Ticino

La festività del Corpus Domini: perché l'Eucarestia è necessaria alla vita spirituale?

Non si ricorda, almeno in Occidente, una simile assenza, così prolungata, dell’Eucarestia nelle nostre vite, a causa del lockdown da covid-19 imposto qui e in tante altri parti del mondo. Un’assenza che ci deve indurre alla riflessione. So davvero cosa è l’Eucarestia? Perché è così necessaria alla mia vita spirituale? O ancora prima: l’Eucarestia è necessaria alla mia vita spirituale o è un «di più» come tante altre cose?

Il sacramento dell’Eucarestia è definito «fonte e culmine della vita cristiana» (Cfr. Catechismo 1324). Se analizziamo attentamente, comprendiamo che si tratta di una definizione molto forte. C’è un aspetto circolare: la fonte infatti è il principio, mentre il culmine è la fine. «Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine» (Apocalisse 21,6). C’è anche un aspetto verticale: il culmine è in alto, è sinonimo di vetta, sommità. C’è dunque nell’Eucarestia questa tensione tra il partire e l’essere, in un certo senso, già arrivati alla meta.
La necessità del sacramento ci è indicata dal suo stesso Autore: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita», e ancora: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6, 53.56). Dalle parole di Gesù, si capisce che l’Eucarestia è sacramento necessario alla vita. Non si tratta evidentemente della vita biologica. Ecco dunque che il secondo passaggio qui evidenziato chiarisce di che vita si tratta: «dimora in me e io in lui». Questo rapporto speculare tra Dio e l’uomo nel sacramento eucaristico è l’essenza, la definizione stessa della cosa più preziosa che abbiamo in questa vita terrena, in quanto cristiani ma, oserei dire, anche in quanto esseri umani: la grazia. Avere la grazia significa rimanere in amicizia con Dio e, si sa, gli amici sono coloro che ci accolgono piacevolmente nella propria casa e che sono ben accolti nella nostra. «Non vi ho chiamati servi, ma amici» (Gv 15,15).
Bisogna dunque essere in grazia di Dio per rendere efficace questo sacramento di vita. È questo il senso anche di quelle parole, forse misteriose per tanti, che il sacerdote recita prima di procedere alla distribuzione delle particole consacrate: «Per Cristo, con Cristo, in Cristo: a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli».
Per Cristo. Qui la preposizione ›per’ non indica un fine, ma – direbbe la nostra maestra di italiano delle elementari – un complemento di mezzo. Potremmo parafrasare così: «Attraverso Cristo», o ancora meglio: «Grazie a Cristo». La vita di grazia non è qualcosa che riceviamo per natura, ma appunto come dono di Dio, gratuitamente, come suggerisce la parola stessa. E possiamo ricevere questo dono attraverso Cristo, cioè attraverso la sua stessa vita, integralmente offerta al Padre per noi sulla croce.
Con Cristo. La grazia rimane finché si rimane uniti a lui. Si tratta di un complemento di compagnia. La parola ›compagnia’ deriva da cum panis, cioè il compagno è colui che mangia il nostro stesso pane. Come si è detto in un altro mio contributo, l’amicizia o alleanza di Dio con l’uomo si conserva nel rispetto della sua legge di amore. E Gesù ci ha avvisato che è un intento tutt’altro che facile: «quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita» (Mt 7,14).
In Cristo. Il complemento di stato in luogo ci indica che Dio è addirittura la nostra dimora, la nostra casa. E questo deve comunicarci un duplice messaggio. Anzitutto, un messaggio di sicurezza e protezione. Chi conserva la grazia sa che non deve temere nulla (Cfr. Gv 16,33). In secondo luogo, un messaggio di fermezza. Chi conserva la grazia sa che può affrontare tutto.

Gaetano Masciullo

11 Giugno 2020 | 07:45
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