Ticino

A Casa di Gabri l’umana fragilità si trasforma in fragile preziosità

È festa anche alla Casa di Gabri, a Rodero, in provincia di Como. Una realtà ben conosciuta anche nella Svizzera italiana, a due passi dal confine. Alle finestre allegri festoni di renne e alberelli di Natale. Sulla porta una ghirlanda che dà il benvenuto. Ed è bello anche il presepe che ti accoglie non appena entri in casa. Ma a colpirti è il silenzio di questa casa abitata da bimbi. In dieci abitano qui. Chi da poco, chi da molto. Il più grande ha diciassette anni, il più piccolo, forse quattro. Nessuno di loro cammina o usa il cucchiaino. Per loro già respirare è fatica. Quasi tutti sono collegati ad un respiratore e alimentati artificialmente con un sondino. Il loro stato di salute è così grave che mai avrebbero potuto lasciare l’ospedale. Alcuni di loro sono stati abbandonati alla nascita, da genitori spaventati da un futuro di accudimento senza prospettive di guarigione. Altri, la famiglia ce l’hanno e la casa di Gabri è diventa anche casa loro. E questo era anche il desiderio di don Angelo, cappellano della Clinica psichiatrica cantonale di Mendrisio, quando esattamente dieci anni fa, ha riconvertito una casa famiglia della cooperativa Agora 97, per accogliere Gabri, un bimbo di due anni e mezzo che prima di allora nulla aveva conosciuto se non la stanza dell’ospedale in cui era nato. Conoscerlo, ha significato per don Angelo entrare nel mondo dei bambini con andicap gravissimo, per i quali se la parola guarigione non esiste, ne esistono però tante altre. Attenzione, accoglienza, dignità, per esempio. Piano piano, a Gabri sono seguiti tanti altri bimbi. E la casa che per sei soli mesi fu di Gabri, è diventata anche casa loro. Loro e dei loro parenti, che qui hanno trovato una realtà capace non solo di accogliere i loro figli, ma anche le loro fragilità, fatiche, dolori di genitori. Un percorso che va di pari passo con l’accudimento dei bambini e a cui don Angelo e la sua équipe danno molta importanza. Perché in una casa, si vive insieme, condividendo. Così si è fatto anche a Natale, dove i genitori e i fratelli sono stati invitati a far festa insieme. E insieme, a ragionare e a raccontare di questi loro bambini, così diversi, ma altrettanto figli. Perché è così che si fa famiglia, che si diventa famiglie allargate, dove le differenze di religione, lingue, culture, ceto, si ricompongono diventando ricchezza per sé e per gli altri. Venti sono le persone che si occupano della gestione della casa e dei bambini. Venti figure professionali di altissima specializzazione che si occupano non solo di seguire i bambini nelle loro esigenze strettamente sanitarie, ma anche di far loro sperimentare che c’è tutto un mondo fuori dai loro lettini e oltre ai loro respiratori e ai sondini. L’odore delle piante aromatiche presenti nel piccolo giardino che circonda la casa, per esempio. La piscina delle palline in cui è bello lasciarsi sprofondare, la musica che accarezza le orecchie, il massaggio di una mano esperta e delicata che sa sciogliere muscoli aggrovigliati o semplicemente del tempo per stare in braccio, fuori dal lettino. Piccole, piccolissime cose per chi sta bene. Cose che fanno la differenza per chi del suo corpo è ostaggio. Per don Angelo, che oltre vent’anni fa ha dato vita alla cooperativa Agorà 97, da cui nel tempo sono nate altre sei case-famiglia nel distretto di Olgiate-Comasco, a due passi dal confine con la Svizzera, la domanda non è «perché», ma «come». Come aiutare, come far star meglio, come non far soffrire questi bimbi: «Questi «Cristi crocifissi» davanti a cui non puoi non cadere in ginocchio». Nel tempo le sei case sono diventate altrettanti luoghi dove hanno trovato l’accoglienza e il calore di una famiglia sia bambini, che adulti con varie e diverse problematiche. Ma anche luoghi dove altissima è la specializzazione e la professionalità. Nel 2018 «La casa di Gabri» ha ottenuto il premio lombardo «Rosa camuna», per il servizio di assistenza altamente innovativa praticata all’intero della casa di Gabri. «Neppure negli ospedali più avanzati», spiega don Angelo «la digitalizzazione dei parametri medici è paragonabile a quella che utilizziamo noi qui». Lasciati i dieci lettini del primo piano, la scala porta in un’altra realtà. Quella della casa di Luca. Dove sono accolti tre bimbi in affido. La più grande, di sei anni. Alle loro spalle, non tanto storie di malattie e di andicap, ma di abusi e soprusi familiari. Qui, ora stanno godendo un attimo di tregua, per riappacificarsi con la vita, prima di venir affidati a delle famiglie. Poco più in là, alcune stanze vuote: in attesa. Don Angelo le chiama le stanze dedicate al «sollievo ». Quello non tanto dei bimbi, ma questa volta delle famiglie. Quelle che hanno in casa un bambino che chiede un’assistenza continua, che non conosce vacanze, possibilità di ammalarsi, ricorrenze, tempo da dedicare agli altri figli. Qui c’è tutto quello che occorre per accogliere questi bimbi per una vacanza più o meno lunga. Un’esperienza che dura da più di vent’anni, quella della cooperativa Agorà 97 che ha realizzato sei casefamiglie, cresciute grazie agli impulsi che Gabri e gli altri hanno dato e che la cooperativa ha colto, per aiutare tutti a capire che la vita è vita, sempre.

Corinne Zaugg

5 Gennaio 2020 | 14:18
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