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Sul confine


Sono nato vicino ad una frontiera e a cavallo di una frontiera sono cresciuto. Ogni giorno, in quell’età in cui ogni esperienza è ricca di prime volte e in cui ogni momento tesse la tela di quel che noi saremo, passavo di qua e di là, cambiando con la posizione sguardo e punto di vista.
Scoprii che il mondo era più ampio di quel che sembrava, che da una parte della frontiera si facevano cose in cucina che dall’altra parte erano impensabili, eppure buone. Scoprii anche che la ragione non sta tutta da una parte, che ascoltando persone di qua e di là dalla frontiera si scoprono particolari insospettati, che ci rendono più prudenti nell’esprimere giudizi.
Ho scoperto che da una parte e dall’altra ero a casa e mi si voleva bene per tutto quanto si aveva in comune, ma comunque… con un po’ di distanza per quel che in me sapeva troppo “dell’altra parte”. E quindi si era sempre un po’ talian da m… oppure svizzerotto… troppo terrone per alcuni, troppo polentone per altri.
Questa esperienza è stato come un imprinting che ha indelebilmente segnato tutta la mia vita. Non so se fu una vocazione o una coincidenza, ma da allora mi trovai sempre sul confine: tra bianchi e neri, tra asia ed Europa, tra amici “comme il faut” e “sbragati” – che da giovane mi intestardii a far divertire insieme, riuscendoci anche abbastanza. E poi nel mio lavoro tra scienza e teologia, tra scuola e ricerca, tra religioni. Fino alla mia famiglia in cui i confini si moltiplicano così come le vie che li attraversano.
È andata così, e non dico che sia stato facile né sempre piacevole. Qualcuno si trova sempre che ti farà pagare il tuo essere stato anche “dall’altra parte”.
Oggi il mio punto di osservazione si colloca nel confronto e dialogo tra uomini di religioni diverse e in quello spazio di intersezione tra pensiero religioso e visione delle scienze naturali.
Da qui proverò a condividere con voi alcuni pensieri, spigolando tra le mille notizie di ogni giorno.

Per cominciare permettetemi di essere banale. Vorrei parlare di pace e della nostra cattiva abitudine di correre. Andiamo troppo di fretta. Lo diciamo spesso, lo diciamo tutti con quell’espressione autoassolutoria e complice con cui ci diciamo “ormai è così, che ci vuoi fare”.
E in effetti è così. Qualunque sia la causa, ogni nostra attività, lavoro, studio, la cura dei figli si svolge su un territorio sempre più ampio e con orari sovrapposti. Ormai siamo sicuri che tutto debba essere fatto di fretta, ci siamo abituati.
L’urgenza di questi tempi sembra che non ammetta esitazioni. Facciamo un giro sui social, sentiamo la necessità di dire prima che sia troppo tardi quel che abbiamo imparato, di condividere notizie urgenti, di denunciare incoerenze e ipocrisie. L’indignazione, il dolore e la paura che la guerra in corso.
In realtà la nostra possibile opposizione alla violenza è resistere alla tentazione di reagire troppo in fretta. Siamo invitati a esprimerci a reagire subito, a commentare e schiacciare bottoni e “mi piace”. Invece dovremmo dire: “aspetta che ci penso”. Il nostro silenzio inatteso è come sabbia in un ingranaggio turbinoso che distribuisce immagini e notizie, vere, false, quasi sempre parziali in un vortice che porta solo confusione e che ai autoalimenta di paura ed emozioni a volte fuori controllo. Dovremmo evitare di esternare immediatamente pensieri trasportati dall’emozione, senza accorgerci magari che una frase sbagliata, un punto di vista superficiale genererà rabbia e risentimento in chi ci legge o ascolta. La fretta mescolata con buone intenzioni e forti emozioni sono la ricetta per un aumento, magari piccolo, ma efficace, della violenza.
Non abbiamo scelta, la pace si consegue solo con un comportamento sapiente e pacifico. La fretta lasciamola ai momenti adatti, una vita in pericolo, un treno in partenza, scongiurare un imminente pericolo quando siamo in grado di perlomeno tentare.
In questo bellissimo angolo del mondo un drappello di uomini e donne hanno scelto di iniziare un cammino di approfondimento che riguardi il rapporto tra religioni e tra comunità religiose e società. Lo fanno nella loro vita con umiltà e dedizione e hanno deciso di formarsi frequentando il Master in Scienza, filosofia e teologia delle religioni della Facoltà di Teologia di Lugano. Una parte di loro vive nelle vicinanze, altri invece frequentano il corso online e sono magari lontani migliaia di chilometri da Lugano. In questo blog porterò ogni tanto anche la loro voce.

Alberto Palese

Nato nel 1966 a ridosso del confine italo-svizzero nella stessa zona di frontiera è cresciuto e ha studiato. Sposato con un figlio. Laureato in Biologia e Dottore in Teologia, nella sua vita ha fatto principalmente l’insegnante, professione che gli suscita sempre entusiasmo, e qualche mal di capo. Oltre che alla formazione e al lavoro si è dedicato alla musica e ad esperienze di volontariato nella cooperazione internazionale, nel commercio equo e in tanti altri formidabili incontri con uomini e donne di questo tempo.

Negli anni ha avuto allievi di tutte le età e ha avuto la fortuna di insegnare diverse materie. Attualmente è docente di scienze naturali nelle Scuole Medie cantonali e coordinatore dell’istituto Religioni e Teologia della Facoltà di Teologia di Lugano. Appassionato del rapporto tra scienza, cultura e religione continua a esplorare il mondo lungo le frontiere tra genti, discipline, pensieri, nazioni.

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