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Migrazione e integrazione: una sfida che attraversa i confini

Migrazione, educazione, integrazione: tre parole di seguito e perfettamente in rima, anzi in rima ricca, per un Convegno di studio intenso e generoso di spunti, comprensivo pure dell’imparare a riflettere. Non si tratta infatti di sole parole, ma di un impegno su vari fronti e livelli, che coinvolgono direttamente il vivere, personale e sociale. Tre parole quindi esistenziali e attuali, peraltro seguite da un punto interrogativo che interpella e chiede una risposta, compresa quella di ritrovarsi con una domanda non risolta. Il Convegno sulle tre parole, i cui significati vanno ben al di là dei rispettivi significanti, promosso lo scorso lunedì dall’Istituto RETE (Religioni e Teologia), della locale Facoltà teologica, è stato aperto, con un cordiale saluto augurale di un proficuo lavoro, dal Rettore René Roux. Un’apertura pure sottolineata da Adriano Fabris, direttore dell’Istituto e coordinatore dell’incontro con quella sua preziosa capacità di ben inquadrare e sintetizzare il percorso, snodatosi sull’arco delle varie relazioni, tutte affidate a persone di grande competenza. Nella fase iniziale sono pure intervenuti, sottolineando a loro volta l’attualità e la portata storica del fenomeno migratorio, l’on. Manuele Bertoli, direttore del DECS, il rettore dell’USI Boas Erez e il Vescovo Mons. Valerio Lazzeri, Gran Cancelliere della stessa Facoltà.
Tutti, abbinando il saluto a un’iniziale entrata in materia, hanno sottolineato complessità e attualità del fenomeno migratorio che attraversa secoli e continenti. Sono quindi iniziate le relazioni.

Per una cittadinanza globale

La prima relazione era affidata a Stefania Giannini, Assistant Director-General for Education, Unesco, Parigi. Fatte le necessarie premesse sul progressivo estendersi del fenomeno e precisato il suo impegno presso l’Unesco nell’esplicito settore dell’educazione, ha sottolineato in particolare l’esigenza di una concreta progettualità che scaturisce anche da una lettura chiara della problematica, come pure la necessità di muoversi in un orizzonte di speranza. Si tratta di una sfida sociale che chiede il superamento di resistenze e diffidenze. Occorre quindi giungere a livello globale ad una scelta educativa condivisa, con essenziali e necessari presupposti. Fra questi in particolare la presenza di docenti appositamente preparati alla complessità del compito, tenendo presente sia l’aspetto quantitativo, sia quello qualitativo, che esige una preparazione costantemente adeguata e comprensiva pure della dimensione socio-emozionale del fenomeno. In questo orizzonte va prestata particolare attenzione alla lingua, quale elemento di socializzazione, ma pure di isolamento, armonizzando i contenuti e favorendo un contesto di apprendimento, che escluda ogni forma di violenza di qualsiasi provenienza. Occorre quindi anche un quadro di riferimento internazionale per il riconoscimento delle competenze acquisite, come una forma di «passaporto di conoscenze». Il tutto nella prospettiva di quella auspicata cittadinanza globale, che rimane obiettivo chiaro e luminoso di speranza.

Il ruolo della formazione professionale

La seconda relazione era affidata a Philippe Gnaegi, Presidente del Consiglio dell’EHB (Eidgenössiches Hochschulinstitut für Berufsbildung), Berna. Si è dapprima soffermato sul fenomeno migratorio in Svizzera confrontandone i dati con l’evolversi della popolazione e richiamando tensioni politiche e pure iniziative, che hanno purtroppo segnato negativamente questa strada. Ha dato spazio al significato di integrazione culturale, sottolineando in particolare la funzione della lingua e quella economica, legata ad un lavoro stabile. In questa prospettiva, sempre richiamando la chiara differenza fra integrazione e assimilazione, ha dato particolare risalto alla formazione professionale. Infatti l’esperienza pratica e concreta, abbinata alle conoscenze teoriche, facilita i contatti, gli scambi, il dialogo e di conseguenza l’obiettivo stesso dell’integrazione. Si è soffermato su taluni aspetti emozionali, sottolineando l’importanza di una formazione rivolta alla mente e al cuore, elevando il nostro impatto con il fenomeno migratorio da un sentire di «pancia» a quello del cuore e della mente. In questa prospettiva la formazione professionale, che non sbocca mai peraltro in binari morti, lasciando sempre intravedere ulteriori sviluppi fino a livelli universitari (SUPSI), come pure lo stesso mondo del lavoro, sono elementi importanti per una fattiva, concreta e positiva integrazione.

Due identità antropologiche

Fabio Merlini, direttore regionale dell’IUFFP (Istituto Universitario federale per la Formazione Professionale), Lugano, ha precisato significato e valore di un’autentica formazione, che significa di fatto anche una profonda liberazione da preconcetti. Nel contempo ha posto l’accento su due modi diversi di riconoscersi come identità, richiamando due contrapposte figure antropologiche, rispettivamente rivolte all’apertura o alla chiusura. Di conseguenza il riconoscere i motivi di appartenenza ad una o all’altra delle citate figure chiama direttamente in causa la formazione, chiamata a cogliere e far comprendere le ragioni di due sentimenti fra loro contrapposti, che influiscono direttamente sul rapporto con l’altro, relativamente alle due citate identità: una inserita in un processo di movimento, l’altra statica. Due identità che generano da una parte una politica di apertura, dall’altra quella della chiusura e della paura. Ecco quindi l’importanza del ruolo formativo per una progressiva comprensione di se stessi e di conseguenza del proprio comportamento, superando così quell’orizzonte di inquietudine che fa guardare l’altro, in particolare l’emigrante e lo straniero, con paura e conseguente chiusura. Ha concluso la sua profonda relazione, dai risvolti filosofici ed esistenziali ben chiari, con un simbolico racconto tolto dell’VIII Libro della Metamorfosi del poeta latino Ovidio, ambientato sui Colli di Frigia, dove Filemone e Bauci riservano accoglienza a chi si presenta alla porta della loro povera casa «piccola, piccola, con un tetto di paglia e di canne palustri», che era di fatto una capanna. I due anziani, vivendo l’accoglienza, spezzano il cerchio autosufficiente dell’identico e dell’uguale, dando un senso di pienezza alla loro esistenza.

Diritto all’Asilo e Minorenni

L’ultima relazione del mattino era affidata all’ avv. Paolo Bernasconi, membro del Comitato della Sezione Svizzera di Human Rights Watch, nonché Presidente di «Ethics and Compliance» Switzerland. Nel suo intervento, orientato sul Diritto d’Asilo Svizzero, si è in particolare soffermato sui minorenni non accompagnati. Coloro cioè che non hanno ancora compiuto i 18 anni e non arrivano al seguito di persone adulte. Per loro sono previste misure speciali di protezione, quali una rappresentanza legale (persona di fiducia, curatore, tutore) prestazioni di assistenza sociale, accesso all’educazione, integrazione in famiglia, possibilità di mobilità. Si è soffermato sull’ampia casistica dei permessi e sulla problematica della definizione dell’età, partendo, in assenza di documenti ufficiali, dalla dichiarazione del richiedente stesso, da eventuali prove documentali, dalle complesse analisi dello sviluppo osseo o della maturità sessuale. Ha precisato le misure di coercizione: dalla ritenzione ai limiti di mobilità, dall’obbligo di residenza compreso l’alloggiamento in bunker sotterranei, alla detenzione amministrativa, fino al rimpatrio. Ha sottolineato che questi minorenni non accompagnati fuggono nella maggior parte dei casi da un inferno (di bombe o di fame), attendendo di giungere in un paradiso, ma finendo di fatto in una specie di limbo. Vivono con sentimenti di insicurezza e paura l’avvicinarsi dei 18 anni, che segna di fatto il venir meno delle accennate misure di protezione. Necessario quindi al riguardo un adeguato periodo di transizione. Fondamentale il riconoscimento del diritto all’integrazione, che presuppone un trattamento uguale per ogni persona. In questa prospettiva si è pure accennato alla distribuzione di questi minorenni nei vari Cantoni svizzeri secondo una calcolata ripartizione, ad un’ assicurazione malattia subito stipulata per loro, all’affidamento ad un medico di famiglia, che assicuri continuità e comunicazioni. Circa la loro scolarizzazione si è accennato alla formazione di gruppi seguiti da docenti specializzati, fino al successivo loro inserimento nella classe normale. Si tratta di un settore importante e delicato, che richiede particolare attenzione, altrettanta comprensione e grande fiducia, già a partire della stessa non facile determinazione dell’età del minorenne.

Il popolo di migranti e in cammino

Il primo intervento del pomeriggio era affidato a Mons. Azzolino Chiappini, docente di Teologia fondamentale e di Ecumenismo alla Facoltà di Teologia, di cui è pure Rettore emerito. Chiara e molto didattica la sua relazione, rivolta a un popolo di migranti e in cammino, sviluppata lungo il fatto, la conseguenza per chi accoglie, la contaminazione da leggere in ottica positiva. Ha percorso il fenomeno migratorio, il fatto del viaggio e del cammino, rifacendosi direttamente all’esperienza del Popolo ebraico. E’ così partito da Abramo che esce dalla sua terra, passando poi alla migrazione del Popolo in Egitto, alla sua successiva uscita da quella terra a causa della persecuzione, all’esperienza dell’esilio ben sottolineata dai Profeti, ai chiari principi sulla condotta verso lo straniero contenuti nella Bibbia, all’esperienza stessa di Gesù, che deve trovare rifugio in Egitto per fuggire alla minaccia di morte da parte di Erode. Pure il Nuovo Testamento sottolinea l’esistenza del cammino e del viaggio, in una provvisorietà che rende tutti esuli verso l’avvento del Regno di Dio. In questa provvisorietà diviene fondamentale l’accoglienza. Si tratta di un dovere che nasce dalla condizione comune di popolo in cammino, prendendo coscienza che «non c’è prima un noi e poi gli altri», ma «prima l’altro». L’accoglienza già presente in Abramo e nei Profeti, prosegue nella consapevolezza che accogliere non significa soltanto dare, ma pure ricevere. In questa prospettiva si è soffermato sull’esperienza degli Ebrei tornati in Egitto ad Alessandria, dove per la prima volta la Bibbia ebraica viene tradotta, pur alcune modifiche per facilitare il contatto con il pensiero ellenistico. Importante a questo riguardo la figura del filosofo ebreo Silone, contemporaneo di Gesù, che arricchisce il testo biblico con il pensiero ellenistico, attraverso il metodo allegorico di interpretazione. In questa prospettiva va letto e vissuto il fenomeno migratorio, superando l’errore di considerare l’emigrazione come un evento episodico, mentre è un fatto epocale e significativo anche dal profilo religioso, dentro un dinamismo che «contamina», nel senso che arricchisce chi emigra e chi accoglie. Nemmeno si può comprendere la Bibbia e la storia stessa dell’umanità, se non si dà adeguato spazio al fenomeno dell’emigrazione.

Arricchimento del capitale sociale

E’ seguita la relazione di Monica Meini, Professore ordinario di Geografia umana all’Università del Molise e coordinatrice del progetto «Geografie e governance dell’immigrazione tra radicamento territoriale e reti transnazionali». Precisato che «l’integrazione delle persone immigrate in Europa negli ultimi decenni è di estrema rilevanza», ha sottolineato in questa prospettiva l’importanza di «ripartire dal rafforzamento del capitale sociale territoriale per favorire l’integrazione e il radicamento degli immigrati», facendo «emergere il contributo che questi possono fornire, e spesso forniscono di fatto, nella costruzione e nel consolidamento» di questo capitale. Ha così rivolto la sua attenzione al «rapporto tra fenomeni migratori e contesti locali», ponendo l’accento su alcuni fattori tra cui «gli aiuti economici e materiali informali, il supporto linguistico e informativo, le pratiche di ricerca e di inserimento nel mondo del lavoro, i legami che si stabiliscono con i familiari e con i connazionali nei luoghi di insediamento, la condivisione del tempo libero e le reti associative». Quindi un inserimento che, privilegiando il locale, diviene positivo fattore di reciproca conoscenza e di un percorso di vera integrazione. Un ruolo importante in questa prospettiva può essere giocato dalle «seconde generazioni nel rafforzare le reti sociali e le condizioni di contesto per l’accoglienza e l’integrazione degli stessi stranieri e nello svolgere funzioni di intermediazioni tra diverse culture e modelli di società». Importante ruolo in questo rapporto emigranti-comunità locali lo giocano pure «le caratteristiche del contesto stesso, la qualità delle scuole, le opportunità di lavoro dopo gli studi, il supporto della comunità nazionale d’origine e quello della comunità d’accoglienza, le politiche locali e il ruolo delle reti associative». Si tratta quindi di operare dentro un sistema di strategie riferite a politiche dell’immigrazione, che favoriscano l’inclusione, il riconoscimento delle competenze, l’integrazione. Si tratta di un dinamico e positivo interscambio, compreso il rafforzamento della partecipazione civica, la definizione di luoghi di scambio e d’integrazione, sempre tenendo presente che il proprio capitale sociale possa essere arricchito a vari livelli da questa accoglienza. Occorre nel contempo essere consapevoli della complessità del territorio per l’analisi del cammino di integrazione, come della sua potenzialità di capitalizzare l’apporto dell’emigrazione, avvertendo così l’incidenza di questa positiva integrazione sul divenire del territorio stesso a diversi livelli.

Educazione ampia e importante

L’ultima relazione era affidata a Don Emanuele Di Marco, Docente di Teologia pastorale alla Facoltà di teologia, Cappellano della Protezione Civile di Lugano, nonché direttore e animatore dell’Oratorio parrocchiale. Ha strutturato la sua chiara, ricca e interessante relazione, peraltro ben impostata dal profilo didattico e comunicativo, lungo questi punti: la realtà dell’emigrazione nel contesto elvetico; Chiesa e emigrazione; educazione ampia; qualche pista operativa. Si è dapprima soffermato sulle tre parole poste a titolo del Convegno, sottolineando l’importante funzione dell’educazione, non riconducibile unicamente a un trait-d’union fra emigrazione e integrazione, né a un traghettatore come un Caronte qualsiasi. Premessa la prospettiva umanitaria della Svizzera, ha sottolineato che i richiedenti l’asilo sono distribuiti nei Centri di accoglienza dei vari Cantoni in percentuale alla rispettiva popolazione. Ha precisato che gli stranieri presenti costituiscono di fatto il 28% della popolazione e che lungo gli anni parecchi vengono naturalizzati con particolare riferimento a chi proviene da Nazioni confinanti, come Italia, Francia, Germania, Portogallo. Sono garantite una presenza pastorale nei vari Centri, come pure un’assistenza a livello economico, che cade o diminuisce in rapporto ad uno sbocco professionale. Ha sottolineato l’importanza dell’apprendimento della lingua, di una vita sociale e del riconoscimento della dignità da ogni persona. In questa prospettiva ha richiamato alcuni interventi di Papa Francesco, come l’invito a «non cedere alla paura» e la condanna della «globalizzazione dell’indifferenza», richiamando nel contempo passaggi riguardanti l’emigrazione contenuti nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nella sua successiva revisione. Ha dedicato ampio spazio all’educazione quale importante fattore integrativo, soffermandosi sull’educazione:

  • alla realtà in un contesto offuscato dal virtuale;
  • al superamento del limitarsi a fare quello che piace, con conseguenze sul vivere realmente il presente;
  • all’altro, attraverso un cammino fatto insieme, nella consapevolezza che è sbagliato affermare che «noi diamo e loro ricevono» e superando quella paura che nasce dalla mancanza di conoscenza;
  • alle cose, comprendendo pure cosa significhi arrivare in un mondo di consumismo per chi era abituato a ben altro contesto;
  • all’istruzione compresa pure la capacità di apprendere anche da chi arriva da una diversa realtà;
  • al tempo e alla memoria, superando così la prospettiva del provvisorio.

Ha sottolineato fra le varie proposte il bisogno di integralità per superare con un’adeguata sintesi le frammentarietà, che talora ci lasciano disorientati, come pure per favorire l’incontro con l’altro. Ha richiamato la ricerca di essere se stessi attraverso un cammino educativo che coinvolga la persona, favorendo il contatto diretto, comprendendo nel contempo il contesto culturale di provenienza dell’altro, per favorire un incontro vero e costruttivo. Rifacendosi pure ad esempi concreti e a situazioni da lui direttamente vissute, ha invitato a superare ogni forma di paura e a coltivare impegno e speranza.

Il punto interrogativo come una continua domanda

Al Prof. Adriano Fabris, Rettore dell’Istituto RETE, era affidato, anche quale promotore e coordinatore del Convegno, il compito della sintesi. Saggiamente è partito dal punto interrogativo posto alle tre parole programmatiche: emigrazione, educazione, integrazione. Ha sottolineato le diverse forme di educazione, le linee di intervento, i progetti di ricerca per la necessità di soluzioni concrete. Ha richiamato l’importanza di un costante approfondimento di questa problematica nella consapevolezza che se pensiamo bene, agiamo pure bene, tenendo sempre presente l’importanza di una chiara motivazione. Riguardo al punto interrogativo, ha risposto: «è giusto che rimanga», in quanto stimolo per successive domande e risposte appropriate, nell’impegno concreto per l’educazione e l’integrazione.

Gianni Ballabio

27 Agosto 2019 | 16:17
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