Internazionale

Anche un po’ di Svizzera italiana nella ricostruzione di Norcia

Tre anni fa il terribile terremoto che distrusse la cattedrale e fece grandissimi danni. Oggi, il vescovo mons. Renato Boccardo ci racconta di quanto è faticosa la ricostruzione ma di quanto sia bella la solidarietà che hanno ricevuto, in particolare anche dal Ticino e dal Grigioni italiano.

Lo scorso 30 ottobre si è celebrato il terzo anniversario del terremoto che nel 2016 distrusse Norcia e gli altri paesi delle vallate circostanti in centro Italia. Una ferita ancora totalmente aperta come ci spiega mons. Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto e Norcia. Un ricostruzione resa possibile finora solamente dagli aiuti delle Caritas e della gente, perché, ci spiega l’Arcivescovo, le istituzioni non hanno ancora portato segni concreti.

Mons. Renato Boccardo

Aiuti preziosi, il vescovo se lo ricorda bene, arrivarono anche dalla diocesi di Lugano e dal Grigioni italiano, mossi dalla solidarietà e dalle amicizie. Anche Caritas Svizzera su iniziativa del vescovo emerito Grampa e dell’ex Consigliere di Stato ticinese, onorevole Caccia si preoccupò della situazione

Si è manifestata una grandissima solidarietà da parte di tante istituzioni; gli aiuti ricevuti sono stati tutti preziosi, e anche quello arrivato dalla vostra diocesi si rivelò un segno di grande solidarietà. Per questo colgo l’occasione per ringraziare tutti voi. Quello che manca ora però è la ricostruzione vera perché la burocrazia rallenta tutto e allora si crea un clima di frustrazione e di rabbia. Gli aiuti sono stati indispensabili perché fin dall’inizio hanno reso possibile risolvere le emergenze e le necessità immediate: ad esempio consentire agli agricoltori di rifare le stalle con nuovi tendoni, oppure offrire un alloggio alle persone che avevano perso casa. Quello che è necessario adesso è iniziare a costruire una vita normale.

La gente come vive questa situazione? So che tanti sono andati altrove …

Questo è il rischio: la gente dopo un po’ si stanca e non trova più le motivazioni per vivere in questa precarietà, meglio andare altrove per essere più sicuri. Ma questo vuol dire uno spopolamento e un impoverimento progressivo del tessuto sociale.

E la parte di popolazione rimasta come vive questa situazione?

È gente di montagna, dunque molto forte e resistente, oltre ad essere abituata ai terremoti. In questa zona infatti ogni 20 anni c’è una scossa che distrugge tutto. Sono rimasti con tenacia ma è chiaro che ora vorrebbero vedere dei segni concreti di ripartenza e invece questo manca. Inoltre, periodicamente arrivano i nostri politici che promettono di non lasciarci soli e di fare grandi cose e invece non si vede mai niente e questo peggiora ovviamente la situazione e gli stati d’animo.

Le famiglie con quale sguardo guardano al futuro?

Con molta apprensione. Questa è una zona in cui si viveva di turismo e di agricoltura: l’attività agricola è ora più o meno ripartita; il turismo no perché mancano le strutture. C’erano tantissimi alberghi, alloggi, b&b, e oggi tutto questo è venuto a mancare. Alcuni alberghi hanno riaperto nelle strutture provvisorie, ma i turisti se vengono si fermano a mangiare ma non per dormire.

E i giovani?

I giovani vanno altrove perché qua non ci sono possibilità di lavoro. Il rischio dello spopolamento e dello sfaldamento del tessuto sociale è reale; anche tanti adulti e anziani che erano rimasti hanno ora raggiunto i figli nelle città limitrofe, perché stanno meglio e si sentono più al sicuro. Conseguenza di questa situazione è anche la dispersione della comunità cristiana: per un anno non si è potuto fare catechismo ai bambini perché non c’era un luogo che potesse accoglierli. Allo stesso modo anche le altre attività parrocchiali sono state tutte sacrificate. Per questo si sta lavorando intensamente anche grazie a tantissimi aiuti, uno fra tanti è quello della diocesi di Como a voi confinante, che ha reso possibile la costruzione di un salone parrocchiale che abbiamo inaugurato i giorni scorsi.

C’è ancora molto da fare …

Assolutamente si; molto da fare prima di tutto a livello umano, poi dal punto di vista strutturale. Dico sempre che è «inutile ricostruire i muri se dentro di essi non abbiamo una qualità di vita e di relazioni». Bisogna ricostruire gli edifici ma allo stesso tempo anche la dimensione umana, e non so cosa sia più semplice. La cosa bella è la solidarietà anche se, come per tutti gli avvenimenti, oggi l’attenzione mediatica di un evento grave come il terremoto rimane solamente per pochi giorni poi non se parli più, salve rare eccezioni. L’attenzione dell’opinione pubblica non rimane per molto tempo e questo è un altro attentato alla socialità perché la gente si sente ancor di più abbandonata e sola e si crea quel sentimento di frustrazione e di tensione che genera anche invidie e competizioni.

Da ultimo, ricordiamo che prima della scossa tellurica del 30 ottobre 2016 che ha raso al suolo la basilica di San Benedetto a Norcia e provocato danni ingenti alla popolazione della Valnerina in Umbria, un altro grave sisma ha devastato, il 24 agosto 2016, il Centro Italia, in particolare la zona di Amatrice in provincia di Rieti. A tal proposito venne istituita dalla Diocesi di Lugano una colletta a favore dei terremotati  che nei mesi successivi all’evento tellurico raccolse, con il contributo di parrocchie e altri benefattori, un generoso importo che è stato devoluto a dei progetti a favore dei sinistrati del reatino, attraverso la Diocesi di Rieti e la locale Caritas. 

Silvia Guggiari

4 Novembre 2019 | 13:33
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