Denise Carniel

Oltre la paura

Guardando questo cielo – che oggi pare proprio un raccontatore di favole, mentre ci dona la neve ricoprendosi di bianco – mi rendo conto che nel suo essere diverso ogni giorno, ci si può intravvedere la poesia ed il dramma del suo non essere uguale per tutti.
Siamo tutti sotto lo stesso cielo, è vero, ma questo non vuol per forza dire che per tutti abbia lo stesso senso. Forse sarebbe tutto più semplice, se così fosse, ma di fatto non lo è.
C’è chi tra le nubi, nell’arcobaleno, o nel semplice riflesso di in un raggio di sole nel blu, vede il sorriso di un Dio, che calma e dona pace, cui indirizzare preghiere di speranza e possibilità, con quella voglia di cambiare il mondo che ci spinge ad avere sempre fede.
Ma c’è anche chi ha scritto (e scrive), in questa immensa distesa di azzurro, non con la penna ma con macchine da guerra, che fanno nascere storie di disfatta invece che di futuro, di morte e rassegnazione, invece che di crescita e sviluppo.

La morte, e il dolore, e la sofferenza, non hanno e non avranno mai una nazionalità. Siamo tutti figli di uno stesso cielo azzurro e possiamo decidere come guardare in alto: io ho deciso da tempo di voler essere parte di un esercito occupato nella ricostruzione dei cuori della gente e sono felice di accorgermi sempre di più di non esser la sola.
Si perché io sono intimamente convinta che la morte e il dolore non abbiano né confini, né patria, né razza, né religione, né siano tantomeno legati ad un colore della pelle.
Non esiste, fintanto vi siano vittime, una parte «giusta». Ognuno piange, ognuno lotta, ognuno protegge, ciò che crede importante per sé. E dico questo perché ho fatto punto d’onore di non fare mai scelte tra nessun tipo di sangue: poco importa se tu sia europeo, africano, indiano, non accadrà mai che io metta prima i dati personali alla morte.
Perché le vittime, a differenza dei fiocchi di neve, che cadono con una magia tutta loro, imbiancando il suolo – dandoci uno sguardo diverso dell’intorno – sono uguali per tutti.
Sono grida, sono giochi lasciati chissà dove per correre in salvo, sono altalene senza gambette vivaci che ciondolano gioiose, sono vestiti neri e seni che non allatteranno più.
Sono urla che la terra prende su di se, e come uno specchio rimanda lassù.
È sangue che viene versato sulle mani di madri e padri, che non raramente, sopravvivono ai loro figli, in modo totalmente inumano. Perché quando si parla di conflitto spesso vale la selezione naturale, il più debole soccombe, inerme.
E sempre accade per mano umana che arrivi buio e silenzio. E quando succede anche il mormorare di candele accese e pensieri buoni si ferma, e tutto inizia a tremare. A perdere consistenza.


Per questo per me non conterà altro che non sia il dare conforto a queste vite, in qualunque parte del mondo succeda, qualsiasi lingua parlino, senza guardare che pelle abbiano, qualunque parte del cielo guardino o che Dio credano.
E mi rendo conto che non è facile: perché è più semplice far finta di non vedere, non fare i conti col male e fuggire.
Allora ci nascondiamo dietro bandiere, governi e modi di essere, ma soprattutto consideriamo più folle colui che fa del bene, e costruisce ponti, piuttosto che fermaci sull’assurdità del non farlo.
Nello scorso articolo ho parlato dell’Amore, nel senso più religioso del termine, adesso vorrei estendere il campo, perché secondo me è in questo invito, che si intrecciano gli insegnamenti per un futuro migliore.
Perché si, i rapporti umani – almeno quelli più sani – sono fatti di «identificazioni parziali» , ci rispecchiamo solo con certi aspetti dei nostri interlocutori, con gli altri ci mettiamo in discussione, disubbidiamo, non volendo essere uguali, ma cercando in ciò che ci rende diversi, un modo per autodeterminarci meglio.

Perché verso chi «non è noi» il regalo più grande possibile è la curiosità, il desiderio di apprendere, di lasciar stare pregiudizi (che spesso sono imbecilli). Rispetto, attenzione, buon vicinato, pazienza, gentilezza, solidarietà, dialogo, tessono una trama in cui pur non avendo il ruolo principale si sarà sempre protagonisti, «perché l’altro non deve essere «noi» ma «lo possiamo portare con noi «. E tutto questo non sarà amore, ma non è neppure roba da poco.

È un modo di combattere i cattivi sentimenti il capire che, «se io ferisco l’altro» riproduco uno schema che può capitare anche a me. Fa cadere il concetto di vittima e carnefice. Lo confonde e lo annulla. Avere due cuori diversi sulla stessa lunghezza d’onda, fa godere del suono di una musica buona.
Il razzismo, per natura, diffida dell’altro perché riconosce in lui parti di sé, la stessa fragilità, e si spaventa. Per non vedere la somiglianza, esalta le differenze, fino all’estremo di considerare l’altro quasi una sorta di alieno, così da poter meglio prenderne le distanze, odiarlo più facilmente, e senza coinvolgimento. Pur di non riconoscere la propria affinità con l’altro, lo si brutalizza, perché è meglio pensare di essere migliori, sempre.
Non capisce che sarebbe sufficiente poco, e finisce con l’ «odiare l’altro come se stesso». Dall’incontro con l’altro, che non sia in tutto simile a se stesso, sente di potere solo perdere. L’istinto di sopravvivenza vince su tutto. Persino su atti di concreta e totale follia.

Ho letto che nel 1939 Adolf Hitler diede inizio al progetto Aktion T4, detto anche Programma Eutanasia. L’obiettivo era di liberare la Germania da tutti i portatori di handicap. Gli storpi: tutti vennero riempiti di pubblicità che mostrava quante belle case per il popolo si sarebbero potute costruire se si fosse smesso di mantenere queste «vite innaturali» a spese dello Stato. In pochi mesi furono uccisi 70.000 disabili e sterilizzati 350.000 portatori di malattie ereditarie. L’unica cosa che i tedeschi guadagnarono da questa strage fu la vergogna di averla accettata, nessuno di loro ebbe MAI una casa nuova.
Quando ho letto questa notizia sono stata molto male. Perché mi sono detta che se fossi nata meno di 70 anni fa, avrei avuto la stessa sorte. Senza colpa. Se non quella di avere bisogno di un percorso diverso per essere indipendente. Di avere bisogni speciali. E mi dico che oggi più che mai serve un movimento di gente responsabile che metta al primo posto i valori umani di libertà e dignità per tutti.
Quanti sanno che i nazisti inventarono le camere a gas per alleviare la pena dei soldati, demoralizzati dalle troppe esecuzioni effettuate con le armi da fuoco? Alcuni crimini tremendi crescono da un insospettabile istinto di altruismo verso il prossimo. I dittatori, spesso tutti quelli che estremizzano concetti di giustizia e di purezza.

Tutto ciò che è «troppo» mi fa paura. Perché dà un volto umano al male.
Primo Levi, nel suo bellissimo «I sommersi e i salvati» fa una riflessione che sento di condividere in ogni singola parola, dice:

«I giusti fra noi, non più né meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile.
Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare».

E poi non bisogna dimenticare la banalità del male sottolineata da Hannah Arendt:

«Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ›radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ›sfida’ il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ›banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale…»

E credo in questo senso andasse Alda Merini, -in una delle sue poesie che preferisco in assoluto- nel dire di condannare il demonio alla morte suprema; si pensi che Lucifero è stato amato da Dio più di tutti, più di tutti.
Perché l’Amore sovente non ha le ali ma può avere radici profondissime.
Per questo sarò sempre convinta che per quanto la storia sia costellata da orrori e abomini di ogni genere, sono sempre ed ancora le persone a poter far brillare la fiamma di ciò che è giusto, con un eroismo che troppo spesso è preso poco in considerazione, non fa notizia colui che salva, colui che ri-sana.
In questo senso mi viene in mente la vicenda italiana, di un paio di anni fa, di Stamina. Non entro nel merito di una vicenda complicata e dolorosa, ma credo sia normale che a dei genitori a cui si dice che il proprio bambino avrà delle serie difficoltà siano disperati.
E si aggrappino con la forza di un leone a chi, mentendo, dice loro che ha un intruglio in grado di strappare questi bimbi, queste anime purissime, alla morte.
Così è cominciato tutto: genitori a combattere per avere i figli trattati da lui, i giudici alternativamente a vietarne o a forzarne la somministrazione, e tutto il cancan che avete potuto seguire sui media, fino alla battuta finale.
Non mi interessa di chi ha fatto tanto male, ma di un altro medico, tale Luigi Nardini. Eroe Silenzioso.
Nel 1996 ebbe un’idea completamente rivoluzionaria: si convinse che il virus HIV (sì, proprio quello che causa l’AIDS) potesse essere utilizzato, una volta modificato, per fare arrivare dentro alle cellule proprio il gene che mancando uccide alcuni di questi bambini. Presentò i primi dati ad un congresso a Seattle e gli dissero «idea fantastica, ma spero che non le venga in mente di applicarla sui pazienti, perché sarebbe una follia». Ebbene, Luigi non è tipo che si scoraggia e cominciò a battersi. Prima mise a punto la procedura sui topi (sacrificandone centinaia ma come poteva fare? doveva metterla a punto sui bambini? no, meglio i topi) e dopo anni e anni di prove rigorosissime condotte senza clamore decise che era arrivato il momento di provare questa cura non più sui topi, ma sui bambini.
Ed ha funzionato, e da allora centinaia di bambini conducono una vita normale. Questo per dire che per quanto non sia facile, è possibile fare la cosa giusta.
Per quanto mi riguarda io non ho particolari talenti. Non ho la conoscenza di un ricercatore o il coraggio di un partigiano, ma nel mio piccolo cerco di dare un buon esempio.

A proposito di settimana scorsa, oltre ad essere stato il mio compleanno, (tanti auguri a me!) e ad aver festeggiato con mio nipote Etienne e le mie amiche Jovana e Danica, -che mi hanno regalato una serata speciale e piena di affetto-ho fatto delle foto al Castel Grande di Bellinzona.
Bene, dite voi, non c’è bisogno che ammettessi di avere una nuova ossessione. In realtà è importante. Perché queste foto, non sono solo belle, ma sono parte di un desiderio. Quello di oltrepassare il limite e far capire che si può arrivare ovunque, ancora una volta, non da soli, ma insieme a chi è dalla nostra parte.
Ho voluto fare delle scale, ho voluto superare la mia paura del vuoto, in un pomeriggio denso di risate e di traguardi, non è stato facile, ma ho capito che con il sacrificio, con la costanza, con un pizzico di sano «sprezzo del pericolo» i risultati ci sono, e se ho voluto condividere con voi alcuni scatti non è perché voi diciate nella vostra testa «si interessante» ma che capite che la paura non ci può e non ci deve bloccare la voglia di sperimentare.
E mi piacerebbe che ognuno di voi possa «rispecchiarsi». Perché tutti abbiamo qualcosa che ci paralizza. O qualcuno, ma questo è un altro discorso. E vorrei che di fronte a questo, voi sappiate di non doverci rinunciare mai. Non prima di averci provato: fosse anche una piccola sfida.

Mi sono sentita principessa senza corona, elfo un pochino fuori tempo, e soprattutto fiera di me stessa, fiera di potermi dire che non è certo un ausilio a cambiare la percezione di me, ho il mio sguardo da gufo, o i miei chili mal assortiti, ma un progresso visibile, vero, possibile.
E mi sono resa conto che le cose antiche, ci insegnano che sarebbe bello essere come quelle case, a cui manca tutto il resto, ma hanno fondamenta solide, e proprio per questo aspettano solo di essere restaurate da una mano gentile: essere come l’artigiano, che all’inizio dei lavori, già intravede la bellezza del progetto portato a termine: azione come portatrice di giustizia.
Perché non è vero che esiste il limite in quanto tale. Le persone non hanno la data di scadenza, non sono una scatola di uova, o un pezzo di pane dimenticato nel cassetto. Mi rifiuto di credere che una persona smetta di ricordare, o che un grande sentimento smetta di essere tale. Si possiamo decidere di farci soggiogare e di essere simili ad arpie o maghi senza cuore, come quelli che nelle favole hanno sempre il ruolo ingrato di farci pensare al dolore, ma sinceramente penso che sia più semplice, fare diversamente.
Personalmente a me, per restare buona, mi basta ricordare il sorriso negli occhi di mia madre, dietro le lenti degli occhiali, il profumo dei suoi pranzi così buoni,l’odore del mare nelle mie vacanze da bimba, le mani di mio papà, il suo modo di starmi vicino. Queste cose quando tutto il resto svanisce, chissà come, resistono, come i grandi amori non corrisposti.

Ci sono promemoria di salvezza, sparpagliati per il mondo.
La stessa che io vedo negli occhi di chi fa nell’essere zattera per gli altri, il suo modo di essere, senza accorgersi di riempire con secchi di meraviglia un mare in cui finalmente non si ha paura di annegare.

Denise Carniel.
3 Febbraio 2019 | 05:00
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