Ticino

«Il virus ha rubato agli haitiani la speranza di poter uscire dalla povertà»

Davanti al virus siamo tutti uguali? Chiedetelo a chi vive e lavora ad Haiti. La pandemia è arrivata anche nel piccolo Paese caraibico, dove è attivo un progetto di aiuto allo sviluppo promosso dalla diocesi di Lugano insieme alla Chiesa locale di Anse à Veau-Miragoâne. I coniugi Maria Laura e Sebastiano Pron sono in missione dallo scorso dicembre insieme al collaboratore Francisco Fabres. Il virus ha colpito sia dal punto di vista sanitario che sul lato economico, rendendo ancora più drammatica una situazione di forte povertà. Nonostante tutto, le attività dei missionari proseguono: Maria Laura è medico e presta servizio in un dispensario del dipartimento di Nippes mentre Sebastiano si occupa in particolare della formazione dei docenti. Ma le loro giornate si dividono tra mille attività: nei mesi di aprile e maggio, per esempio, hanno dedicato due pomeriggi a settimana per visitare oltre cento famiglie, facendo prevenzione sui rischi del Covid e consegnando kit alimentari (finanziati dalle donazioni ricevute dal Ticino con l’Azione di Natale 2019) ai nuclei più bisognosi. «La situazione legata al virus è preoccupante», spiega Maria Laura al telefono: «A oggi i casi confermati ufficialmente sono circa 6500 con meno di 150 decessi. Ma i tamponi sono pochissimi, dunque i dati non sono realistici: noi stessi siamo a conoscenza di persone con i sintomi del Covid che non sono state testate». Le previsioni non sono positive, e il comportamento delle autorità non è sempre d’aiuto. «Il presidente di Haiti ha riaperto da fine giungno le frontiere, perché la crisi economica è troppo forte. Il segnale che arriva alla popolazione, però, è che il peggio sia passato: già prima molti non indossavano le mascherine, ora far rispettare le precauzioni sarà ancora più difficile». I missionari cercano di dare il buon esempio: «Sebastiano tiene i suoi corsi a piccoli gruppi di docenti», prosegue Maria Laura, «così da rispettare il distanziamento. E anch’io ho cominciato a fare formazione igienico-sanitaria con gli insegnanti della scuola parrocchiale di Miragoâne. Ma il problema spesso è culturale: alcune persone addirittura sostengono che il virus non esista, e poi la miseria rende tutto più difficile». Per molti haitiani, infatti, restare a casa significa perdere quei piccoli lavoretti che consentono di mettere insieme almeno un pasto al giorno. «Trovare lavoro è difficile, ce la fa chi ha una raccomandazione. Tanta gente onesta si spacca la schiena ma guadagna poco, e così molti perdono la speranza di uscire dalla povertà: come una spirale negativa, da cui è difficile rialzarsi ». Negli scorsi mesi, le tensioni sociali avevano causato disordini e rivolte: «Potrebbero scoppiare di nuovo», riflette Maria Laura, «perché con la povertà aumenta anche la disperazione. Nella capitale Port Au Prince, che dista circa 100 chilometri da noi, le gang criminali non hanno più niente da perdere». A ormai sei mesi dal loro arrivo, e pur tra tanti problemi, i coniugi Pron hanno imparato a conoscere Haiti: «Siamo ben integrati con la comunità locale, abbiamo appreso la lingua e sappiamo come spostarci tra i villaggi. Ci sosteniamo a vicenda con le altre realtà caritative presenti nella zona, in particolare con le suore di Miragoâne. Si sente anche la stanchezza, perché il lavoro occupa quasi tutto il nostro tempo. Le persone sono gentili ma cambiare la mentalità è difficile: noi entriamo pian piano nei meccanismi di questa società, e speriamo di essere sempre più d’aiuto agli haitiani».

Gioele Anni

Da sinistra: Francisco Fabres, con i coniugi Pron, giunti da poche ore ad Haiti
13 Luglio 2020 | 06:36
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