di Gaetano Masciullo
In questo periodo di lockdown, improvvisamente abbiamo assistito al venir meno della Messa e delle altre attività religiose. Siamo dunque chiamati a riflettere sull’importanza e sul ruolo che i sacramenti assumono (o devono assumere) per la nostra esistenza. Se qualcuno dovesse chiedermi perché sono cattolico, molto probabilmente addurrei, tra le altre cose, il fatto che nel cattolicesimo posso trovare il sacramento della confessione. Si tratta di un sacramento oggi purtroppo bistrattato, spesso sia da parte del clero che da parte dei laici, quasi fosse diventata un’opzione per la vita e per il perfezionamento spirituale del credente. Eppure, sono convinto che sia una delle cose che rende la religione cattolica speciale tra tutte le altre.
Nel 1215, il papa Innocenzo III comprese così tanto l’importanza che questa pratica religiosa assumeva per la spiritualità che decise di vincolare i fedeli alla confessione almeno annuale. Due storiche contemporanee della filosofia medievale parlano addirittura di «straordinaria ‘educazione sentimentale’ che è stata per l’Occidente la pratica della confessione» (Casagrande C., Vecchio S., Piacere e Dolore. Materiali per una storia delle passioni nel Medioevo, Firenze: Sismel, 2009). Dopo la Riforma luterana, questo sacramento fu visto gradualmente con sempre maggior sospetto, finanche nella stessa Chiesa cattolica, e il diffondersi (anche e soprattutto a livello inconscio) di una visione della storia di derivazione marxista, secondo la quale tutti i fenomeni sociali altro non sono che costrutti atti a conservare potere e rapporti economici, favorì l’idea che la confessione fosse un mero mezzo di controllo delle coscienze da parte di un’istituzione politico-religiosa come tante altre.
Ma un proverbio noto recita che «ciò che si caccia dalla porta, rientra dalla finestra», per dire che vi sono cose talmente importanti per la nostra vita che, anche qualora si decidesse di liberarsene perché ritenute scomode o desuete, esse ritornerebbero per altre vie, meno evidenti, quasi appunto rientrassero dalla finestra, anziché dalla porta. Mentre la confessione veniva bandita dalla spiritualità del popolo, infatti, le terapie psicologiche - che videro certamente il proprio culmine nelle scuole psicoanalitiche iniziate da medici quali Freud, Jung e Adler - acquisivano sempre maggiore importanza.
San Pio da Pietrelcina, che fu un grandissimo santo della riconciliazione, arrivò a scrivere che «le due ali per giungere in Paradiso sono i sacramenti della Confessione e dell’Eucarestia». La grandezza pedagogica e spirituale di questo sacramento si può riassumere, a mio avviso, con due parole: relazione e misericordia. San Benedetto da Norcia, il grande teologo dell’umiltà, scrisse che questa virtù possiede dodici gradi e che l’ottavo grado consiste nel sapere confessare i propri peccati. Ma la confessione presuppone la parola, che è un segno distintivo di noi esseri umani e della nostra natura razionale. La parola presuppone poi un incontro. Il Signore disse chiaramente: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi» (Gv 20,23). Rivelare verbalmente i propri limiti a qualcuno educa, anche affettivamente, a distinguere il vero Dio dall’idolo – cioè dall’immagine falsa di Dio - che possiamo creare, a riconoscere un Dio che comprende ed allo stesso tempo ci scuote profondamente. Riscopriamo dunque, laici e sacerdoti, la grandezza di questo tesoro di grazia, che rende il cattolicesimo davvero unico.