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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (27 febbraio 2026)
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  • L'Abate Mauro Lepori

    Convertitevi e vivrete

    Il tempo eccezionale che viviamo da più di un anno sta forse diventando un tempo normale. Non perché ci abituiamo ai disagi e alle difficoltà provocati dalla pandemia, e ancor meno alla sofferenza delle sue vittime, ma perché ci rendiamo conto che questo tempo è la realtà che dobbiamo attraversare, senza “saltarla”, e nulla è più normale della realtà. Ma possiamo anche dire che è l’eccezionalità stessa di questo tempo che lo rende normale perché, se fossimo attenti e coscienti, ci accorgeremmo che la realtà è sempre eccezionale, che la realtà è sempre più eccezionale della normalità che sogniamo.

    Se vivessimo la realtà della vita con la coscienza che in ogni istante tutto è creato e donato da Dio, riconosceremmo che la realtà è sempre un miracolo, e vivremmo con stupore anche i tempi di crisi, adorando in tutto Dio, Creatore e Padre. Così viveva Gesù ogni istante della sua vita terrena.

    Cosa ci chiede la realtà?

    Quando, come ora, la realtà è in crisi e rivela il suo volto drammatico, ci accorgiamo che essa ci chiede di più, che essa ci fa sentire più forte la sua domanda, la sua esigenza di senso. Non è solo la realtà del tempo di pandemia che ci chiede una risposta. La realtà umana è sempre drammatica, è sempre una domanda insistente. [...]

    Ma qual è la risposta adeguata a tutta questa domanda della realtà presente?

    Dobbiamo anzitutto ammettere che la realtà ci chiede ben più di quello che possiamo dare o essere noi. Noi non siamo capaci di rispondere alla grande e insistente domanda della realtà. Allora, che fare? Facciamo finta che la domanda non ci sia? Ma, appunto, la drammaticità della situazione attuale rende sempre più difficile sfuggire all’insistente domanda della realtà. Abbiamo bisogno di poter dare una risposta che, pur non venendo da noi, sia reale come la realtà che ci chiede tanto.

    Il tempo della Quaresima, così come i richiami insistenti del Papa e la testimonianza dei santi, ci ricordano che una risposta possiamo esprimerla, anche senza possederla. Questa risposta è la conversione.

    La grazia delle grazie: la conversione

    Papa Francesco termina la sua preziosa Lettera apostolica Patris corde, dedicata a san Giuseppe, con una frase sorprendente: “Non resta che implorare da San Giuseppe la grazia delle grazie: la nostra conversione.”

    La nostra conversione è una grazia, anzi: la grazia delle grazie, perché ci apre a tutti i doni che Dio vuole farci, fino al dono di essere per sempre uniti a Lui nella vita eterna. “Convertitevi e vivrete”, è la promessa che Dio fa al popolo tramite il profeta Ezechiele (18,32). Ma la nostra conversione non è solo la grazia che dobbiamo chiedere noi: è anche ciò che Dio chiede alla nostra libertà. Infatti, all’inizio della sua vita pubblica, Gesù fa sua la domanda che la realtà ci pone, e ci rivela così qual è la risposta che siamo chiamati a dare: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15); “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17).

    Se non vogliamo lasciare senza risposta la realtà che ci interpella, se non vogliamo stare in modo passivo e sterile di fronte alla crisi globale del tempo presente, è importante che accogliamo la grazia della conversione come risposta a Cristo che ci permette di rispondere a tutta la realtà.

    Prendere sul serio la nostra conversione è una responsabilità enorme, perché Dio, misteriosamente, ha messo nella nostra conversione la risposta alla domanda drammatica del mondo intero. Tutta la storia del monachesimo cristiano, da sant’Antonio abate fino ai santi monaci e monache di oggi, come i beati Fratelli di Tibhirine, è stata sempre mossa dal desiderio di abbracciare la conversione come risposta che Cristo ci permette di accogliere e trasmettere alla domanda di senso dell’umanità intera. Tanto che san Benedetto ne ha fatto uno dei tre voti essenziali per vivere in monastero: il voto di conversatio morum, che forse si potrebbe tradurre liberamente con “cammino di conversione comune della vita”, cioè una vita che, guidata dall’obbedienza in una stabilità comunitaria, permette di convertirsi costantemente al Vangelo, seguendo Cristo Signore. [...]

    Leggi la lettera integrale

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