Ticino

Liliana Segre, 1943: da Arzo ad Auschwitz

«Sei tu la soluzione» ha detto a una studentessa. Ebrea sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, Liliana Segre (88 anni) ha affidato una missione ai giovani: tenere accesa l’attenzione, la memoria, contro l’indifferenza. C’erano cinquecento allievi di quarta Liceo di tutto il Ticino, questo lunedì 3 dicembre nell’aula magna dell’Usi di Lugano. Come incantati hanno seguito per due ore il suo racconto. «A 75 anni dal gran rifiuto», avvenuto alla frontiera di Arzo, dove, assieme al padre e a due anziani cugini, nel dicembre del 1943, fu respinta, mentre cercava rifugio in Svizzera. L’ufficiale svizzero tedesco che li interrogava fu irremovibile: niente accoglienza. Di più: «ci disprezzava». Liliana ha 13 anni; nell’ufficio delle guardie di confine guarda una raccolta di farfalle sotto vetro, ciascuna infilzata con uno spillo: «Non è che sono anch’io una farfalla con lo spillo?». Si butta ai piedi dell’ufficiale supplicandolo. Questi la caccia via «come con un cagnolino noioso». Sono riaccompagnati alla frontiera con le baionette puntate alla schiena. Vengono immediatamente arrestati dai finanzieri italiani. Qualche mese dopo si trova col padre su un treno; la meta ancora non la conosce ma è Auschwitz.

Il no ricevuto ad Arzo determinò tutto il seguito: la morte del padre «passato per il camino» di Auschwitz, i suoi 18 messi nei campi di concentramento, un dolorosissimo ritorno alla realtà a Milano, dopo la guerra. Solo l’amore «mi ha guarito»: l’amore: «il primo, l’ultimo, l’unico»: il ragazzo che la sposerà e le permetterà di diventare «più volte madre e più volte nonna. Visto che Hitler voleva uccidere me, mi sembra che ho vinto io».

Liliana Segre, vittima delle leggi razziali fasciste è una degli ultimi ebrei sopravvissuti della Shoah. Per la prima volta partecipa a un evento ufficiale in Svizzera, «perché non mi hanno mai invitata», confida ai microfoni della RSI. Ad ascoltarla, arriva anche Manuele Bertoli: «Il nostro paese non le ha dato asilo – la voce del consigliere di Stato cede all’emozione – non posso che chiedere scusa e sperare che il riconoscimento di quell’errore, che fa parte della nostra storia e della sua, impedisca di ripeterlo».

La testimonianza della signora Segre è più volte risuonata in questi ultimi trent’anni, in Italia. Ascoltarla è un evento storico, un’esperienza di vita. La sua lucidità colpisce. E anche i decenni di silenzio, prima di parlare, colpiscono. Il dolore era troppo, e una cappa di silenzio avvolgeva tutti, alle prese con altre questioni, all’indomani della seconda guerra mondiale. Vorrei qui riportare solo alcuni virgolettati, della sua conferenza ai liceali ticinesi:

«Trascorsi quaranta giorni e quaranta notti a San Vittore, nella cella 202. Anni fa andai a vederla»

Con 600 altri deportati furono caricati su camion e condotti alla stazione di Milano, verso Auschwitz: «Nessun milanese si oppose».

Il viaggio in carri bestiame, con 60 «per fortuna» sconosciuti. Un settimana tra Italia, Austria, Foresta Nera: «Non sai dove stai andando». Alla Juden Rampe di Auschwitz è separata dal padre: «Siete qui per lavorare. Ci abbiamo creduto».

«Spogliata, tatuata, rapata», si trova in una baracca con mille prigioniere. «Trasformata in un’altra persona… ero la più stupida di tutti», non capiva che cosa stesse succedendo. «Ci volevano quindici giorni per smettere di piangere». «Era il male assoluto».

Lavora in una fabbrica di armi. Al coperto: «fu la mia salvezza». Tra sofferenze indicibili trascorre un anno e mezzo. Per tre volte passa la selezione. «Era un momento fantastico». La sua compagna francese Jeannine invece è scartata: «Io fui orribile: non mi voltai a guardarla, non volevo più affezionarmi a nessuno dopo il distacco da mio padre. Mi ci vollero tanti anni per capire che cosa mi era stato portato via».

«Ero prigioniera col corpo, ma non sono stata la farfalla trafitta: io ero altrove. Io ho scelto la vita. Non vedevo gli scheletri pronti per il crematorio».

Alla liberazione del campo, i nazisti si disfano delle divise e tornano a casa. Il comandante del campo, crudele fino all’ultimo, butta la pistola a terra. «Quando la vidi ai miei piedi dissi: prendo la pistola e lo uccido. Una tentazione fortissima che durò un istante. Ma non raccolsi quella pistola per fortuna. E sono diventata una donna libera, una donna di pace».

«Paura antica e disprezzo totale. Non perdono e non dimentico i miei persecutori».

Uno studente le chiede: «Che cosa porta l’uomo a essere così cattivo?». E Liliana Segre risponde: «Si comincia con la teoria della supremazia dell’uno sull’altro. E invece di usare il tuo potere per il bene, lo usi per il tuo vantaggio. Tutto è cominciato così, come con il bullo a scuola. Una piccola valanga».

E ancora un lampo ci ricollega a oggi: «Sono stata una clandestina con documenti falsi; sono stata richiedente l’asilo respinta; sono stata bambina schiava lavoratrice». Il 18 gennaio scorso, il presidente italiano Sergio Mattarella l’ha nominata senatrice a vita.

Intanto, qualche tempo fa dal progetto «L’isola delle voci incantate», in collaborazione con l’Helvetic Music Institute (HMI), è scaturita per la classe speciale ospite del liceo di Bellinzona l’idea di comporre una canzone per ricordare il vissuto di Liliana Segre, dal titolo «La ballata di Lilly Segre», che potete trovare su youtube.

Italo Molinaro

Liliana Segre da piccola con il padre Alberto, che sarebbe stato ucciso nei campi di concentramento ad Auschwitz.
3 Dicembre 2018 | 16:30
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