Sinodo

Studenti liceali ticinesi dialogano a distanza con i padri sinodali

Il Sinodo in corso a Roma ha la bella pretesa di parlare alle nuove generazioni. Per vedere quanto le domande dei ragazzi corrispondono e trovano veramente riscontro tra i padri sinodali (e le «madri», se non vogliamo escludere le poche ma valide donne presenti a Roma), con l’aiuto di alcuni giovani studenti ticinesi abbiamo raccolto alcune questioni che a loro premono, e le abbiamo inviate al Sinodo. Ha risposto Alain De Raemy, vescovo svizzero.

La Chiesa, secondo i giovani che abbiamo interpellato, dovrebbe aiutarli a capire le ragioni della fede. Chiedono questi liceali ticinesi ai padri sinodali: «Come aiutarci a mettere in luce la ragionevolezza della fede? Ne parlate al Sinodo? Se sì, come state rispondendo?»

Al Sinodo ne stiamo parlando, certamente, ma in un modo un po’ diverso. Stiamo trattando la questione innanzitutto riguardo all’Africa e all’Asia dove la formazione scolastica, professionale e universitaria risulta carente proprio sul piano scientifico. In quelle regioni sono solo pochi  i giovani privilegiati a poter accedere ad una formazione di qualità, in tutti gli ambiti.  È vero che a scuola e nei diversi ambienti i giovani credenti possono incontrare la critica di non scientificità. Ma dobbiamo tenere presente che anche la scienza cambia permanentemente, certe ipotesi scientifiche si modificano con l’evoluzione della scienza stessa, la scienza non è qualcosa di fisso ma è in evoluzione.  Sappiamo bene che la Bibbia usa le categorie del tempo, per spiegare -ad esempio- la creazione. La religione non vuole spiegare scientificamente la creazione, piuttosto mette in luce le ragioni profonde dell’esistenza dell’uomo e del creato. Non dimentichiamo poi che se ci sono scienziati che credono che tutto derivi dal caso, altri credono all’esistenza di un principio superiore. Ci sono quindi scienziati credenti.

I giovani chiedono come «essere Chiesa nella società laica di oggi, nei diversi ambiti: scuola, lavoro, società sportive, ecc…)»? State individuando dei suggerimenti per aiutarli?

I giovani non dovrebbero guardare negativamente al contesto secolarizzato di oggi. Quando io ero giovane c’era un’opposizione alla Chiesa che oggi non c’è più, pensiamo al post ’68. Oggi i giovani sono una tabula rasa, sono privi di conoscenze religiose perché magari neppure in famiglia c’è più un legame con la fede. Questa scristianizzazione offre una grande possibilità di mostrare loro qualcosa di nuovo che non conoscono. Qui al Sinodo ci rendiamo conto che ovunque (nei diversi Paesi e Continenti) la parrocchia non riesce ad aiutarli, mentre nelle associazioni e nei movimenti ci sono cammini adeguati a loro. Forse si dovrebbero riunire più parrocchie a livello pastorale…

«Nella società – dicono i giovani studenti – si considera la Chiesa come una realtà superata, costituita da una lista di dogmi, di precetti e di regole. Come potete aiutare i giovani a far passare un altro tipo di messaggio nella società di oggi, cioè che esiste una Chiesa che è al passo coi tempi?». I ragazzi criticano le omelie quando insistono troppo sull’adesione ai precetti e meno su valori come la misericordia o la giustizia sociale. «Per definire il buon cristiano non si dovrebbe parlare di più di carità e meno di precetti? Al Sinodo ne discutete?», domandano i giovani.

Al Sinodo si parla di essere testimoni gioiosi di quello in cui si crede, preti compresi. L’omelia dovrebbe essere un annuncio lieto, positivo e propositivo, un invito a cogliere il senso che la fede offre alla vita e un incentivo al dialogo con i coetanei, un’esortazione ad essere presenti come cristiani nella società, nel lavoro, nello studio. La predicazione dovrebbe essere un incoraggiamento, domenica dopo domenica, a vivere il Vangelo con tutti gli altri, mentre chiedere l’adesione al precetto pena l’esclusione dalla comunità, è un atteggiamento da rifiutare. Al Sinodo siamo molto coscienti che una delle difficoltà attuali è quella di trasmettere un’immagine aperta e positiva della Chiesa e della bellezza e accoglienza del Vangelo. Soprattutto quello che la Chiesa dice oggi in materia di morale e sessualità viene sovente sentito come un impedimento al cammino di fede. Nel documento sinodale finale sarà molto forte un chiarimento su questo aspetto.

I ragazzi affermano che si dovrebbe pensare ad una forma di liturgia più interattiva, adeguata al mondo di oggi e alle nuove generazioni che sono connesse, social, abituate a processi partecipativi. Chiedono se il Sinodo sta affrontando la questione della liturgia e come si potrebbe mantenere l’essenziale, trasformando però la forma comunicativa della Messa?

È un tema, quello della liturgia, che stiamo affrontando. Verifichiamo però il fatto che una delle preghiere che i giovani amano di più è quella della comunità di Taizé. Si tratta di una proposta che accentua il silenzio mentre l’unico elemento partecipativo sono i canti, semplici e ripetuti. Viene letta la Parola di Dio, c’è un lungo momento di silenzio. I giovani escono da questi momenti come rigenerati nel loro rapporto con Dio. Se poi, da un lato la liturgia non è il luogo della discussione, dall’altro lato è vero che la preghiera dei fedeli durante la Messa dovrebbe essere veramente -come ha sottolineato il Concilio Vaticano II- un momento di partecipazione, ma spesso non è così. Questa preghiera che viene recitata dopo il Credo, dovrebbe essere il momento in cui manifestare delle intenzioni comunitarie, ma purtroppo spesso non accade. Gli evangelici -per fare un esempio- la vivono anche come occasione spontanea per condividere la vita della comunità mediante le invocazioni.

I giovani chiedono al Sinodo dei documenti brevi e utili per la vita e non dei testi lunghi, «che nessuno leggerà mai», dicono. Vi state interrogando su questi aspetti?

Il Papa stesso, nella sua introduzione, ha detto: «Il documento del Sinodo è un testo che nessuno legge e che tutti criticano». È vero, ci stiamo ponendo la questione. Alla fine del Sinodo quest’anno ci sarà una lettera conclusiva indirizzata ai giovani e accompagnata da un video.

Può spiegarci la proposta che lei ha fatto in assemblea sinodale di creare un Pontificio Consiglio costituito da giovani?

Ho proposto un Pontificio Consiglio dei giovani per dare la possibilità alle nuove generazioni di esprimere i loro suggerimenti sulla forma e sul contenuto dei documenti della Chiesa. Non si tratta di creare un organismo che sia qui a Roma, si potrebbe dare vita ad un team di giovani che si ritrova e dialoga a mezzo del  digitale, mandando i loro suggerimenti a Roma.

 

Il vescovo Alain De Raemy con un gruppo di giovani che recentemente ha incontrato a Roma
24 Ottobre 2018 | 11:13
giovani (495), sinodo2018 (100)
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