Ticino

Gesù Buon Pastore, una riflessione che trae spunto da un commento di San Tommaso d'Aquino

Nella quarta domenica di Pasqua, la Chiesa ci chiede di meditare riguardo alle parole di Gesù sul «Buon Pastore». È interessante meditarle seguendo l’autorevole commento di san Tommaso d’Aquino. Secondo il grande Dottore, dobbiamo dividere il brano in tre parti. Nella prima parte, Gesù delinea l’identikit del buon pastore (Gv 10, 11-13); nella seconda parte, Gesù spiega perché questo identikit si confà perfettamente a lui (vv. 14-16); nella terza parte, Gesù indica il segno preciso con il quale egli manifesterà che lui solo è il buon pastore dell’umanità.

Il popolo ebraico, cui Gesù parlava, è un popolo dalla tradizione nomadica e, come tutti i popoli nomadi del pianeta, anch’esso aveva sviluppato una cultura popolare fortemente incentrata sulla pastorizia. Si pensi all’Esodo, quando Dio usa due alimenti tipici delle antiche diete nomadiche come immagine dell’abbondanza della Terra Santa: «Sono sceso per liberarlo […] verso un paese dove scorrono latte e miele» (Es 3, 8), espressione che poi, nella tradizione cristiana, è andata a simboleggiare il conseguimento della vita eterna. Gesù imputa a sé stesso due cose: non solo dice di essere pastore, ma di essere il buon pastore. In questa definizione, troviamo velato un accenno eucaristico. Il pastore, infatti, ancor prima che colui che guida il gregge, è colui che dà da mangiare alle pecore: da notare infatti che la parola ›pastore’ ha la stessa etimologia di ›pasto’. Gesù si dona come cibo e bevanda di salvezza. Dice poi di essere buon pastore, per distinguersi dai cattivi pastori.

Il pastore buono si distingue dal cattivo secondo tre aspetti. Il primo è quello di intenzione. Il buon pastore, infatti, ama le pecore per se stesse, mentre il pastore cattivo ama le pecore per il proprio profitto: per questa ragione, Gesù chiama i pastori cattivi «mercenari», cioè coloro che cercano una mercede, un profitto. Il secondo aspetto è quello della sollecitudine. Il buon pastore infatti rivendica la proprietà delle pecore, al contrario del mercenario: «Il mercenario non è pastore e ad esso le pecore non appartengono» (v. 12). Si è infatti solleciti nell’amare ciò cui ci si sente in qualche modo legati. Il terzo aspetto è emotivo, affettivo. Alla vista del lupo, il buon pastore è disposto a dare la vita, mentre il mercenario «abbandona le pecore e fugge» (v. 12). Secondo san Tommaso, il lupo rappresenta tre dimensioni pericolose per l’uomo: il diavolo, la cattiva dottrina e la cattiva politica. Tutti questi pericoli hanno come effetto quello di rapire – cioè privare l’uomo della signoria di Cristo – e di disperdere le pecore, che significano la rottura dell’unità della Chiesa.

Gesù quindi passa a spiegare perché egli solo è il buon pastore: «conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per esse» (vv. 14-15). C’è un parallelismo tra il Padre e Cristo, da una parte, e Cristo e la Chiesa, dall’altra. La Croce diventa il luogo privilegiato di questa dimostrazione di somma carità del pastore, che dona la propria vita per salvare gli uomini dal male, salvezza che non si limita al popolo di Israele, ma si estende a tutto il mondo: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto e anche quelle devo guidare» (v. 16). Finalmente, Gesù accenna alla manifestazione di questa sua identità di buon pastore. È l’annuncio della Pasqua, della sua Resurrezione. «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo» (v. 17). È un evento sensazionale, non spiegabile con leggi naturali e che palesa la straordinaria potenza di amore del Figlio di Dio.

Gaetano Masciullo

25 Aprile 2021 | 06:00
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