Ticino

La solitudine, sfida di questo tempo arduo

di Gaetano Masciullo*

In questo periodo difficile siamo chiamati a ritirarci dalla vita comune per un bene maggiore. Siamo chiamati a sacrificare i nostri desideri, i nostri svaghi e ci troviamo soli, spesso confrontati con domande drammatiche sulla vita e sulla morte.

L’uomo di oggi è capace di essere solo?

La parola «solitudine» può evocare in realtà più significati. Per molti, già in una situazione normale, l’espressione ›essere solo’ può avere un significato tremendamente negativo. La solitudine può rimandare alla noia, oppure alla pigrizia, alla mancanza di affettività o, nel peggiore dei casi, anche
alla depressione, uno dei problemi psicologici più presenti nella società di oggi.

Anche nelle religioni c’è un messaggio che si discosta dalla solitudine come individualismo. Si pensi, ad esempio, a ciò che è scritto in Genesi. Dopo che Dio crea Adamo, esclama: «Non è bene che l’uomo sia solo». Questa frase, che l’autore biblico attribuisce nientemeno che all’intelletto creatore, ha forti ripercussioni in ambito antropologico per il credente, cioè sulla visione che si ha circa la natura dell’essere umano in generale. D’altro canto, ›essere solo’ può essere anche un’espressione che rimanda filosoficamente a concetti sublimi, quali la perfezione e l’unicità.

L’esigenza di rifuggire le grandi città e la vita comunitaria per ritirarsi a vita eremitica e meditare così sulla propria esistenza è stata comune a tanti grandi personaggi del passato, non solo cristiani (si pensi a sant’Antonio abate o allo svizzero san Nicolao della Flue), ma anche ad altri saggi appartenenti a religioni e filosofie diverse: si pensi alle figure del monaco buddista, dello yogi indiano, del filosofo della Grecia classica. La solitudine dei Santi eremiti sappiamo che in realtà era preghiera, quindi relazione con Dio e con la comunità cristiana.

E l’uomo contemporaneo?

Potremmo forse dire che è solitario perché non sa essere solo con se stesso. La solitudine e il silenzio possono invece rappresentare valori importanti per la nostra vita. Essi ci aiutano a riflettere, a conoscerci meglio e a capire come accrescere i nostri pregi e combattere i nostri difetti. Viviamo in città sovraffollate, eppure i più tra di noi sono insoddisfatti dalla propria vita affettiva e relazionale.

Evidentemente, solitudine fisica e solitudine spirituale non corrispondono.

Prendiamo dunque questo tempo, difficile, unico, anche per imparare a essere soli. L’uomo ha paura di essere solo, perché nella solitudine può avvertire che sta perdendo il proprio tempo – l’unico capitale di cui disponiamo che può essere speso, ma non guadagnato. Mettiamo le cose a posto, riempiamo quindi la solitudine in cui ci troviamo in questi difficili giorni di vita spirituale, relazionale (nei limiti delle norme previste) e intellettuale. «Non è bene che l’uomo sia solo», ma l’uomo che impara da una solitudine piena è un uomo arricchito.

*Dottorando in filosofia, Uni Lucerna

24 Marzo 2020 | 07:49
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