presso l’amministrazione pubblica nell’ambito del turismo e degli eventi. L’incontro con alcuni giovani cristiani all’età di 16 anni, le permette di scoprire Dio come Amore e quest’esperienza caratterizzerà la sua vita.

Dopo una formazione commerciale e qualche anno di esperienza lavorativa, a 20 anni lascia il Ticino per il Vallese dove inizierà un percorso in una nuova comunità nella quale maturerà la chiamata alla vita consacrata e si impegnerà nell’evangelizzazione e nell’accompagnamento vocazionale di giovani in Svizzera, Francia e Italia. In questi anni studia prima al Teresianum a Roma (teologia spirituale) e poi a Lugano, dove otterrà il bachelor in filosofia.

Il suo desiderio di vivere la consacrazione “fra la gente” la porterà riprendere la vita lavorativa e di impegno nella società e a orientarsi alla forma di vita consacrata dell’Ordo Virginum.

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