Dalla Parola di Dio alla vita per tutti: commenti ai testi biblici del tempo di Natale (III)

a cura del Coordinamento della Formazione Biblica della Diocesi di Lugano

Questa è la terza puntata del nostro percorso di confronto con alcuni testi biblici delle celebrazioni eucaristiche di rito romano e ambrosiano tra Natale e l’Epifania. Circa il prologo del vangelo secondo Giovanni, già proposto dalla liturgia nel giorno di Natale, presentiamo il commento di altri biblisti rispetto a chi l’ha commentato il 25 dicembre.

Saremo lieti di conoscere l’opinione sui commenti proposti da parte delle persone che leggeranno questi contributi (scrivano pure a: info@absi.ch) sia per stabilire un dialogo con loro sia per avere stimoli a migliorare costantemente quanto sarà proposto, settimana dopo settimana, in queste pagine elettroniche… 

Giovanni 1,1-18 (rito romano – commento di Ernesto Borghi[1] – Renzo Petraglio[2])

1In principio era la Parola (d’amore)[3], e la Parola (d’amore) era rivolta verso Dio ed era, la Parola (d’amore), Dio. 2Essa era, in principio, rivolta verso Dio. 3Tutte le cose attraverso di lei vennero all’esistenza, e senza di lei nulla di ciò che esiste venne all’esistenza. 4 In lei vita era, e la vita era la luce degli esseri umani; 5e la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno dominata. 

6Ci fu un essere umano, mandato da Dio: il suo nome (era) Giovanni. 7Egli venne per una testimonianza, per dare testimonianza a proposito della luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce, ma (era) per rendere testimonianza a proposito della luce. 9La luce, quella vera, quella che illumina ogni umano, stava venendo nel mondo. 10Nel mondo era, e il mondo venne all’esistenza per mezzo di lei, eppure il mondo non l’ha (ri)conosciuta. 11Venne nei contesti che gli appartengono, ma coloro che gli appartengono non l’hanno ricevuta. 12A quanti però l’hanno accolta, ha dato facoltà di diventare figli e figlie[4] di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di essere umano, ma a partire da Dio sono stati generati. 14E la Parola (d’amore) divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi contemplammo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. 

15Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: «Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me»». 16Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto cioè grazia al posto di grazia. 17Perché la Torah fu data per mezzo di Mosè, l’amore e la vera fedeltà vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nella piena intimità del Padre, egli ne è stato l’autentico interprete.

Il tema della Parola divina ritma l’andamento di questa pericope che si articola in tre momenti basilari.

vv. 1-5: la prima parte, di valenza cosmica, è centrata sul ruolo della Parola divina che è eterna, crea e dà la vita, perché all’origine del mondo «vi è il mistero di Dio che risplende mediante il suo Lógos e che pone ogni essere in dialogo con lui»[5]. Tale fisionomia attiva del Lógos si confronta con la libertà dello scegliere umano: quando il testo giovanneo scrive che la «luce brilla nelle tenebre» (v. 5), indica il mondo degli esseri umani, che, proprio quando rigetta la luce, diviene tenebra, ossia sede dell’incredulità. 

D’altra parte vita e luce sono elementi inseparabili, un binomio in cui una vita senza luce non è vita, ma la luce, ossia un itinerario di conoscenza e di contemplazione non è sufficiente per arrivare ad una vita effettiva. Il presente continuativo che esprime il risplendere della luce ha una valenza temporale superiore al verbo al passato che indica il rifiuto, una volta per tutte, da parte delle tenebre. Il valore ulteriore del verbo, ossia sopraffare, vincere, prevaricare potrebbe essere compresente rispetto a quello appena menzionato. Infatti i due significati, contestuali, segnalano che l’oscurità non può comprendere né catturare la luce: è incapace di accoglierla, ma anche di distruggerla, divorarla e ridurla a sé. Se la prende, ne è presa e illuminata, dunque scompare.

vv. 6-14: la seconda parte, più manifestamente storica, delinea gli effetti della presenza del Lógos nel mondo, culminata con l’incarnazione divina. Due sono gli aspetti qui significativi: 

vv. 15-18: la terza parte, di ambito teologico-ecclesiale, prospetta i benefici di salvezza recati dalla Parola nella vicenda umana. La dinamica in questione parte dal rinnovato accenno al ruolo del Battezzatore e sottolinea le peculiarità decisive dell’esistere del Cristo[7]: la manifestazione dell’amore divino in tutta la sua autenticità e l’esclusiva sulla rivelazione dell’identità di Dio. ««Gesù è sì logos, parola, ma è una Parola che si è fatta ascoltare, toccare, vedere. Non immaginazione, ma realtà storica». Il Dio che si manifesta nel prologo «si manifesta nella carne, ma è spirito, è conoscenza, è comunicazione»[8].

I vv. 16-17 sono chiarissimi: al dono della Toràh subentra quello della Nuova Alleanza: ovviamente non si afferma che è stato interrotto il flusso della grazia. Sarebbe infatti antigiudaico ritenere che l’evangelista non considera «grazia» la prospettiva giudaica precedente: non dimentichiamo Gv 4,22 (»la salvezza viene dai giudei»). Ma l’idea di sostituzione (e non di cumulazione) è la sola corrispondente per l’evangelista, come indica, senza equivoci, il v. 17[9]. E nell’argomentazione dello stesso v. 17 non vi è un giudizio negativo sulla Toràh, ma, in una logica assolutamente analoga a quella rabbinica, la registrazione di una modalità diversa di leggerla, mettendo in evidenza un apporto specifico e significativo di Gesù Cristo nella comprensione della stessa Toràh. In Gesù Cristo si rendono presenti la «grazia e verità» (hesed we’emet) che devono guidare nel giusto giudizio gli interpreti della Toràh (Gv 7,24).

E il v. 18 ha una rilevanza davvero culminante: «Colui che è nell’intimità del Padre, costui ne è stato la spiegazione». Che cosa vuole dire l’espressione: intimità del Padre? L’evangelista dice che Gesù è «nel seno del Padre«, che è un’espressione ebraica che significa «nella piena intimità del Padre«. «Solo chi è nella piena intimità del Padre, costui ne è la spiegazione«; in greco è exeghèsato, il far comprendere il senso di qualcosa. L’unico che fa comprendere chi è Dio, chi è? Chi può accedere alla pienezza dell’intimità, cioè Gesù. E Gesù non ritiene questa pienezza d’intimità una prerogativa esclusiva, ma la offre ad ogni essere umano. 

Con questo termina il prologo, e dopo questo prologo comincia il Vangelo. In pratica, il prologo si conclude con l’espressione: «Dio nessuno l’ha mai visto; l’unico che ne ha la spiegazione è Gesù», che probabilmente potrebbe essere tradotta anche meglio così: l’unico che ne è la spiegazione è Gesù». Al di là di qualsiasi velleità diversa, l’interprete decisivo ed essenziale di Dio Padre non può che essere il Figlio. E la luce brilla nelle tenebre ed esse non possono spegnerla, anche se e quando intendono oscurarla[10].

E il resto della versione giovannea mostrerà in Gesù di Nazareth i caratteri distintivi di tale divinità nelle parole e nelle azioni che gli saranno proprie. Qui il Lógos consente di stabilire un collegamento tra un principio fondamentale della riflessione filosofica greca e la mediazione per eccellenza nella comunicazione fra Dio e il suo popolo nella Bibbia, cioè la Parola. 

Il Vangelo giovanneo è una sintesi cristiana originale delle due culture prevalenti in buona parte del bacino del Mediterraneo e del Medio-Oriente I secolo d.C.[11] E «come sia l’essere, il vivere ed amarsi del Figlio e del Padre e la loro comunione nelle fibre della carne umana, questo sarà l’oggetto del racconto giovanneo e la rivelazione salvifica secondo Giovanni»[12].

Luca 4,14-22 (rito ambrosiano – commento di Elena Chiamenti[13])

Ci troviamo all’inizio della vita pubblica di Gesù che, nel racconto lucano, avviene a Nazareth. Il primo discorso/annuncio di Gesù, a questo punto della grande narrazione lucana, assume un carattere programmatico poiché vi sono condensati i tratti principali di quella che sarà tutta la sua predicazione. Dopo il sommario introduttivo di 4,14-15, abbiamo in 4,16-30 un condensato della teologia lucana, che fa concentrare l’attenzione del lettore sulla figura di Gesù come compimento della Scrittura e annuncio definitivo di salvezza (vv. 20-21). Il Messia non è più solo oggetto di speranza, ma è presente in Gesù e la salvezza si compie nella sua persona, nella sua parola e nei suoi gesti.

14Gesù ritornò in Galilea nella potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta quanta la regione. 15Andava insegnando nelle loro sinagoghe glorificato da tutti. 16E giunse a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò per leggere (il testo biblico). 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia ed egli, svoltolo, trovò il passo dove era scritto: «18Lo Spirito del Signore (è) sopra di me; per questo ha consacrato con l’unzione me, per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per questo ha inviato me, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi il ritorno della vista, per rendere liberi gli irrimediabilmente oppressi[14], 19e predicare un anno di grazia del Signore» (Is 61,1-2; 58,6). 20Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. E gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui.  21Allora cominciò a dire loro: «Oggi è stata adempiuta questa Scrittura (che ha risuonato) nei vostri orecchi». 22Tutti gli davano ragione ed erano stupiti delle parole straordinariamente gradevoli che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è forse il figlio di Giuseppe?».

vv. 14-15: Ecco un sommario di transizione tra l’elenco genealogico (3,23-38) e il discorso programmatico nella sinagoga di Nazareth. In 3,23 Luca ha dichiarato che Gesù «cominciò il suo ministero» a trent’anni e in 4,16-27 racconta il comeegli intende svolgerlo. «La potenza dello Spirito» è quella che ha ricevuto nel battesimo (3,21) e che lo rende capace di profezia. La notizia che la sua fama si diffonde in tutta la regione è in realtà un’anticipazione, perché concretamente Gesù deve ancora iniziare il proprio operato.

vv. 16-20: La descrizione dei movimenti di Gesù nei vv. 16-17 e nel v. 20 fa da cornice alla citazione del profeta Isaia dei vv. 18-19. Con dovizia di particolari, infatti, Luca descrive al lettore la scena creando una sorta di rallentatore che fa crescere la suspense verso ciò che sta per proclamare. Le parole di Isaia menzionando l’unzione dello Spirito Santo sul profeta rimandano implicitamente alla scena del battesimo e così esplicitano la fonte dell’autorevolezza di Gesù. Il tema teologico dominante è quello della liberazione dai mali fisici e sociali; risuona nel testo originale greco (dunque nella nostra traduzione) la ripetizione del pronome «me» riferito al Nazareno: al centro della sua missione salvifica vi è il desiderio, la volontà e il potere divino di liberare l’uomo dall’egoismo, dal possesso e dalla lontananza da Dio.

v. 21: L’avverbio «oggi» pronunciato da Gesù è centrale nella pericope: il lettore lucano sta imparando a comprendere che tale indicazione temporale ha valore nell’immediato contesto narrativo, ma possiede un potere trasversale, che supera il limite del testo raggiungendo il tempo del lettore. L’«oggi» annunciato dagli angeli al momento della nascita di Gesù (2,11) indicava un giorno storico preciso ma rimane attuale per il lettore di ogni oggi; ugualmente per l’«oggi» della sua morte in croce (23,43). Nella sinagoga di Nazareth (4,21) dire oggi significa dare inizio all’anno di grazia, al tempo della salvezza di cui parla il profeta Isaia, che però non avrà una fine storica poiché quell’«oggi» è il Messia stesso. Egli è colui che Dio ha mandato per liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi ed eliminare l’oppressione. Nel Nazareno l’uomo di ogni tempo, a partire da quell’anno preciso, farà esperienza che il Liberatore non viene con violenza, ma compie l’opera di Dio facendosi incontro al povero, al debole e all’oppresso. 

v. 22: La reazione dei presenti è accogliente, stupita non ostile ed esprime, comunque, quello che spesso si trova nel testo lucano: l’incapacità dell’uomo di cogliere tutta la profondità della novità introdotta da Cristo.

Per ascoltare una lettura complessiva di Luca 4,14-30, si visiti pure il canale youtube «Associazione Biblica della Svizzera Italiana» (»Corso Vangelo secondo Luca – parrocchia del Sacro Cuore di Lugano – 18.10.2018 – link).


[1] Nato a Milano nel 1964, è sposato con Maria Teresa e padre di Davide e Michelangelo. Laureato in lettere classiche, licenziato in scienze religiose, dottore in teologia, baccelliere in scienze bibliche, è biblista professionista dal 1992. Insegna introduzione alla Sacra Scrittura presso l’ISSR «Romano Guardini» di Trento e esegesi e teologia bibliche alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (sez. San Tommaso). Dal 2003 presiede l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana (www.absi.ch) e coordina la formazione biblica nella Diocesi di Lugano. Dal 2019 è coordinatore dell’area Europa del Sud e dell’Ovest della Federazione Biblica Cattolica (https://c-b-f.org). Tra i suoi libri più recenti: (a cura di), MARCO. Nuova traduzione ecumenica commentata, ETS, Milano 2017; Di’ soltanto una Parola. Per leggere la Bibbia nella cultura di oggi, con E.L. Bartolini De Angeli – S. De Vito – R. Petraglio, Effatà, Cantalupa (TO) 20182; (a cura di), LUCA. Nuova traduzione ecumenica commentata, ETS, Milano 2018; (a cura di), MATTEO. Nuova traduzione ecumenica commentata, ETS, Milano 2019; (con G. De Vecchi, a cura di), Alle radici della comunità cristiana. Liturgia, catechesi, carità per vivere insieme, San Lorenzo, Reggio Emilia 2020. 

[2] Nato a Scudellate (Svizzera) nel 1945, sposato, padre di due figlie e due figli, nonno di quattro nipoti, dottore di ricerca in lettere antiche e in teologia (Nuovo Testamento) presso l’Università di Fribourg, ha insegnato per molti anni greco e storia delle religioni nei licei cantonali. Animatore biblico e cultural-religioso tra la Svizzera, l’Italia e il Burundi (Centro Giovani «Kamenge», Bujumbura), fondatore dell’Associazione Biblica della Svizzera Italiana e membro del comitato di redazione della rivista «Parola&parole», è impegnato da decenni nella formazione biblica ad ampio raggio e nel dialogo interreligioso.

[3] L’espressione d’amore aggiunta da noi tra parentesi al termine «Parola» è un tentativo di esprimere adeguatamente il contenuto attivo e il movente creativo di tale «Parola», così come il prologo giovanneo la utilizza, dall’ebraico Dabar al greco Lògos, dai testi di Genesi alla fine della raccolta neo-testamentaria.

[4] La parola greca qui tradotta con figli e figlie significa, alla lettera, i partoriti e rispettivamente le partorite. La si ritrova anche in 8,39 e 11,52. Quanto al verbo partorire, Giovanni lo usa solo in 16,21. 

[5] X.-L. Dufour, Lettura del vangelo secondo Giovanni, tr. it., 1, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1990, p. 118. 

[6] «Non ha molta importanza stabilire se si tratta della comunità credente o del gruppo storico attivo che può richiamarsi all’esperienza diretta del lógos…I destinatari della presenza del lógos incarnato sono quelli stessi che hanno intravisto per mezzo della fede la «gloria» di uno che è riconosciuto come «l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e verità»… È questa relazione unica e intensa propria di un figlio unico e amato che costituisce la «gloria» contemplata dal gruppo credente nella presenza della parola diventata carne» (R. Fabris, Giovanni, Borla, Roma 2003, p. 154).

[7] Per quanto riguarda il v. 17 («Perché la Toràh fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo») l’interpretazione del testo sembrerebbe proprio essere la seguente: la Toràh, «dono di Dio tramite Mosè, ha un ruolo positivo in quanto prepara e preannuncia il momento della piena e definitiva rivelazione salvifica per mezzo di Gesù Cristo. In Gesù, riconosciuto nella comunità come «Cristo», il dono della salvezza e la rivelazione definitiva sono accessibili in modo pieno e permanente (cfr. Gv 14,6). La grazia e la verità del Lógos sono personalizzati in Gesù Cristo» (ivi, p. 158).

[8] «Gesù è sì logos, parola, ma è una Parola che si è fatta ascoltare, toccare, vedere. Non immaginazione, ma realtà storica». Il Dio che si manifesta nel prologo «si manifesta nella carne, ma è spirito, è conoscenza, è comunicazione» (G. Butterini, Un Logos fatto di carne, in Aa.Vv., Giovanni: il Vangelo spirituale, a cura di D. Dozzi, EDB, Bologna 2008, p. 11).

[9] Cfr. A. Belano, Chárin antì cháritos? (Gv 1,16): «grazia su grazia»?, in «Rivista Biblica» LIII (2005), 481-482. A conferma di questa sua asserzione l’autore riporta altri diciannove esempi neo-testamentari, in cui la preposizione antì esprime manifestamente il valore di sostituzione/opposizione, non di cumulazione (cfr. Mt 2,22; 5,38; 17,27; 20,28; Mc 10,45; Lc 1,20; 11,11; 12,3; 19,44; At 12,23; Rm 12,17; 1Cor 11,15; Ef 5,31; 1Ts 5,15, 2Ts 2,10; Eb 12,2.16; Gc 4,15; 1Pt 3,9).

[10] «Il rifiuto è nelle mani della libertà dell’uomo che può accogliere come può rifiutare. Quantunque la storia sembri apparire oscura e frammentaria, senza un progetto, e quantunque la tenebra sembri ostinata e vittoriosa, in realtà la creazione e la storia hanno un progetto che risale alle origini e che nel Logos incarnato ha trovato la sua visualizzazione» (B. Maggioni, Dio nessuno l’ha mai visto. carità e rivelazione nel vangelo di Giovanni, Vita e Pensiero, Milano 2011, p. 18).

[11] E appare anche «come un criterio di riferimento rispetto ai Padri della Chiesa sia latini che greci che non riuscirono sempre ad evitare eccessi nel distaccarsi dalla realtà biblica, in favore di una teologia d’ipirazione greca o più concettuale» (Y. Simoens, Il vangelo secondo Giovanni. Direttrici della ricerca, in «Rassegna di Teologia» XIV [4/2003], 489-490).

[12] M. Nicolaci, Vangelo secondo Giovanni, in Vangeli, a cura di R. Virgili, Ancora, Milano 2015, p. 1293. 

[13] Laica, cattolica, sposata, vive e lavora a Verona dove è nata nel 1982. Ha conseguito la licenza in teologia biblica nel 2012 e il dottorato nella stessa materia nel 2017 presso la Pontificia Universit໫Gregoriana di Roma. Spende la sua competenza teologia e biblica soprattutto in campo pastorale-catechistico: infatti ha collaborato con alcuni Uffici Catechistici Diocesani nel Triveneto per la formazione biblica di catechisti e educatori. Con la Diocesi di Concordia-Pordenone ha collaborato alla pubblicazione del progetto catechistico-liturgico Bambini a Messa. Itinerario con famiglie e comunità (anno C) , EDB, Bologna 2018 e ha pubblicato la sua tesi di dottorato dal titolo La sterile, madre di figli. La figura di Anna in 1Sam 1-2 come paradigma di maternità.

[14] La traduzione letterale delle ultime parole del v. 18 è: inviare (gli) oppressi)i in/con libertà.

Chiesa cattolica svizzera

https://www.catt.ch/newsi/dalla-parola-di-dio-alla-vita-per-tutti-commenti-ai-testi-biblici-del-tempo-di-natale-iii/