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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (3 febbraio 2026)
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  • Una simpatica
immagine
di mons.
Corecco
travestito
da indiano
a Schleuiss
(GR) nel 1974

    50 anni della colonia di "Unità di lavoro sociale" ricordando mons. Corecco

    di Dani Noris

    Abbiamo festeggiato recentemente i 50 anni della colonia integrata “Unitá di lavoro sociale”, alla presenza di oltre 150 persone, fra i quali moltissimi bambini, figli dei figli di chi aveva iniziato questa esperienza. Una storia che ha coinvolto centinaia di persone, che ha costruito un popolo.

    La mia prima colonia l’ho fatta nel 1974, al rientro dopo gli studi a Parigi e un’assenza di 5 anni dal Ticino. É stato il modo più bello per riprendere i contatti con gli amici che erano rimasti e i nuovi che si erano aggiunti alla comunità di Comunione e Liberazione di Lugano.

    La colonia si svolgeva a Schleuiss, nel Canton Grigioni, in un ex collegio tenuto dalle suore. Ricordo il profumo di pulito, i pavimenti lucidissimi, l’ordine perfetto anche nei solai dove avevamo trovato bauli pieni di decorazioni e abiti di scena che avevamo utilizzato per gli innumerevoli teatri e le feste che avremmo organizzato nel corso degli anni. La struttura era immersa nella natura, di fianco a una fattoria gestita da una coppia con tanti bambini biondi. Le camere avevano tutte le finestre con vista sul Reno.

    La stanza più bella, che probabilmente era stata quella della direttrice, l’avevamo riservata al nostro ospite d’onore don Eugenio Corecco. Ricordo ancora l’odore del legno con il quale erano state rivestite le pareti, e quando mi capita di risentire quel profumo vengo sommersa da ricordi lieti. In quella stanza lavorava e studiava. Voleva approfittare del periodo estivo per migliorare il suo inglese. Nei momenti comuni ci raggiungeva e senza che ce ne accorgessimo ci educava a un’attenzione e a una cura gli uni verso gli altri.

    Eravamo un gruppo giovane, pieno di entusiasmo ma anche rumoroso e a volte disattento. La sera, dopo cena, ci si ritrovava tutti insieme nel pratone o in una delle grandi sale interne dove cantavamo, giocavamo, ballavamo facendo un gran trambusto per cui dopo facevamo fatica a mettere i bambini a letto perché erano infervorati. Una sera Corecco decise di condurre la serata, ci fece fare qualche canto e poi ci raccontò una storia che si concludeva con l’invito a fare un viaggio nel più gran silenzio seguendolo in fila indiana. Davanti a ogni dormitorio si fermava e invitava a entrare in camera rimanendo in silenzio. Quella sera i bambini si sono addormentati subito e noi abbiamo imparato una lezione che ci é stata preziosa per tutta la vita.

    Nel collegio c’era una bella cappella dove celebrava la messa ogni giorno, chi voleva poteva partecipare. Fra i fedelissimi c’erano tre ragazzi down che facevano i chierichetti. Dal modo in cui li guardava e li coinvolgeva abbiamo capito cosa fosse il rispetto della dignità dell’altro, abbiamo imparato il significato dell’accoglienza, abbiamo compreso che nessun limite ci definisce e che ogni vita è preziosa. Corecco ci ha insegnato a vivere e a desiderare di essere degni delle promesse di Cristo senza impartirci lezioni, senza sgridarci per i nostri errori. Ci bastava guardarlo per capire cosa valesse davvero la pena abbracciare e seguire e come fare. Ci aiutava a prendere la vita sul serio in ogni istante per poter vivere il centuplo quaggiù e sperimentavamo una contentezza senza limiti.

    Il suo modo di guardare l’altro é stato per me uno degli insegnamenti più preziosi e un motivo di grande consolazione nei momenti più difficili della mia vita. Io notavo che di fronte al più grande teologo del momento, alla contadina della Valle Verzasca, al bambino autistico o a me con tutte le mie incertezze, Corecco era lì con tutto il suo cuore e tutta la sua attenzione, con un’umiltà che lo rendeva grande. Sono sempre stata convinta che il suo sguardo fosse simile allo sguardo di Cristo. Corrispondeva al bisogno profondo di ognuno di noi di essere guardati per quello che realmente siamo: figli di Dio.

    Nel corso degli anni ci ha insegnato a vedere il volto del Signore nelle persone più provate dalla sofferenza, e sia per noi che per i genitori dei ragazzi che accoglievamo é stata una scoperta straordinaria e rasserenante, non avevamo più paura di niente. Una vera benedizione.

    Leggi anche: Oltre i «limiti» per scoprire la bellezza della vita cristiana

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