Mons. Lazzeri: «Un malato è un volto e un nome a cui Dio non può rinunciare!»

Ieri, il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, ha celebrato la Santa Messa della Quarta domenica di Quaresima nella chiesa del Cristo Risorto a Lugano (a questo link è possibile rivedere la celebrazione). Durante l’omelia il Vescovo ha sottolineato come nonostante le difficoltà di questi giorni «possiamo attraversare la fatica, non con supponenza ostentata né false sicurezze, ma come umili testimoni della gioia cristiana. La gioia possibile sempre, anche in tempi di coronavirus: la gioia di essere salvati!».

Il testo dell’omelia

«Carissimi,
come in uno specchio, ci riconosciamo nel vangelo di oggi! Infatti, nel racconto che abbiamo ascoltato, c’è molta gente che non sa, che sa poco o crede di sapere; c’è molta gente che si interroga, dubita, discute, avanza possibili spiegazioni o rinuncia del tutto a darne. È così anche per noi, in questi giorni tribolati.
Eppure, in mezzo a tante ombre, oscurità e falsi bagliori, scorgiamo anche una luce, una fiamma che illumina gli occhi e riscalda il cuore.
All’inizio, certo, è solo una scintilla, un resoconto asciutto di quello che è capitato: «l’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: ›Va’ a Siloe a lavarti’. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista» (Gv 9,11).
Poi, però, questa consapevolezza iniziale, come un ruscello che diventa fiume, cresce a ogni confronto con gli altri, si radica interiormente. Finalmente, diventa una gioiosa professione di fede, un concreto e personale gesto di adorazione: «’Credo, Signore!’. E si
prostrò davanti a lui» (Gv 11,38).
Ci stiamo sempre più accorgendo, in questi tempi oscuri, di essere diventati tutti mendicanti di luce. Non solo. Forse siamo entrati nella condizione di cogliere la verità, che di solito a malapena riusciamo a sfiorare: siamo tutti nati ciechi, ossia, incapaci di fare chiarezza, a partire da noi stessi – senza un incontro, senza una parola altrui – sul nostro essere venuti al mondo.
Forse per la prima volta, nella nostra vita, ci troviamo a muoverci nel tempo, senza poter fare molti programmi per il domani. Le nostre agende si svuotano. Sono pochi e immediati gli appuntamenti che riusciamo a fissare e a prevedere. Alle nostre giornate si impone un ritmo, lento e insieme ansiogeno, a cui non siamo abituati. Camminiamo al buio.
Qual è il senso di ciò che stiamo affrontando a livello mondiale? Nessuno può dirlo con certezza. Questo, però, non significa che siamo costretti a negare la Luce, che brilla nelle tenebre di questo mondo. Niente ci autorizza a dire che la notte ha inghiottito lo Splendore sorprendente, a cui sempre possiamo fare riferimento.
È la resistenza spirituale del cristiano che siamo tutti chiamati a esercitare! Non si tratta di una teoria filosofica o di un sistema religioso. È l’esperienza di un incontro che progressivamente ti insegna un nuovo modo di guardare alla realtà, a leggerla diversamente, con gli occhi stessi di Gesù: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3).

Com’è importante sottolineare la novità di questo approccio! Le cose che non sappiamo spiegare – le disgrazie, le malattie, gli imprevisti – noi vorremmo a tutti i costi riportarle sotto la nostra capacità di decifrazione e di controllo! Fino all’assurdo di chiedersi sempre di chi è la colpa del male che sta capitando. Gesù fa saltare alla radice questo perverso meccanismo. Non c’è condizione umana, segnata dal limite, dall’incompletezza, dalla privazione, che sia semplicemente un problema da risolvere. Un malato non è un caso che si aggiunge agli altri, una criticità supplementare che aggrava le statistiche. È un volto e un nome a cui Dio non può rinunciare!
«Gesù passando» non vede semplicemente un cieco nato. «Gesù passando» vede anzitutto «un uomo»! E ogni essere umano, con la sua storia singolare, con i suoi percorsi più o meno aggrovigliati, rimane, in ogni circostanza, perfino la più drammatica, l’occasione imperdibile di Dio, l’ambito unico e irripetibile, in cui Dio agisce e può far conoscere, in maniera insostituibile la sua opera nel mondo.
Gesù, con il suo gesto, ci riporta alla prima creazione. Ci incontra, ci tocca, si prende cura di noi, e subito cominciamo a essere liberati da tutto l’illusorio a cui di solito ci aggrappiamo: quello che sappiamo a partire dalle chiacchiere tra vicini, quello che i genitori possono dire dei figli, quello che un’istituzione religiosa riesce a fornire come chiave interpretativa.
Il cristiano è un essere umano per certi versi disarmato, quando prende coscienza di chi è veramente. È illuminato, certo, ma soltanto quando considera lo sguardo posto su di lui da Cristo. Il cristiano, come tutti quelli intorno a lui, che in un modo o nell’altro devono confessare la loro ignoranza, non sa tante cose. È talmente indifeso che può essere cacciato fuori, rimanere solo, fisicamente isolato. Niente e nessuno, però, lo potrà mai sottrarre alla sollecitudine infinita del «Figlio dell’uomo», che non cessa di cercarci, finché non ci trova.
Carissimi amici, certo noi stiamo vivendo un’ora particolarmente densa di preoccupazioni.
Chiusi nelle nostre case, come occorre fare in questo momento, facciamo fatica a trovare fuori i motivi per alimentare la nostra speranza. Ci sentiamo a metà del guado e non scorgiamo ancora l’approdo.
Siamo però invitati ad avere fiducia. Nessuno di noi nasce come creatura di luce, senza ombre e senza oscurità. Siamo fatti di argilla, friabile, pesante e opaca, ma siamo sempre nelle mani amorose e attente del Creatore. Non nasciamo cristiani – diceva uno scrittore dei primi secoli – ma lo diventiamo.
Finché avremo il coraggio di gridare a Dio: «siamo ciechi», «non ci vediamo», «siamo
cercatori di luce», niente, neanche una pandemia, può farci realmente paura. Siamo già
«luce nel Signore». Possiamo attraversare la fatica, non con supponenza ostentata né false
sicurezze, ma come umili testimoni della gioia cristiana. La gioia possibile sempre, anche
in tempi di coronavirus: la gioia di essere salvati!».

La celebrazione di domenica 22 marzo a Lugano.
23 Marzo 2020 | 09:10
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