Il nuovo volto dell'aiuto umanitario/catt.ch/gdp

Ma ha ancora senso, oggi, l’aiuto allo sviluppo ticinese nel mondo? Ruotava tutta attorno a questa domanda, giunta all’ultimo giro di opinioni, l’interessante tavola rotonda organizzata martedì all’USI a Lugano dalla FOSIT, la Federazione delle ONG della Svizzera Italiana, insieme all’Associazione Amici di Padre Mantovani. Proprio quest’associazione, «pioniera» dell’aiuto allo sviluppo ticinese con i suoi 50 anni di attività alle spalle, ha costituito un esempio perfetto di quanto sia cambiato negli anni il mondo del volontariato: in primo luogo perché è cambiato radicalmente il mondo in cui si opera. Una volta si partiva conoscendo pochissimo delle zone in cui si sarebbe stati attivi: oggi prima di prendere l’aereo ci si coordina via skype o telefonino. Una volta si agiva spinti da una grande carica di buona volontà ed entusiasmo, a volte anche un po’scoordinato, oggi si sta affermando un aiuto allo sviluppo sempre più professionalizzato, in cui all’improvvisazione si vanno sostituendo organizzazione ed efficienza.

Ma soprattutto, oggi per molti versi non ha nemmeno più senso usare il concetto di «Terzo Mondo»: il Terzo Mondo sta scomparendo, perché i Paesi che lo compongono si evolvono e progrediscono. Una scomparsa che sicuramente non suscita rimpianti, anche perché alla base «vi era una concezione gerarchica»- ha annotato Alessandra Mordasini, ingegnera e promotrice di progetti di social business in Camerun con l’associazione UNI2Grow. Si parlava infatti di Terzo Mondo in relazione a un Primo e a un Secondo mondo. Il Primo mondo (noi) era considerato quello che aveva trovato il «modello giusto» di sviluppo, quando oggi sappiamo benissimo che non è così. Il modello occidentale non è né esportabile né sostenibile su scala mondiale, e per giunta anche in Occidente ci sono sacche sempre più vaste di povertà estrema. Piuttosto – conclude Mordasini – «oggi è più sensato riconoscere che siamo tutti, in tutto il pianeta, alla ricerca di una nuova via di sviluppo, che possa valere per l’intero genere umano».

Se questa è la situazione del mondo che cambia, come reagisce a ciò il variegato mondo delle duecento ONG ticinesi? «Nel nostro Cantone siamo rimasti alla dimensione semplice delle «ONG della porta accanto»- osserva il cardiologo Giovanni Pedrazzini, membro dell’Associazione Amici di Padre Mantovani – questo vuol dire che fenomeni come il crowdfunding, la ricerca professionalizzata di fondi per un’opera benefica, con addetti alla ricerca pagati, sono ancora poco diffusi». Al massimo vengono pagate piccole percentuali per lavori di segretariato, oppure si retribuiscono gli operatori locali nel loro Paese d’origine, ma tutto quello che è l’impegno dei ticinesi qui come raccolta fondi, o sul terreno nei Paesi da aiutare, è fatto a titolo gratuito. «Deve restare molto forte la dimensione del sogno – ancora Pedrazzini, riecheggiando la poetica testimonianza introduttiva di un ospite d’eccezione, Daniele Finzi Pasca.

Naturalmente ci sono tutta una serie di considerazioni pratiche, per cui per esempio l’aiuto allo sviluppo può contribuire a frenare le grandi migrazioni, ma quello che alla fine ci muove dev’essere una grande parte di idealismo, appunto un grande sogno, non solo ragioni pratiche». Anche perché l’aiuto allo sviluppo pare essere una necessità anche per la società che lo fornisce, per riscoprire magari ideali e valori trascurati al suo interno. «Un hobby impegnativo e bellissimo –conferma Ivan Schick di Espérance ACTI, attivo in Vietnam, Cambogia e Laos–che dà enormi soddisfazioni, anche in termini di gratitudine che riceviamo sul posto». E sui giovani, lui stesso giovane, non ha dubbi: «Dal mio punto di vista posso dire che continuano a essere molto motivati da questo genere di esperienze, anche in modo continuato, non solo per l’entusiasmo di un mese di volontariato una volta nella vita». Inoltre i giovani oggi partono qualche anno dopo rispetto a quanto si faceva nella generazione precedente, e sanno anche meglio come muoversi, a tutto vantaggio dell’efficacia del progetto umanitario cui collaborano. Naturalmente il discorso non vale solo per i giovani, ma anche per altre fasce d’età, come i pensionati, che scoprono un modo nuovo per impiegare il tempo.


L’importante, tornando alla domanda iniziale, è mettere bene a fuoco il senso di tutte queste esperienze. Sicuramente l’aiuto allo sviluppo che parte dal piccolo Ticino ha ancora un senso, anche dopo tutte le trasformazioni di cui s’è detto. «Bisogna semmai porsi la domanda in un altro modo –ha osservato Massimo Chiaruttini, attivo in Senegal con CEU- e cioè: quale tipo di cooperazione ha ancora senso?». Da questo punto di vista, molti riconoscono che è finita ormai l’epoca dell’approccio paternalistico, ed è iniziata piuttosto quella dei volontari «coach», o meglio ancora «partner «, di chi vive nei Paesi emergenti. Dove, se la povertà in molte zone resta drammatica, al contempo si stanno colmando i ritardi, con un numero sempre più alto di tecnici e universitari locali. E se il mondo dell’umanitario resta purtroppo quello a più alto rischio di fallimenti, tanto più importante risulta l’interazione alla pari con chi vive sul posto, a tutti i livelli. Un approccio che pare condiviso da gran parte della popolazione svizzera: una recente statistica, citata dal presidente della FOSIT Pietro Veglio, mostra come i due terzi della popolazione condividano l’attuale politica di aiuto allo sviluppo. Che, come detto, è cambiata per molti aspetti, ma mantiene sempre al centro una grandissima carica di umanità. E di sogno. 

 

Giornale del Popolo (venerdì 11 maggio)

11 Maggio 2018 | 21:27
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