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Due anni di Papa Francesco


di Francesco Muratori

Sono passati poco più di due anni dall’elezione al soglio pontificio di Papa Francesco e tanto, forse tutto, è stato detto ed è stato scritto: sulla sua gestualità, sulla sua fisicità, sui suoi tweet e sui suoi messaggi biblici pret-à-porter. Si corre però il rischio di relegare una teologia per certi aspetti simile al governo carismatico di Giovanni Paolo II, ad un mero “teo-buonismo”. Il centro “rivoluzionario” di Papa Francesco è l’essere testimone credibile. E’ in atto una conversione pastorale e per tentare di spiegarla ci viene incontro un confronto forse azzardato ma efficace: il film “Centochiodi”, di Ermanno Olmi (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Centochiodi). Il fil rouge è l’autenticità dell’incontro personale, infatti il film è critica la cultura quotidiana giunta ormai troppo distante dai lidi dell’animo umano. Emerge nella figura del protagonista il desiderio di rifondare la sua spiritualità partendo dalla radici e fuori dalle accademiche sterili biblioteche, dalla materialità del vivere e dall’esperienza vissuta in prima persona, quando “metterci la faccia” può essere l’unica via d’uscita. In sintesi: la verità non è nei libri ma nella vita e nell’incontro con gli altri. Non basta “riaffermare”,  “custodire” o “studiare”. Se il sociologo McLuhan fosse vivo forse rivedrebbe le sue teorie in questa maniera: il messaggio dipende tanto dall’emittente quanto dal destinatario, che non va considerato come un bersaglio, ma come un soggetto interlocutore coinvolto nel processo di dare e ricevere. Alla fine comunichiamo ciò che siamo, al punto che spesso nei processi comunicativi il “non verbale” conta molto di più; la nostra testimonianza e la nostra coerenza sono fondamentali. Lo stupore per il sottolineare di Papa Francesco l’essere vescovo di Roma, in questo processo di metterci la faccia, assume oggi ad un anno di sistanza una luce diversa, il suo ruolo si sta tramutando nel parroco di una chiesa di periferia, il che non sminuisce l’essere sommo pontefice ma innalza il suo carisma antropologico che guarda all’uomo con attenzione conoscendolo e ascoltandolo come un suo parrocchiano. A sottolineare questa esperienza dell’incontro il Papa ha scelto, lo scorso anno, la parabola del buon Samaritano come metafora della “buona comunicazione”. Data per assunta la lettura corrente del messaggio, cosa insegna, tra le righe, il brano narrato da Luca? La parabola del Samaritano ci dice che non per forza la presenza nello stesso luogo rende possibile l’incontro, il sacerdote e il levita passano accanto e procedono oltre senza fermarsi. La compresenza non è garanzia di incontro, per incontrare occorre sempre compiere una libera scelta. E quantomai oggi, Papa Francesco, un Papa diventato digitale per migrazione, afferma con la sua mediaticità che il paradigma dell’incontro è il paradigma della comunicazione e questo paradigma si applica sia nella realtà materiale, nell’incontro faccia a faccia, che nell’ambiente digitale. Papa Francesco in questo primo anno ha dimostrato che comunicare è incontrare sia nei territori materiali che in quelli digitali superando quella contrapposizione, per riprendere le parole di Chiara Giaccardi, sociologa dell’Università cattolica del Sacro Cuore, e relatrice alla presentazione di quel messaggio per la giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, molto diffusa soprattutto nel mondo cattolico, “in base alla quale il digitale toglierebbe spazio al reale o che il virtuale sarebbe meno autentico del reale”. Non si può più liberamente affermare che l’aver condiviso un tweet di Papa Francesco o averlo visto in tv o pc sia un incontro virtuale, ovvero “simulato”e “non reale”.

Articolo pubblicato sulla Rivista di Caritas Ticino

Francesco Muratori

Figlio, fratello, fotografo, videomaker, giornalista (Strada Regina RSI LA1 e responsabile di catt.ch), marito, tris papà, marathon finisher e scrittore (Il Melo di città, Ricciospino e Buonanotte draghetti). (in ordine di apparizione)

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