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Per essere cristiani si deve essere ecumenici? Dal Vangelo di Gesù Cristo alla vita quotidiana


Ieri, 25 gennaio, si è conclusa la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2018. Forse potrebbero essere utili ed interessanti alcune riflessioni ad ampio raggio su che cosa significhi ecumenismo oggi.

1. Punti di partenza

Quando si parla di ecumenismo, cioè dell’attenzione al rapporto tra cristiani di diverse confessioni, si stenta talora a comprendere, perlomeno a livello di opinione pubblica allargata, che il primo ostacolo su questa linea esistenziale è di ordine culturale, ossia

«la scarsa conoscenza dell’altro. Sappiamo ormai che all’interno del cristianesimo ci sono chiese diverse tra loro… Questa diversità abbiamo imparato ad accettarla… Essa ha ormai diritto di cittadinanza nel nostro modo di pensare, almeno in teoria. Sapere che esiste un’altra realtà diversa dalla mia non significa conoscerla. Occorre un passo ulteriore. Bisogna fare la fatica della conoscenza non solo al momento del sorgere dell’alterità, ma anche lungo tutto il processo di crescere»1.

Tale conoscenza si raggiunge certamente nel corso di un lungo cammino che ha già conosciuto tappe significative: se si considerano soltanto il quindicennio successivo alla caduta del muro di Berlino, le assemblee ecumeniche, di “vertice” e di “popolo”, di Basilea e Graz negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo e le molteplici iniziative ecumeniche ed interreligiose organizzate, per esempio, da parte cattolica, dalla Comunità di S. Egidio ne sono stati, in forma diversa, degli importanti esempi.

La storia del secondo millennio cristiano, anzitutto da Gibilterra agli Urali, ha, comunque, evidenziato un dato oggettivo: le diversità tra le confessioni cristiane hanno ingenerato lutti e sofferenze di ogni genere perché per molte ragioni, variamente rilevanti, esse sono state sovente radicalizzate oltre quanto era cristianamente giustificabile.

Quello che conta ora è porsi una semplice domanda: quello che unisce i cristiani di varie confessioni è meno importante di quello che li divide?

2. Il denominatore comune

La fede nel Dio manifestato da Gesù Cristo dovrebbe essere ed è l’asse portante della vita di quanti cercano di essere cristiani. Di fronte a Dio che ha creato il mondo e l’uomo in esso e giunge ad offrire se stesso in Gesù Cristo, a favore della vita dell’umanità, la fede cristiana è la decisione dell’essere umano – come singolo e come gruppo – in favore di Gesù Cristo stesso, della Sua obbedienza a Dio e del Suo messaggio divino.

Per rendere più comprensibile e fondata quest’affermazione è necessario risalire alle radici culturali del concetto cristiano di fede, che sono innanzitutto ebraico-giudaiche. In ebraico, come è noto, la parola fede è espressa da vocaboli quali emûnáh e èmet, la cui area semantica esprime questi elementi: fermezza, sicurezza, stabilità, rettitudine, integrità, verità.

Questa valenza tanto pregnante deriva, come molti sanno, dalla radice verbale mn (= essere saldo, essere fondato, alzarsi, essere collaudato), che assume di volta in volta due valori fondamentali: aver consistenza, durare, essere attendibile, fedele e star fermo, confidare, aver fede, credere2.

L’idea ebraico-giudaica di fede, che trova la sua rappresentazione fondamentale nell’AT, fa riferimento, quindi, ad un rapporto totalmente affidato nei confronti dell’oggetto della fede stessa3. Tale relazione implica l’esperienza di tutti gli aspetti esistenziali etici sovracitati, in un clima e in una prospettiva che possono non essere di comprensione agevole ed immediata per noi oggi.

Nell’universo semantico primo-testamentario credere / fede, nel loro senso pieno, fanno riferimento ad un senso oggettivo, in cui vi è identità tra la persona e le sue affermazioni secondo un concetto di credibilità che avvolge tutto e tutti.

Su questa base si innesta il nucleo sintetico del NT, ossia l’essenza della predicazione dei discepoli di Gesù sull’evento Gesù Cristo, da loro esistenzialmente sperimentato. Si tratta del kérygma (= proclamazione, predicazione), che viene qui proposto in una sua possibile definizione4:

• Dio ha rivelato al mondo presente la sua universale volontà di salvezza per mezzo di Gesù Cristo, ossia per mezzo della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, le quali fondano, rappresentano e contengono in forma iniziale e in linea di principio il cammino di tutti coloro che debbono essere salvati. Vediamo in proposito un testo evangelico particolarmente importante, tratto dalla versione secondo Marco (cap. 8)5:

«27Poi Gesù e i suoi discepoli partirono alla volta dei villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per strada interrogava i suoi discepoli dicendo loro: Chi dice la gente che io sia?”. 28Ed essi gli risposero: Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”. 29Ma egli chiedeva a loro: E voi, invece, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: Tu sei il Cristo”. 30E intimò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. 32Gesù annunciava la Parola apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Va’ dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo i criteri di Dio, ma secondo quelli degli esseri umani”. 34E convocò la folla insieme ai suoi discepoli e disse loro: “Se qualcuno vuole camminare dietro di me rinneghi se stesso, sollevi la sua croce e mi segua. 35Infatti chiunque vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chiunque perderà la propria vita per me e per il vangelo, la salverà. 36Infatti quale vantaggio risiede nel fatto che un essere umano guadagni il mondo intero e la sua vita sia danneggiata? 37E che cosa potrebbe mai dare un individuo in cambio della propria vita? 38Infatti chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi”»6.

• Per raggiungere l’umanità nella libertà dei suoi membri, Dio ha agito, in definitiva, in modo del tutto inaspettato, scandaloso e stoltamente folle (1Corinzi 1,18-257). Con ciò egli ha posto il fondamento per dare a tutti gli esseri umani la salvezza, ossia la pienezza di vita.

• Egli la opera, senza alcuna eccezione, ma anche senza alcuna preferenza di principio, per tutti gli esseri umani che accettano questo agire di Dio, riconoscendolo come puro atto di amore e accettando di farlo proprio attraverso la fede, il battesimo e la eucaristia.

Questo affidamento si concentra su un Dio che è trinitario, ossia che è relazione vitale tra un Padre e suo Figlio la cui caratteristica essenziale (= il suo Spirito) è amore. Ogni rapporto tra gli esseri umani è invitato ad ispirarsi a questo tipo di legame. Pertanto

«essendo l’uomo a immagine di Dio, è chiamato anch’egli a realizzarsi in una libera comunione. Ed è in Cristo che possiamo cominciare a prendere questa forma. La Chiesa è quindi comunione ed è proprio la comunione per eccellenza cioè quella diversità rispettata e al tempo stesso quell’unità in Cristo»8.

La preghiera del “Padre Nostro” (Mt 6,9-13; Lc 11,2-4) costituisce la sintesi della fede a cui tutte le confessioni cristiane sono chiamate a fare riferimento.

Tutto quanto si è detto sinora ha una base fondamentale: il distintivo di chi cerca di essere cristiano non è tanto la sua dottrina o la sua religiosità, ma l’impegno reale, concreto a sostegno, prima che dell’onore di Dio – che nessuno potrà mai compromettere e che non necessita del riconoscimento umano per essere quello che è -, dell’amore dovuto alle altre donne e agli altri uomini. Il vero discepolo del Dio di Gesù Cristo, non è colui che anzitutto parla bene del suo Signore o che parla come lui, che lo conosce e lo riconosce a parole come Messia, Signore, figlio di Dio. È colui che sa e afferma tutto ciò perché cerca di vivere e di agire, per quanto gli è possibile, come lui, ossia come fratello degli altri esseri umani e figlio del Padre9.

3. Gli elementi di differenziazione

Quanto divide non è poca cosa. La disciplina sacramentale, la fisionomia e l’esercizio dei ministeri nella vita delle comunità ecclesiali, il valore del primato pontificio, il rilievo della figura di Maria, madre di Gesù, e dei Santi: questi sono alcuni dei terreni fondamentali di differenziazione tra cattolici, ortodossi e protestanti-riformati, il tutto con ulteriori, notevoli distinzioni all’interno dell’ortodossia e del protestantesimo e con varietà di accenti all’interno del cattolicesimo. Può avvenire che taluni gruppi di confessioni diverse si sentano più affini tra loro che con altri delle rispettive “matrici” storiche.

Non si può affermare che tutto questo sia trascurabile, anche se, sul fronte sacramentale e sul tema della considerazione della figura di Maria si sono fatti e si stanno facendo importanti progressi verso l’unità.

Il cammino verso un’unità che valorizzi le peculiarità costruttive di tutti è ancora lungo, anzitutto perché la storia ha creato un cumulo di diffidenze ed una serie di complessi di superiorità e di inferiorità, che non è semplice superare. Inoltre il percorso resta non facile perché operare per l’unità cristiana in modo cristianamente serio non può né deve voler dire, come alcuni ancora pensano. promuovere l’omogeneizzazione forzata e depauperante tra tutti i soggetti coinvolti verso uno solo dei soggetti coinvolti.

Il teologo cristiano Oscar Cullmann, che fece dell’ecumenismo una delle ragioni della sua esistenza, scriveva oltre venticinque anni or sono quanto segue:

«Bisogna riconoscere che la nostra debolezza umana dovuta al peccato non ci permette mai di compiere il nostro dovere ecumenico in una maniera perfetta. Non realizziamo mai pienamente la complementarietà; non arriviamo a far scomparire talune divergenze e noi possiamo accettarle in una comunità solo tramite la tolleranza reciproca… Ciò non dispensa, beninteso, una comunità di Chiese dall’obbligo permanente di riformarsi: semper reformanda. Quest’ordine non si rivolge soltanto a ogni Chiesa, ma alla comunità stessa. Riformarsi significa, in questo caso, cercare di liberarla dagli elementi che la deformano… Le confessioni sono l’espressione normale della diversità cristiana. Malgrado tutti gli elementi di peccato di cui esse sono cariche, la diversità dei carismi ci è resa accessibile attraverso di esse… Per quanto riguarda l’hic et nunc, il nostro compito ecumenico consiste nel cercare di raggiungere l’unità attraverso la diversità nel quadro che ci è dato…Lungi dal paralizzare lo zelo ecumenico, questa prospettiva deve renderci ancora più convinti e coraggiosi nel continuare a lavorare, uniti con le Chiese sorelle nella diversità arricchente e nella tolleranza reciproca, per la grande causa dell’unità voluta dal Cristo, nel quadro in cui siamo collocati, e senza dimenticare che la riuscita è nelle mani di Dio»10.

Cronologicamente successiva a queste parole del grande alsaziano è la fondamentale enciclica di Giovanni Paolo II Ut unum sint (25.5.1995). In essa il Pontefice, sia pure dando una lettura comprensibilmente meno positiva delle divisioni intracristiane11, sottolinea l’importanza del dialogo fra le confessioni perché tutte riescano a trovare insieme la via dell’unità in un sempre maggiore avvicinamento alla comprensione e presentazione della verità12, nel rispetto e nella valorizzazione relazionale delle differenze di tradizione e di cultura (nn. 55-67).

Secondo Papa Wojtyla tutto ciò deve avvenire promuovendo il superamento del fardello di incomprensioni, difficoltà e sospetti che la storia di secoli ha creato (n. 2) magari anche attraverso una collaborazione fraterna nella gestione del servizio d’unità proprio del primato petrino (nn. 95-96), nella comune consapevolezza che la croce di Cristo è l’elemento di unità cui anzitutto ispirarsi (n.1) in difesa di ogni tentativo di svuotare di senso il mistero della redenzione.

Sia il vescovo di Roma polacco che i suoi successori, in particolare l’attuale, Francesco – che ha dimostrato un’attenzione ecumenica davvero a 360° – insieme a molti altri cristiani hanno dimostrato e dimostrano la consapevolezza che, al di là di ogni facile irenismo, quanto vi è di convergente è certo più importante delle divergenze:

«le tre grandi tradizioni confessionali, ortodossia, cattolicesimo, protestantesimo, sono state da tempo identificate nelle figure simboliche di tre grandi testimoni dell’epoca apostolica. L’ortodossia sembra vivere oggi, con il suo misticismo contemplativo, il carisma di Giovanni l’evangelista, mistico e teologo; il protestantesimo ci richiama il carisma di Paolo, l’uomo della Parola, il testimone della libertà del cristiano; il cattolicesimo il carisma di Pietro, l’uomo della responsabilità, del servizio, dell’organizzazione. La chiesa unita dell’avvenire non può rinunciare a nessuno di questi doni; ed ogni cristiano è chiamato a rispettare e a fare proprio in qualche misura ciascuno di questi carismi, ricchezza donata dallo Spirito alla sua chiesa»13.

Queste sono, a mio avviso, le coordinate essenziali della vita di quanti cercano di essere cristiani. Essi, se tentano di esserlo realmente, sanno che il vero tradimento della propria identità è negare, come è stato fatto ripetutamente e per secoli, un dato di fatto: «”Dio può tutto, tranne che costringere l’uomo ad amarlo”… Dio può agire nel mondo soltanto attraverso i cuori che si aprono liberamente a lui e solo allora agisce come un influsso di luce, di pace e di amore»14.

Il senso di questa libertà, che non è un disincentivo, bensì un ulteriore stimolo alla testimonianza appassionata della propria fede, è un atteggiamento costituzionale del cristiano autentico, sia egli di tradizione cattolica, ortodossa o protestante-riformata.

Ciò implica il coraggio intellettuale ed emotivo di guardare al proprio impianto ecclesiologico-dottrinale e alla qualità della propria fede per cercare di capire che cosa eventualmente renda difficile il cammino personale e comunitario di conversione all’evangelo:

«può diventare demoniaco parlare delle nostre differenze solo come un dono, se queste spengono in noi il bisogno dell’altra confessione per cogliere meglio la voce dello Spirito. Lo Spirito infatti usa anche il linguaggio del conflitto e della correzione fraterna per scalfire la tiepidezza e la mediocrità della nostra fede»15.

Occorre avere il coraggio delle proprie idee, nella appartenenza sincera, appassionata e lungimirante alla propria famiglia ecclesiale, facendo emergere tutto quello che appare di evangelicamente bello e buono, trasmettendo la propria esperienza di fede anzitutto attraverso il contatto personale.

Questo nel quadro di una prospettiva concreta, intelligente, generosa e capace di pensare in grande, anzitutto nelle caratteristiche quotidiane della Chiesa di cui si fa parte. Essa, per risultare fedele alle opere e parole del Cristo, deve essere fedele ad alcune condizioni religiose, culturali e sociali essenziali:

• deve essere pienamente sottomessa alla parola di Dio, nutrita e liberata da questa Parola che essa deve mirare a far conoscere, con serietà, rigore scientifico e profondità sempre maggiori, in ogni contesto sociale;

• deve porre la memoria vitale dell’Ultima cena16 al centro della sua vita, contemplare il suo Signore, compiere tutto quello che fa «in memoria di lui» e modellarsi sulla sua capacità di dono senza risparmio;

• deve non aver paura di utilizzare strutture e mezzi umani, ma servirsene senza esserne serva;

• deve parlare più con i fatti che con le parole e non dire mai se non parole che partano dai fatti e poggino su fatti, ispirandosi sempre a sincerità e trasparenza nella sua vita interna e nei rapporti con il “mondo”;

• deve essere attenta ai segni della presenza dello Spirito nella contemporaneità ovunque si manifestino, senza facilonerie emotive e senza cautele esasperate;

• deve essere consapevole del cammino arduo e difficile di molta gente di oggi, delle sofferenze quasi insopportabili di tanta parte dell’umanità e sinceramente partecipe delle pene di tutti e desiderosa di consolare;

• deve portare la parola liberatrice e incoraggiante dell’Evangelo a coloro che sono gravati da pesanti fardelli, lasciando cadere tutto quanto è formalismo e trionfalismo legato al passato;

• deve scoprire le nuove povertà, vicine e lontane, tra i cristiani come tra qualsiasi componente dell’umanità, e non essere troppo preoccupata di sbagliare nello sforzo di aiutare in maniera creativa chi ne è colpito;

• non deve privilegiare nessuna categoria, né antica né nuova, accogliere ugualmente giovani e anziani, cercare di educare e formare tutti coloro che sono raggiungibili alla fede e all’amore17 e puntare a valorizzare tutti i servizi e ministeri nell’unità della comunione18.

Se tutto questo resta soltanto un sogno, la fede cristiana e il suo annuncio non hanno alcunché di significativo da dire all’umanità del presente e del futuro, mentre non è certamente così:

«se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, ma deve anche schiodare tutti coloro che vi sono appesi, noi oggi siamo chiamati ad un compito dalla portata storica senza precedenti: “Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi” (Isaia 58,6). Pertanto, non solo dobbiamo lasciare il “belvedere” delle nostre contemplazioni panoramiche e correre in aiuto del fratello che geme sotto la sua croce personale, ma dobbiamo anche individuare, con coraggio ed intelligenza, le botteghe dove si fabbricano le croci collettive»19.

In questa modalità di vita si gioca una delle possibilità essenziali di perseguire l’unità cristiana come meta di tutti con un solo scopo: condividere la gioia della festa piena (Lc 15,32) che accomuna tutti gli esseri umani, comunque bisognosi di riconciliarsi con se stessi e con gli altri. E la gioia in questione non può che radicarsi nella scoperta e celebrazione dell’amore divino per gli esseri umani.

Tuttavia tra le Chiese cristiane non esiste comunione piena ad esempio proprio in ciò che riguarda l’Eucaristia/Santa Cena20. Uno degli aspetti qualificanti di queste differenze consiste nella diversa concezione della presenza di Gesù Cristo nel pane e nel vino della celebrazione. In una prospettiva che punti a delineare, in proposito, le strade di una visione sempre più ecumenica mi sembrano assai illuminanti le seguenti affermazioni:

«L’Eucaristia comporta la presenza di Cristo in un modo unico che non può essere paragonato con nessun altro modo di presenza da parte di Dio… Gesù ha detto sul pane e sul vino dell’Eucaristia: “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue”. Quanto Cristo ha detto è la verità, e si compie ogni volta che viene celebrata l’Eucaristia. La Chiesa confessa la presenza reale, vivente e operante di Cristo nell’Eucaristia. La presenza di Cristo nell’Eucaristia è una presenza personale che entra in relazione personale con i credenti e con i comunicanti. La presenza eucaristica non è una cosa o un oggetto, è una relazione da persona a persona. Un mobile non è presente in una stanza; esso è semplicemente là. Delle persone possono trovarsi molto vicine o perfino chiuse in un luogo, per esempio in un mezzo di trasporto collettivo senza essere presenti le une alle altre; come gli oggetti, possono addirittura essere soltanto le une in riferimento alle altre. Se per esempio sopraggiunge un incidente, se qualcuno viene ferito e gli altri si occupano di lui, lo curano e lo aiutano, allora quegli esseri che erano semplicemente là, diventano presenti gli uni agli altri, perché le loro persona entrano in relazione le une con le altre: l’essere presente di ognuna di loro coincide con l’essere presente dell’altra; da oggetti giustapposti che erano diventano presenti le une alle altre secondo una relazione veramente personale. Tuttavia questa relazione personale tra gli esseri, questa presenza degli uni agli altri, questa coincidenza del loro essere presente, non possono attuarsi che attraverso la mediazione dei corpi che si danno gli uni agi altri segni personali di presenza. La presenza di Cristo nell’Eucaristia è la presenza personale del Risorto, che entra in relazione con la persona di ogni cristiano, che fa coincidere il suo presente con il presente di ognuno. Il mezzo o la mediazione di questa relazione personale di Cristo con i comunicanti è il suo corpo di Risorto, che è presente e si manifesta sotto i segni del pane e del vino: il corpo del Risorto diventa corpo eucaristico per stabilire la relazione personale di Cristo con la persona dei credenti, attraverso il loro corpo, del quale diventa il nutrimento soprannaturale»21.

Nella prospettiva dell’unità della Chiesa di Gesù Cristo ogni segno di ecumenismo intelligente ed appassionato va messo in evidenza con gratitudine ed entusiasmo. Ricordiamo con gioia e senso di responsabilità gli interventi di papa Francesco e di alcuni esponenti luterani, a Lund, in occasione dell’inizio delle celebrazioni del quinto centenario della Riforma luterana (31 ottobre 2016). Facciamo anche un passo indietro. Il moderatore della Tavola Valdese Eugenio Bernardini, quando accolse papa Francesco a Torino nel Tempio Valdese (22 giugno 2015 – il grassetto è mio) si espresse così:

«abbiamo letto nella Sua esortazione apostolica Evangelii gaudium due affermazioni sul modo di intendere e vivere l’ecumenismo che siamo lieti di poter condividere. La prima riguarda la visione dell’unità cristiana come “diversit riconciliata” che Lei propone (n. 230), e che la stessa che l’ottava Assemblea mondiale della Federazione Luterana riunita a Curitiba (Brasile) proponeva nel 1990. Crediamo anche noi che l’unit cristiana possa e debba essere concepita proprio così: come “diversit riconciliata”, in cui occorre sottolineare sia la parola “diversit”, sia l’esigenza che sia “riconciliata”. La seconda affermazione riguarda i rapporti tra le diverse chiese cristiane. Lei scrive: “Sono tante e tanto preziose le cose che ci uniscono! E se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi” (n. 246). molto bello questo pensiero di cercare nelle chiese diverse dalla nostra non i difetti e le mancanze – che indubbiamente ci sono – ma ci che lo Spirito Santo vi ha seminato “come un dono anche per noi”. Proprio questo è l’ecumenismo: la fine dell’autosufficienza delle chiese; ogni chiesa ha bisogno delle altre per realizzare la propria vocazione. Non possiamo essere cristiani da soli… Dovremo affrontare, per, anche questioni teologiche tuttora aperte…La prima questa: il concilio Vaticano II ha parlato delle chiese evangeliche come di “comunità ecclesiali”. A essere sinceri, non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione: una chiesa a metà? Una chiesa non chiesa? Conosciamo le ragioni che hanno spinto il Concilio a adottare quell’espressione, ma riteniamo che essa possa e debba essere superata… È nostra umile ma profonda convinzione che siamo chiesa: certo peccatrice, semper reformanda, pellegrina che, come l’apostolo Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta (cfr. Filippesi 3,14), ma chiesa, chiesa di Gesù Cristo, da Lui convocata, giudicata e salvata, che vive della sua grazia e per la sua gloria»22.

Nella risposta, Papa Francesco, tra l’altro, disse:

«L’unità che è frutto dello Spirito Santo non significa uniformità. I fratelli infatti sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro. Ciò è ben chiaro nel Nuovo Testamento, dove, pur essendo chiamati fratelli tutti coloro che condividevano la stessa fede in Gesù Cristo, si intuisce che non tutte le comunità cristiane, di cui essi erano parte, avevano lo stesso stile, né un’identica organizzazione interna. Addirittura, all’interno della stessa piccola comunità si potevano scorgere diversi carismi (cfr. 1 Cor 12-14) e perfino nell’annuncio del Vangelo vi erano diversità e talora contrasti (cfr. At 15,36-40). Purtroppo, è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro. Riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri. È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!».

E quanto ci sia bisogno oggi e nel futuro di questo genere di fede, del riconoscimento reciproco tra cristiani di diverse denominazioni, a partire da una lettura comune dei testi biblici e, specificamente, evangelici intelligente ed appassionata è sotto gli occhi di tutti, in piena libertà e responsabilità, dall’Italia, all’Europa al mondo intero…

1 L. MAGGI, Identità in gioco. Per un ecumenismo non confessionale, in “Orientamenti” 1-2 (1998), 47.

2 Cfr., per es., Dt 28,59; 1Sam 2,35; 25,28; Prv 25,13; Is 8,2; Ab 1,5; Gb 29,24; Sal 27,13; 116,10; Gen 15,1-6.

3 In ambito primo-testamentario per descrivere l’atteggiamento chiamato fede si utilizzano anche altre derivazioni: batàh (fidarsi), qiwwàh (sperare), hikkàh (attendere con ansia), hasàh (rifugiarsi).

4 La fede cristiana «ingloba in sé il tener per vero e l’obbedienza, l’adesione interiore e la professione di fede esteriore, la fiducia nel potente Dio della salvezza e la speranza nella salvezza finale» (H. SCHLOSSER, fede, in Ebraismo, cristianesimo, islam: dizionario comparato delle religioni monoteistiche, a cura di A.T. KHOURY, tr. it., Piemme 1991, p. 220).

5 Qui come nel seguito di questo contributo le traduzioni di testi neo-testamentari sono opera mia.

6 Per un commento a questo passo marciano e all’intera versione evangelica secondo Marco cfr., per es., Aa.Vv., MARCO. Nuova traduzione ecumenica commentata, Edizioni Terra Santa, Milano 2017. Si tratta del primo di quattro volumi frutto di un progetto formativo ecumenico rivolto ad un vasto pubblico per un rapporto con i testi evangelici sempre più diretto ed efficace.

7 «17Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a proclamare il vangelo; non però con sapienza retorica, perché non venga svuotata di senso la croce di Cristo. 18Il discorso della croce infatti è folle stupidità per quelli cha vanno all’annientamento, ma per quelli che vanno verso la salvezza, per noi, è potenza di Dio. 19Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annienterò l’intelligenza degli intelligenti. 20Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato follemente stupida la sapienza di questo mondo? 21Poiché, infatti, nell’ambito della sapienza di Dio il mondo, con la sua sapienza, non ha riconosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la folle stupidità della predicazione. 22E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23noi, invece, predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, folle stupidità per i pagani; 24ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. 25Perché ciò che è folle stupidità di Dio è più sapiente degli esseri umani, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli esseri umani».

8 O. CLÉMENT, Taizé, un senso alla vita, tr. it., Paoline, Milano 1998, p. 62.

9 Vediamo due testi biblici assai eloquenti in questa prospettiva:

• Lettera ai Filippesi (cap. 2): 1Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dall’amore, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di tenerezza ed appassionata partecipazione, 2rendete piena la mia gioia raggiante con l’unione dei vostri spiriti, con lo stesso amore, con il medesimo orientamento interiore. 3Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4senza cercare il proprio esclusivo interesse, ma anche quello degli altri. 5Abbiate in voi lo stesso orientamento interiore che fu in Cristo Gesù, 6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un possesso da difendere gelosamente il fatto di essere uguale a Dio; 7ma svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli esseri umani; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso e si rese obbediente fino a morte e a una morte di croce. 9Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha donato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11e ogni lingua proclami Signore Gesù Cristo, a gloria di Dio Padre».

I lettera di Giovanni (cap. 4): «19Noi amiamo perché egli ci amò per primo. 20Qualora qualcuno dica: “lo amo Dioe odi suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che ha visto e vede, non può amare Dio che non ha visto e non vede. 21E questo comandamento abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello».

10 O. CULLMANN, Les Voies de l’unité chrétienne, Cerf, Paris 1992, pp. 87-89.93.

11 Cfr., ad es., nn.1-2.5-7.

12 Si noti, in particolare, il paragrafo L’espressione della verità può essere multiforme (n.19).

13 G. CERETI, Molte chiese cristiane, un’unica chiesa di Cristo, Queriniana, Brescia 1992, pp. 9-10.

14 O. CLÉMENT, Taizé, un senso alla vita, pp. 59-60.

15 L. MAGGI, Identità in gioco, pp. 52-53; «solo una ferma volontà di camminare sui sentieri della ricerca della comunione unita a una chiara disponibilità alla conversione può permetterci di guardare con serena fiducia il futuro. Il lavoro ecumenico non mira a cristallizzare in un modello empirico l’azione del regno ma a riconoscere la provvisorietà della pluralità confessionale unendola a una viva pratica di comunione ecclesiale: in questo modo si riconosce la presenza di Gesù nella storia e si cammina nella direzione voluta da lui, verso quella meta che egli ci ha indicato pregando “perché tutti siano una cosa sola”» (G. COLZANI, La teologia e le sue sfide, Paoline, Milano 1998, pp. 165-166).

16 Ecco il testo evangelico relativo nella versione secondo Marco (cap. 14): «12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dicono: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?”. 13Allora manda due dei suoi discepoli e dice loro: “Andate in città e vi si farà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo 14e là dove entrerà dite al padrone di casa: ‘Il Maestro dice: Dov’è il mio alloggio, dove io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?’. 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala adornata con i tappeti, già pronta; là preparate per noi”. 16I discepoli uscirono, entrarono in città e trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua». 17Sul far della sera, egli giunse con i Dodici. 18Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: “In verità vi dico, uno di voi mi tradirà, colui che mangia insieme con me”. 19Allora cominciarono ad addolorarsi e a dirgli uno dopo l’altro: “Sono forse io?”. 20Ed egli disse loro: “Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. 21Sì certo, il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell’uomo se non fosse mai nato!”. 22Mentre mangiavano, egli, preso il pane, pronunziò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro e disse: “Prendete, il mio corpo è questo”. 23E, preso un calice, pronunciò la preghiera di ringraziamento, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse: “Il mio sangue dell’alleanza è questo, versato per molti. 25In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”».

17 Si veda, in proposito, questo formidabile testo tratto dalla lettera di Paolo ai Galati (cap. 5): «1In vista della libertà Cristo ci liberò; resistete dunque con continuità e non lasciatevi assoggettare di nuovo al giogo della schiavitù. 2Ecco, io Paolo vi dico: se vi farete circoncidere, Cristo non vi gioverà assolutamente. 3E testimonio ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli deve osservare tutta quanta la Torah. 4Non aveste più nulla a che fare con Cristo voi che vi fate giustificare nella Torah; siete caduti fuori dal raggio d’azione della grazia. 5Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo a partire dalla fede la giustificazione e vi speriamo. 6Infatti in Cristo Gesù non ha alcuna importanza la circoncisione o la non circoncisione, ma la fede che si costruisce per mezzo dell’amore».

18 Cfr. C.M. MARTINI, Lasciamoci sognare, Basilica di Sant’Ambrogio – Milano – 7.12.1996 in “Il Regno-documenti” (3/1997), 316-317.

19 A. BELLO, Alla finestra la speranza, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 19948, p. 57.

20 Papa Bergoglio, il 15 novembre 2015, in visita alla Chiesa luterana di Roma, ha risposto ad una domanda molto importante sul tema dell’intercomunione. «Mi chiamo Anke de Bernardinis e, come molte persone della nostra comunità, sono sposata con un italiano, che è un cristiano cattolico romano. Viviamo felicemente insieme da molti anni, condividendo gioie e dolori. E quindi ci duole assai l’essere divisi nella fede e non poter partecipare insieme alla Cena del Signore. Che cosa possiamo fare per raggiungere, finalmente, la comunione su questo punto?». Papa Bergoglio ha risposto così: «Grazie, Signora. Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderLe, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: “Fate questo in memoria di me”. E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. E’ vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme. Lei è una testimonianza di un cammino anche profondo perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. Abbiamo lo stesso Battesimo. Quando Lei si sente peccatrice – anche io mi sento tanto peccatore – quando suo marito si sente peccatore, Lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il Battesimo. Quando voi pregate insieme, quel Battesimo cresce, diventa forte; quando voi insegnate ai vostri figli chi è Gesù, perché è venuto Gesù, che cosa ci ha fatto Gesù, fate lo stesso, sia in lingua luterana che in lingua cattolica, ma è lo stesso. La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali soltanto se uno è sincero con sé stesso e con le poche “luci” teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso, vedete voi. “Questo è il mio Corpo, questo è il mio sangue”, ha detto il Signore, “fate questo in memoria di me”, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare. Io ho avuto una grande amicizia con un vescovo episcopaliano, quarantottenne, sposato, due figli e lui aveva questa inquietudine: la moglie cattolica, i figli cattolici, lui vescovo. Lui accompagnava la domenica sua moglie e i suoi figli alla Messa e poi andava a fare il culto con la sua comunità. Era un passo di partecipazione alla Cena del Signore. Poi lui è andato avanti, il Signore lo ha chiamato, un uomo giusto. Alla sua domanda Le rispondo soltanto con una domanda: come posso fare con mio marito, perché la Cena del Signore mi accompagni nella mia strada? È un problema a cui ognuno deve rispondere. Ma mi diceva un pastore amico: “Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente. E qual è la differenza?” – “Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…”. La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: “Una fede, un battesimo, un Signore”, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo, perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più» (http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2015/11/incontro-di-papa-francesco-nella-chiesa.html).

21 M. THURIAN, Il mistero dell’Eucaristia, Edizioni Paoline, Roma 1982, pp. 76-84.

22 “Parola&parole” 24 (2015), 55-56.

Ernesto Borghi

Nato a Milano nel 1964, sposato con Maria Teresa (1999) e padre di Davide (2001) e Michelangelo (2007), ha studiato all’Università degli Studi di Milano, conseguendo la laurea in lettere classiche (1988), e, all’Università di Fribourg, la licenza in scienze religiose (1993) e il dottorato in teologia (1996). Dal 2012 ha inoltre il baccalaureato in Scienze Bibliche presso la Pontificia Commissione Biblica. E' biblista professionista dal 1992. Insegna introduzione alla Sacra Scrittura alla FTTR/ISSR "Romano Guardini" di Trento. Dal 2003 è coordinatore della formazione biblica nella diocesi di Lugano e presiede l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana (www.absi.ch - canale you tube “Associazione Biblica della Svizzera Italiana”). Dal 2005 è membro del Comitato Etico del Dipartimento Sanità e Socialità del Canton Ticino e redattore della Rivista ticinese “Dialoghi”.

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