Cristina Vonzun

«La Chiesa non è nata per dominare, ma per servire e noi, dunque, con lei». Commento al sesto tema sinodale

La Chiesa oggi in Ticino non è più radicata in una cultura cristiana, in una società cristiana, in una politica cristiana. Oggi la Chiesa è nel mondo, nel senso secolarizzato del termine, un mondo che ha dimenticato in larga misura le origini culturali cristiane. Lamentarsi di questo stato di cose è completamente inutile e probabilmente anche controproducente. Semmai occorre entrare nella proposta che il Sinodo lanciato da papa Francesco offre alla Chiesa. Il sesto tema sinodale ci invita a pensare al dialogo nella Chiesa e nella società. Il Concilio Vaticano II con la costituzione pastorale Gaudium et spes al numero 40 offre l’immagine di una Chiesa e di un mondo uniti da uno stesso destino: ma come condividere il destino della società di oggi? A questa prima domanda credo stia dando una risposta «anche» questa piaga della pandemia che ci rende tutti più umili e fragili, tutti sulla stessa barca, aprendo Chiesa e società ad orizzonti comuni di solidarietà e di dialogo. Pensiamo alle tante iniziative sul territorio della Svizzera italiana che senza offrire riflessioni particolari, in queste settimane raccontano di storie di dialogo concreto tra la Chiesa e la società: le risposte ai bisogni da parte delle San Vincenzo, le iniziative di fra Martino Dotta, gli Amici della Colletta che si sono uniti con Tavolino Magico, l’Ape solidale e tante le altre opere frutto di dialogo che via via capita di raccontare anche dalle pagine di catholica.

La società ticinese di oggi è senza riferimento a Cristo? Non so, certo è una società dove il dialogo tra la Chiesa e il cosiddetto «mondo» quando c’è, porta i suoi frutti di bene.

Pensiamo alle iniziative della Rete Laudato si’, per fare un esempio recente. Proprio il Papa sprona non poco a percorrere questa via di Chiesa, area di incontro tra secolare e credente. Lo stesso vescovo Lazzeri rilancia nella sua sesta lettera pastorale l’ipotesi di lavoro dei «laboratori di speranza» da ideare come risposta a bisogni colti sul territorio, insieme.

È quella di oggi – ed ha ragione l’abate Lepori nell’intervista su catholica e catt.ch – «una Chiesa più umile», che vive la sua missione in stato di condivisione.

Proprio il documento che ho citato prima, la Gaudium et spes invita a leggere «i segni dei tempi» per essere una Chiesa nella storia, incarnata, serva e povera. I segni dei tempi sono tutti qui, in questo Covid che cambia tutto e tutti, in un modo o nell’altro. Che ci fa vivere lontani ma anche tutti sulla stessa barca, bisognosi di superare contrapposizioni, di stare accanto a chi è più vulnerabile, aprendoci anche a domande profonde sul senso della vita, sul bisogno di rinnovarci e rinnovare i nostri stili di vita. In questo tempo il dialogo lo si fa condividendo le sofferenze e le gioie di tutti, non dimenticando che esistono non solo povertà materiali ma la stessa cultura è povera, in un mondo con ansie ed irrequietezze personali e sociali.

La Chiesa – fatta da chi prova a credere – è anch’essa povera, e cammina al fianco degli altri, senza «ricette», ma con discrezione e amore, condividendo.

Torniamo al Concilio e rileggiamo il messaggio che i padri scrissero all’inizio dell’assise, datato 20 ottobre 1962: «Aderendo infatti a Cristo, non solo non ci estraniamo dalle preoccupazioni e dalle fatiche, ma anzi la fede e la speranza di Cristo ci spingono a vivere il mondo come servizio ai nostri fratelli, seguendo l’esempio di Gesù che non «è venuto per essere servito ma per servire» (Mt 20,28), come la Chiesa non è nata per dominare ma per servire e noi, dunque, con lei. ›Egli ha dato la propria vita per noi e noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (1 Gv 3,16)». Non c’è qui l’invito a riflettere su uno stile di presenza e di dialogo nella Chiesa e tra la Chiesa e la società da approfondire in questo periodo sinodale?

Cristina Vonzun, dell’équipe zone/reti pastorali della diocesi di Lugano