Ticino

Per conoscere Maria: dalla Bibbia alla vita e cultura di ieri, oggi e domani (2)

di Ernesto Borghi (coordinatore della Formazione Biblica nella Diocesi di Lugano)

Continua il percorso formativo alle radici dell’identità di Maria di Nazareth, madre di Gesù. Proponiamo una lettura di uno dei testi evangelici essenziali in proposito, l’annunciazione (Luca 1,26-38). Chi volesse ascoltare il commento, che qui è presentato per iscritto, contemplando anche un serie di testimonianze artistiche dell’annunciazione a Maria, potrà collegarsi al canale youtube «Oratorio Kolbe» utilizzando QUESTO LINK.

Una traduzione del testo

Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una ragazza vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La ragazza si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Sii gioiosa, tu che sei davvero ricolma di grazia, il Signore è con te». A causa di queste parole ella rimase molto confusa e si domandava di quale genere fosse questo saluto. L’angelo le disse: «Non avere paura, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Concepirai in seno un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e della sua sovranità non ci sarà fine». «Allora Maria disse all’angelo: «Come sarà possibile ciò? Non conosco sessualmente alcun uomo!». Le rispose l’angelo: «Il respiro santo e santificante scenderà su di te, la potenza dell’Altissimo farà scendere la sua ombra su te. È per questo motivo che colui il quale nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era chiamata sterile: nessuna parola da parte di Dio resterà inefficace». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore! Che mi possa proprio capitare secondo quello che hai detto!». E l’angelo si allontanò da lei.

I contesti culturali

Questo brano si trova nel ricchissimo cap. 1 della versione lucana, che, nella parte precedente all’annunciazione a Maria presenta l’annunciazione a Zaccaria (vv. 5-25). Secondo un vero e proprio parallelismo, che si snoderà per tutta la sezione costituita dai capp. 1-2, viene presentato il percorso di nascita di Giovanni il Battezzatore, precursore di Gesù, e di Gesù stesso.

Il redattore lucano si avvale di un procedimento analogo anche nel libro degli Atti degli Apostoli per presentare Pietro e Paolo, cui sono dedicate, rispettivamente la prima e la seconda parte dell’opera[1].

Nascita e vocazione: ecco due eventi e valori che in questo momento iniziale della versione lucana hanno una grande importanza.

  • Lo schema ricorrente delle nascite, dal Primo al Nuovo Testamento, è composto da cinque elementi[2]:- apparizione dell’angelo del Signore;

– reazione variamente emotiva del destinatario;

– messaggio divino, che esprime il nome e la qualifica del nascituro, l’invito a non avere paura/timore, l’annuncio del concepimento, la nascita, il nome con il riferimento etimologico, la missione futura del nascituro stesso;

– obiezione dell’essere umano;

– segno divino di conferma.

  • Vocazione, secondo la Bibbia[3] è un appello intimamente esistenziale, di portata universale e particolare ad un tempo,

– il cui soggetto è sempre il Dio dell’alleanza sinaitica, rivelato in Gesù Cristo;

– il cui destinatario è l’essere umano, sia esso un singolo o un gruppo;

– il cui contesto di realizzazione è la situazione specifica e contingente dei chiamati, al momento dell’appello divino;

– la cui finalità essenziale è duplice: suscitare in chi è chiamato la consapevolezza del suo statuto fondamentale (= essere creatura) e della sua conseguente condizione di vita (= essere in relazione), anzitutto rispetto al Creatore, ma anche in riferimento ai propri simili;

– stimolare autorevolmente il destinatario dell’appello a vivere un’autentica collaborazione con Dio, collaborazione per uno scopo preciso. Quale? Realizzare il piano divino di salvezza, fatto di appassionato amore a favore dell’umanità in genere edella parte di umanità nella quale colui che è chiamato è inserito.

Per analizzare il testo

«Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria». La nascita di Gesù è preannunciata in una piccola città periferica, dalla fama non buona (cfr. Gv 1,46) e dalla popolazione molto composita, ove la purezza rituale era assai difficile da conservare.

Chi riceve l’annuncio è una fanciulla assolutamente anonima, che certo è fidanzata ad un membro della discendenza davidica, ma che non ha in sé alcuna peculiare distinzione socio-culturale o fisica. Vi è poi un altro aspetto importante: Maria è presentata come vergine. L’utilizzazione lucana nel passo in oggetto non dà adito a dubbi di sorta: è sufficiente un confronto con il v. 34 per capire che qui si indica una fanciulla che nonha ancora avutorapporti sessuali.

Proprio in questo clima di tranquilla modestia la fanciulla di nome Maria viene ad essere dalla fine del v. 27 in poi il centro della chiamata divina. «28Entrando da lei, disse: «Sii gioiosa, tu che sei davvero ricolma di grazia, il Signore è con te». 29A queste parole ella rimase molto confusa e si domandava che senso avesse un tale saluto». L’arcangelo vuole trasmettere serenità e contentezza crescenti e il testo ci presenta il tutto secondo una «scala tre gradini».

  • Anzitutto l’espressione iniziale, sii gioiosa: l’imperativo greco usato è certamente un saluto convenzionale nella grecità profana. D’altra parte sia il retroterra primo-testamentario delle parole dell’angelo (cfr. Zc 9,9; Sof 3,14-17; Gl 2,21-23) sia altre attestazioni del verbo utilizzatoquali traduzioni del pregnante termine ebraico shalôm (= pace, nel senso di benessere e serenità globali) fanno pensare a qualcosa di più. L’imperativo d’esordio vuole insistere sull’invito dell’angelo alla gioia.
  • In secondo luogo l’espressione veramente ricolma di grazia: questo elemento accresce la carica di felicità cui si fa riferimento. Infatti la grazia divina dal passato al presente ha avvolto l’esistenza di Maria ed è destinata a persistere: Maria è, per così dire, chiamata a rendersene conto.
  • In terza battuta l’affermazione della presenza accanto a lei del Signore Dio. La presenza attiva di Dio è la garanzia essenziale che si offre a coloro che sono oggetto della chiamata divina, garanzia che, evidentemente, apre le sue ali sulla fede libera e responsabile dei destinatari[4].

Lo sconvolgimento di Maria espresso qui dal testo lucano è assai forte. Ella, però, non giunge ad un rifiuto o ad una obiezione immediata. Ha una reazione di ordine meditativo-interiore, con la quale si esplicita la ricerca di senso ritenuta necessaria dalla ragazza per capire le ragioni di quest’esaltazione che Dio, attraverso l’angelo, intende fare di lei.

Questa replica interiore offre il destro alla spiegazione che segue: «L’angelo le disse: «Non avere paura, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai in seno un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e la sua sovranità non avrà fine»».

Era del tutto inusuale, allora, che una donna ricevesse un saluto così solenne come quello ricevuto da lei: già questo ingenera ulteriore sorpresa e turbamento. In secondo luogo, Maria, in tutta la sua persona, è chiamata ad essere colei che darà alla luce l’atteso da millenni, il Messia, il Figlio di Dio.

La grandezza del neonato è assoluta (vv. 32-33): egli non l’acquisirà dall’esterno ed essa non varrà soltanto davanti al Signore. La natura divina di Gesù e l’annuncio messianico sono riaffermati decisamente nella loro collocazione davidica e regale, secondo una prospettiva che parte dalla dimensione legata ad Israele e si espande verso l’eternità (cfr. Dn 7,14).

«Allora Maria disse all’angelo: «Come sarà possibile ciò? Non ho relazioni sessuali con alcun uomo!». Le rispose l’angelo: «Il respiro santo e santificante scenderà su di te, la potenza dell’Altissimo farà scendere la sua ombra su te. È per questo motivo che colui il quale nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nessuna parola da parte di Dio resterà inefficace»».

Maria, ormai entrata nel quadro divino che il messaggero del Signore le ha prospettato, si preoccupa della fattibilità concreta della nascita preannunciata. La sua domanda (v. 34) è la vera e propria cerniera narrativa della pericope. L’interrogativo posto da Maria, non sul «che» dell’evento, ma sul «come» è del tutto legittimo.

La risposta dell’arcangelo fuga ogni incertezza anche sotto questo profilo. La consacrazione del nascituro nel respiro divino santificante è qui messa in stretta relazione con la sua azione salvifica ricca di potenza. Essa non può che essere una dimensione essenziale di chi verrà alla luce, il quale, pur essendo realmente uomo, è del tutto Altro rispetto ai suoi simili umani.

Nel v. 36 si dà la garanzia che tale azione è superiore ai limiti vincolanti dell’anatomia e fisiologia umane. Infatti ciò si è già tangibilmente verificato per Elisabetta, madre di Giovanni (cfr. v. 13). D’altra parte il v. 37 vede riaffermata definitivamente la superiorità divina. E tutte le parole dell’angelo, dall’inizio alla fine, si rivolgono alla responsabilità di una risposta che solo Maria può dare.

«Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore! Che mi possa capitare quello che hai detto!»».

Il messaggio divino fa prendere alla fanciulla una decisione di cui ella stessa non può prevedere più di tanto le conseguenze per sé. Maria, definendosi serva del Signore,

  • si pone nel clima del patto con Dio proprio della sua tradizione etnico-culturale, giungendo alle radici più autentiche di esso;
  • riconosce che il suo destino è strettamente collegato a quello del Figlio che darà alla luce;
  • evidenzia, senza alcuna passività o soggezione negativa, i connotati della propria vocazione e la forma più umana per farvi fronte in piena libertà e serietà relazionale.

L’intera frase di Maria è una sorta di esplosione di entusiasmo nei confronti di quanto è stato presentato a Maria, che ella accetta, facendosene carico secondo le modalità di servizio appassionato, di amore fedele che ella si è liberamente attribuita.

Per interpretare il testo

In questo brano vi è molto di più che il racconto di una vocazione e l’annuncio di una nascita imminente: l’avvenimento più importante della storia della salvezza (l’incarnazione del Figlio di Dio) inizia orientando il destino concreto di una persona. Un destino che passa anzitutto attraverso la proclamazione del nome della protagonista come sorgente di gioia.

E si tratta della «gioia di Dio nel poter dire a Maria: gioisci… L’incarnazione ha un carattere passionale: rivela la passione di Dio. È l’inizio delle nozze tra lui e l’umanità, il principio di un amore che sarà più forte della morte»[5]. Questa è la base della gioia che promana da tutto il testo e che investe tutti i personaggi: l’arcangelo, perché reca un annuncio gioioso nel contenuto e nella forma; Maria, perché si fa carico con entusiasmo di quanto tale rivelazione comporta per la sua vita.

L’alleanza tra Dio e l’essere umano trova qui, ad un tempo, la sua riaffermazione più tradizionale e più nuova: il Signore offre ad una donna di farsi tramite non soltanto delle sue parole, pur efficaci, ma della sua parola per eccellenza, suo figlio, per il bene ultimo e vero di tutta l’umanità. Le modalità abituali dell’azione divina si manifestano con grande nitidezza: la tenerezza che libera, la fedeltà di chi offre un’alleanza cui non si sottrae mai, l’amore prioritario per quanto è segreto, modesto, umile, lontano «dai riflettori».

L’atteggiamento pieno di concretezza e semplicità di Maria delinea un modello di riferimento per qualsiasi risposta ad una vocazione. Infatti ella non è l’esempio di una certezza disumana. Vive il turbamento, la perplessità, il dubbio, insomma un’obbiettiva inquietudine che si esplicita attraverso fatti precisi: l’interrogarsi interiore su quale fosse la sua nuova prospettiva esistenziale, l’esplicitazione delle sue domande circa le modalità della vocazione che Dio aveva pensato per lei.

In tutto questo, oltre che nella sua risposta finale positiva, Maria apre la strada a un percorso di fiducia libera e responsabile nel Dio della rivelazione ebraico-cristiana, perché ella reca un aiuto ad accogliere l’avvenimento dell’ingresso divino nella specificità di ogni esistenza, secondo una dimensione realisticamente umana.

La forza di Maria risalta particolarmente a partire dalla pochezza esteriore delle sue risorse, dei suoi mezzi: la sua energia interiore è notevolissima, la sua capacità di affidamento eclatante. La sua non è una fede cieca ed ella appare tutt’altro che sprovveduta e ripiegata intimisticamente, come appare in tante immagini di tradizioni popolari che non le hanno fatto né le fanno giustizia.

La grazia divina certamente la sostiene, ma la scelta che ella compie è frutto della sua libertà. Una libertà giocata nella fedeltà al suo essere creatura di Dio, figlia di quel Signore che ha tenacemente pensato al bene dell’essere umano sin dalle origini.

Maria non si accontenta di dire qualcosa in forma verbale, risponde con la proclamazione sommessa, ma tenace della sua vita[6]. A questo proposito Origene dice assai eloquentemente: «a che cosa serve che io dica che Cristo è venuto soltanto nella carne che egli ricevette da Maria, se non manifesto che è venuto pure nella mia carne?»[7].

Questo brano, che non è centrato sulla vocazione di questa donna, ma sulla nascita terrena del Figlio di Dio e sul suo ruolo salvifico, chiama lettrici e lettori ad un rapporto con Dio dinamico, non irrigidito dal fideismo o immiserito nel devozionalismo.

Si tratta di lasciare che la grazia e la potenza dello Spirito[8] realizzino in ogni essere umano questo parto così da offrire al figlio di Maria un’umanità disposta a crescere nell’accoglierlo[9], forte della stessa forza d’amore di questa ragazza palestinese[10].

Sempre nella consapevolezza che la promessa sposa di Giuseppe viene presentata giustamente come la credente ideale, ma che nessuna delle sue qualità viene indicata come motivo per la scelta divina. Questa ragione resta celata nel disegno divino[11].             Appare chiaro, comunque, che «l’evangelo si fonda sulla certezza di nuovi eventi, che finalmente sconvolgono l’itinerario usuale che conduce i figli di Adamo dalla colpa alla sofferenza e alla distruzione. Qui si va dall’umiltà alla grazia e alla vita, ma le azioni gratuite dello Spirito richiedono il massimo impegno di intelligenza e di coerenza da parte degli esseri umani»[12].


[1] Cfr. L. Sabourin, Il Vangelo di Luca, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1989, p. 53.

[2] Cfr. R. Fabris, Matteo, Borla, Roma 20032, p. 58 nota 13.

[3] I testi in proposito sono moltissimi. Eccone un breve elenco:

AT: Es 3-4.19-24.34; Dt 28; Gs 24; 1Sam 12; Ne 9-10; Is 41,14;.43,1; 48,12; Ger 31,31-34; Ez 36,16-37,14; Mi 6,1-8;

NT: Mc 1,16-20 (paralleli = Mt 4,18-22; Lc 5,1-11); 2,13-14; 3,13-15; 6,7; Mt 1,23; 2,23; 9,9; 10,1; 19,30-20,16; 22,1-10; Lc 1,26-38; 5,27-28; 6,12-17; 14,16-24; At 13,2-7; Rm 1,1-7; 9,7-18; Ef 4,11-12; Ap 19,9.

[4] «Sarebbe del tutto erroneo l’atteggiamento di chi pensasse che Dio avrebbe compiuto dei «favoritismi» preferendo Maria ad ogni altra creatura. Per quanto questo possa sembrare strano, si può affermare che per il cuore di Dio ogni uomo è un «preferito» nel senso che per ciascuno c’è un piano d’amore destinato a realizzarsi pienamente se non vi si mette d’inciampo. La kekaritomène (ndr. = «ricolma di grazia») diviene così modello e stimolo per tutti i «ricolmi di grazia» a lasciarsi condurre da Dio in ogni momento della loro vita» (S. Vitalini, Maria nel Nuovo Testamento, Piemme, Casale Monferrato [AL] 1987, p. 10).

[5] S. Fausti, Una comunità legge il vangelo secondo Luca, EDB, Bologna 1994, pp. 29-30.

[6] Maria «è madre nel corpo e nella fede, o – più esattamente – lo è nel corpo perché è tale nella fede. Il figlio che porta in grembo è a un tempo l’espressione fisica della sua fede: in Maria maternità e fede sono dimensioni inseparabili» (G. Gutierrez, Il Dio della vita, Queriniana, Brescia 1991, p. 293).

[7] Origene, In Genesim homilia III, § 7 in PG 12, col. 183.

[8] «Una mariologia cristocentrica e biblicamente fondata è in grado di esprimere gli effetti e la presenza dello Spirito Santo nella storia di Cristo e nella storia degli uomini con lui. Stando ai vangeli l’attività dello Spirito Santo prima della Pasqua si limitava al solo Gesù (Gv 7,39). Solo il Risorto invia lo Spirito alla comunità. Con un’unica eccezione: secondo Lc 1,35 Maria concepisce per opera dello Spirito Santo ed è ripiena di Spirito Santo. Ella è il primo essere umano che partecipi alla storia dello Spirito Santo in Gesù. Per cui, quando si parla dello Spirito Santo, si parla anche di Maria e, quando si parla di Maria, in senso teologico, si parla anche dello Spirito Santo. Ma non si deve invertire l’ordine. La Fonte della vita, la madre dei credenti, la Sapienza di Dio e l’Inabitazione del mistero divino nella creazione, nella quale si rinnova il volto della terra, non è Maria, ma lo Spirito Santo. Maria è la testimone della presenza dello Spirito. Essa non dilata la Trinità divina in una Quaternità, ma indica la Trinità aperta all’unificazione e alla vita dell’intero creato» (J. Moltmann, Editoriale II. Una mariologia ecumenica?, in «Concilium» 8/1983, 28).

[9] Circa il valore straordinario dell’essere donna e madre si vedano, per es., quanto dice Giovanni Paolo II: «La madre accoglie e porta in sé un altro, gli dà modo di crescere dentro di sé, gli fa spazio rispettandolo nella sua alterità. Così la donna percepisce e insegna che le relazioni umane sono autentiche se si aprono all’accoglienza dell’altra persona, riconosciuta e amata per la dignità che le deriva dal fatto di essere persona e non da altri fattori, quali l’utilità, la forza, l’intelligenza, la bellezza, la salute» (Lettera enciclica Evangelium vitae, n. 99).

[10] «La nascita del messia non può avvenire senza il consenso di una donna. La logica dell’azione di Dio nella storia rispetta lo statuto di libertà umana. Soltanto nella congiunzione sinergica delle due volontà, quella di Dio e quella dell’uomo, può realizzarsi il piano divino sulla storia, di cui la nascita del messia è un esempio paradigmatico» (S. Grasso, Luca, Borla, Roma 1999, p. 72).

[11] Cfr. F.B. Craddock, Luca, tr. it, Claudiana, Torino 2002, p. 40.

[12] R. Osculati, L’evangelo di Luca, ITL, Milano 2002, p. 28.

maria lourdes dettaglio
11 Maggio 2020 | 16:15
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