Commento

La settimana santa è la più autentica dell'anno?

15.04.2019, 11:30 / Ernesto Borghi

La settimana santa è il periodo più importante dell’anno per i cristiani? La risposta è certamente affermativa dal punto di vista teologico e liturgico, molto meno, dobbiamo riconoscerlo, nell’immaginario collettivo. Ad un sondaggio anche molto artigianale, condotto magari per strada, intervistando le persone che passano, alla domanda: “per lei è più importante Natale o Pasqua?”, probabilmente la maggior parte delle risposte propenderebbe per il Natale.
Una considerazione seria dei testi evangelici e degli altri libri del Nuovo Testamento, radici e fonti della fede e cultura cristiane, porta a dire che il Natale è esistito perché c’è stata la Pasqua. Mi spiego: dall’esperienza delle apparizioni del Risorto dal mattino “del primo giorno della settimana” (Mc 16,2) in poi i discepoli suoi contemporanei e quelli delle due generazioni successive hanno rielaborato quanto era stato vissuto in precedenza con Gesù di Nazareth e da Gesù di Nazareth offrendo dei racconti che, in Luca 1-2 e in Matteo 1-2, arrivano sino ai presupposti della nascita del Nazareno e alla nascita stessa: il Natale. Quindi, sintetizzando, si potrebbe dire che il Natale di Gesù è in vista della Pasqua…
Comunque, se si leggono Marco 14-16 / Matteo 26-28 / Luca 22-24 / Giovanni 18-20, si trovano i racconti del culmine dell’esperienza terrena di Gesù, dall’Ultima cena alle apparizioni del Risorto, secondo le angolature teologiche diverse delle quattro versioni evangeliche canoniche. Questo interessantissimo confronto con i testi biblici (che ciascuno di noi potrebbe assai utilmente fare anche in questi giorni) fa comprendere che la struttura della settimana santa è del tutto verosimile e storicamente fondata per quanto concerne i giorni dal giovedì in poi – il triduo – ma non lo è per quanto concerne i giorni precedenti. Infatti, dall’ingresso di Gesù a Gerusalemme – a cui i testi danno rilevanza quasi fosse stato un episodio tale da interessare le folle – ai presupposti dell’Ultima cena si articola la predicazione del Nazareno a Gerusalemme che, testi alla mano, è certamente durata ben più di pochissimi giorni.
Detto questo, il senso altamente simbolico di fare memoria attiva, in sette giorni, della fase decisiva della vita terrena di Gesù è notevolissimo, quale apice del percorso quaresimale precedente: concentrare il cuore e la mente degli esseri umani, anche del nostro tempo, sul valore culminante della fede cristiana. In che cosa consiste tale valore? Nel fatto che l’unico modo per vincere l’annientamento della morte è orientare costantemente la propria vita verso l’amore per gli altri, un amore disposto anche al massimo sacrificio di sé per loro. Nell’esperienza del Nazareno, che si lascia crocifiggere usando, in base alla testimonianza lucana, parole di perdono per i suoi crocefissori (cfr. Lc 23,34) e che viene riconosciuto dai discepoli, dopo la risurrezione nel momento in cui spezza il pane con loro (cfr. Lc 24,30-31), vi è una concentrazione di intensa umanità, una generosità totale che può essere per chiunque, in questa settimana decisiva di avvicinamento a Pasqua, un termine di paragone fondamentale per saggiare a quale livello sia l’umanità della nostra mente, del nostro cuore, della nostra vita.

Per approfondire: Bruno Maggioni, I racconti evangelici della Passione, Cittadella, Assisi (PG) 2006; Bruno Maggioni, I racconti evangelici della Risurrezione, Cittadella, Assisi (PG) 2008.

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