Svizzera

Meno Messe, ma celebrazioni più vive: la proposta di Charles Morerod, vescovo di Losanna, Friborgo e Ginevra

Per contrastare le chiese vuote, il vescovo di Losanna, Ginevra, Friborgo Charles Morerod, ha avanzato la proposta di ridurre le Messe ed ha lanciato una riflessione aperta anche sul numero dei preti. Ripercorriamo alcuni contributi apparsi in queste settimane sulla Neue Zürcher Zeitung e sui portali Cath e Kath.

Contributi di Andrea Kučera (NZZ), Carole Pirker (cath.ch), Regula Pfeifer (kath.ch), Maurice Page (cath.ch), traduzione e adattamento di Katia Guerra

Il più delle volte si parla di carenza di sacerdoti nella Chiesa cattolica. Poiché non ci sono abbastanza giovani formati nei seminari svizzeri per servire tutte le parrocchie, sempre più clero viene reclutato dall’estero. Il vescovo Charles Morerod guarda le cose da un altro punto di vista: secondo lui, non c’è una penuria di parroci, ma un eccesso: «Solo a Friburgo, una piccola città di 38.000 abitanti, ci sono 40 messe cattoliche a domenica. Questo supera di gran lunga la domanda».

Per riportare la sua diocesi nelle cifre nere, il vescovo Morerod avanza una proposta radicale: vuole dimezzare il numero dei sacerdoti. Invece di 345 oggi, in futuro dovrebbero esserci circa 170 sacerdoti tra Friborgo e Ginevra. Egli è convinto che questo sia l’unico modo per portare l’offerta e la domanda allo stesso livello.

«Nelle campagne: pochi fedeli»

La situazione attuale è spesso deprimente, soprattutto nelle campagne, spiega il vescovo Morerod: «Il sacerdote si confronta con una dozzina di fedeli che seguono la funzione in silenzio, dai banchi più lontani».

Il fatto che le Chiese nazionali in Svizzera, la Cattolica e la Riformata, perdano membri è sufficientemente spiegato: secondo l’Ufficio federale di statistica, la percentuale di cattolici nella popolazione residente in Svizzera è aumentata dal 35 al 43% tra il 1910 e il 2018. Grazie all’immigrazione, soprattutto dall’Europa meridionale, la Chiesa cattolica si trova in una posizione migliore rispetto alla sua Chiesa sorella. I riformati ora convincono solo il 23% della popolazione totale, rispetto al 56% del 1910, ma la tendenza è in calo, anche tra i cattolici.

La novità è che un vescovo descrive questa realtà senza tanti giri di parole e dice di essere pronto a trarne le conseguenze. E la crisi sanitaria legata al coronavirus ha rafforzato la determinazione di Morerod: «I credenti più anziani, in particolare, non torneranno nelle chiese così rapidamente per paura del virus», afferma. Cosa fare in questo caso? Il vescovo è convinto che meno sacerdoti significhino più fedeli per liturgia. Ma il suo piano potrebbe avere anche a un altro obiettivo: ridurre il numero di sacerdoti stranieri. «Non sono xenofobo», avverte mons. Morerod. Una Chiesa in cui la maggioranza dei fedeli è immigrata ha bisogno di un clero multiculturale. Tuttavia, con il 50% dei sacerdoti stranieri nella diocesi, è stato raggiunto un limite, spiega il vescovo: «Le differenze si stanno accumulando».

Una cultura diversa

Secondo Morerod, alcuni sacerdoti provenienti da paesi africani o dalla Polonia, per esempio, non sono abituati ad essere contraddetti. «Una cultura della conversazione che sia a pari livello per questi preti è estranea «, ha sostenuto il vescovo romando. Richiedere un’uguaglianza a volte porta anche a tensioni, afferma il presule. Charles Morerod racconta un incidente avvenuto qualche anno fa nel Cantone di Ginevra: in una parrocchia doveva essere ricoperto un servizio pastorale. Il consiglio pastorale aveva sostenuto la nomina di una donna, poiché le donne erano sottorappresentate in quella parrocchia, ma il sacerdote, che proveniva da un paese africano, disse che le donne avevano molte qualità, ma che non ci si doveva fidare di loro per questa funzione. Un altro problema che Morerod riscontra è quello delle barriere linguistiche. Quando -ha spiegato il vescovo- i sacerdoti vietnamiti parlano francese, per esempio, non tutti i fedeli capiscono la predica. Più sotto troviamo altre considerazioni del presule sullo stesso tema.

Chiesa in vendita

Morerod crede nel suo piano: il numero di Messe deve continuare a diminuire, anche se ci vorrà tempo. Ciò implica una certa mobilità dei fedeli, che è già presente tra i giovani cattolici. Ma ne vale la pena: «In cambio, i servizi saranno più vivi».
Resta da vedere cosa accadrà alle chiese che vengono utilizzate solo sporadicamente. Finché ciò sarà finanziariamente sostenibile, non è prevista alcuna chiusura, afferma Charles Morerod. Ma questa soluzione non può essere esclusa. A Neuchâtel, ad esempio, la Chiesa Riformata ha dovuto vendere i suoi primi edifici. «Stiamo osservando questo sviluppo – e un giorno potremmo dover seguire il loro esempio».


Rispondendo alle domande del portale cath.ch/kath.ch , il vescovo Morerod, precisa alcuni punti.

È vero che vuole ridurre il numero dei sacerdoti dagli attuali 345 a 170?
Si tratta di una stima schematica, che tiene conto anche dell’invecchiamento dei sacerdoti e dei cattolici praticanti. Allo stesso tempo, vediamo che i praticanti più giovani si stanno radunando in alcune chiese centrali e che la riunificazione è già una realtà.

C’è stata una consultazione con il consiglio presbiterale della diocesi?
Si tratta di una continuazione delle discussioni di un’ampia consultazione avvenuta nel 2013.

È un piano elaborato o un modo per «sondare le acque»?
È un processo continuo, che non è nell’ordine della pianificazione delle forze (calcolo del numero dei sacerdoti), ma dell’osservazione di fatti già esistenti: osservo che i giovani, e non, spesso vanno a messa in luoghi centrali.

La motivazione di un tale progetto è finanziaria o no?

Questo progetto si basa su un’osservazione più che su una politica economica.

I parrocchiani saranno pronti a spostarsi ulteriormente per partecipare alle funzioni, anche se questo significa non andarci affatto?
Il processo sarà graduale e non dimenticheremo gli anziani che non desiderano viaggiare.

È vero che lei vuole ridurre, in particolare, il numero dei sacerdoti stranieri?
Non solo, ma l’invecchiamento degli svizzeri solleva la questione della sostituzione con sacerdoti di altri paesi. Tuttavia, il Vaticano ci mette regolarmente in guardia contro la tendenza a collaborare in una sorta di «fuga di cervelli», cioè a impoverire le diocesi di altri paesi delle loro risorse umane. Il fatto che pensiamo di poter semplicemente importare sacerdoti quando ne abbiamo bisogno, indebolisce la motivazione delle nostre comunità a suscitare vocazioni.


Su alcuni aspetti il vescovo Morerod è tornato in una presa di posizione successiva.

Poli centrali della vita ecclesiale al posto delle parrocchie?
«Attualmente questo sta già portando molti credenti, soprattutto giovani ma non solo, ad andare soprattutto, se non solo, in luoghi più centrali, per sentire il sostegno di una comunità viva», osserva Mons. Morerod. Per il vescovo questa situazione è simile a quella della Chiesa antica, dove le città e i villaggi circostanti si riunivano per l’Eucaristia.

Sul fronte opposto, i sacerdoti raccontano l’usura che le celebrazioni rappresentano per loro davanti a piccoli gruppi di persone che non interagiscono. Il Vescovo ammette, però, «anche per esperienza personale che la celebrazione dell’Eucaristia, anche con una comunità ridotta alla sua forma più semplice, riempie una giornata grazie alla presenza di Cristo. E so anche che la fede di poche persone silenziose nel retro di una chiesa è un tesoro nascosto, e che queste persone non dovrebbero essere abbandonate come se la loro fede fosse un problema «.

No alla dispersione delle comunità
«Chiese a pochi minuti a piedi l’una dall’altra (in città …) portano a una dispersione di piccole comunità, e le celebrazioni che vi si svolgono, soprattutto la domenica, non manifestano più il raduno della comunità attorno a quel centro che è la presenza di Cristo nell’Eucaristia «.

Per monsignor Morerod, la situazione attuale con le restrizioni ai raduni legati alla lotta alla pandemia covid-19 rappresenta un paradosso. «Poiché poche persone possono riunirsi, invito a più celebrazioni e ringrazio coloro che lo fanno per questa testimonianza di fede e di sollecitudine pastorale. Allo stesso tempo questa situazione ci permette di osservare come potrebbe essere il futuro, tenendo sempre presente che lo Spirito Santo non è intrappolato nelle parabole delle statistiche «.

Una cellula di accoglienza per sacerdoti provenienti da altre parti
A proposito delle difficoltà di adattamento dei sacerdoti stranieri alle realtà ecclesiali svizzere e dei problemi che questo può porre, mons. Morerod ricorda che «c’è stata da alcuni anni nella sua diocesi, come in altri Paesi, una ‘cellula’ di accoglienza per i sacerdoti (…) «da altrove». L’obiettivo è fornire un’introduzione alle specificità locali. Incontro questa cellula una volta all’anno e dico ai preti presenti, ogni volta, tra le altre cose: «poiché la tua esperienza precedente è spesso diversa, tieni presente che la mentalità svizzera è molto egualitaria (guardare i laici come un gregge obbediente provoca allergie) e che sono cordiali i rapporti con le Chiese riformate. Questa cellula ha lo scopo di aiutare questi sacerdoti venuti in missione, anche correggendo i nostri stessi errori nell’accoglierli «.

Importare preti?
Monsignor Morerod riconosce inoltre che «più del 60% dei cattolici della diocesi è di stretta origine straniera». Questi fedeli sono spesso felici di poter incontrare sacerdoti del loro Paese di origine, e non solo nelle «missioni linguistiche». «Alcuni notano anche il vantaggio per loro di scoprire qui un inaspettato rispetto per la loro vita laicale. Ovviamente anche gli svizzeri sono spesso contenti della gioia dei preti stranieri, e io condivido questa gioia «.

Anche qui il vescovo si domanda tuttavia: «Che servizio rendiamo alle Chiese da cui riceviamo i sacerdoti (il Vaticano ci avverte costantemente)? Come stimoliamo le vocazioni in Svizzera (preghiera delle comunità, risveglio dei candidati) se suggeriamo che in ogni caso è sufficiente importare un po’ di clero?

Il vescovo Morerod
27 Dicembre 2020 | 14:22
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