Per una missionarietà che abbia il sapore del Vangelo

Essere battezzati significa essere missionari? La frase è teologicamente del tutto
corretta, anche entusiasmante, ma non si può dire che rispecchi la realtà della vita
della Chiesa. Perché? La risposta è, ad un tempo, semplice e imbarazzante: chi vive
la condizione di appartenente ad una Chiesa solo come risultato di un’educazione
ricevuta o di un’abitudine, senza un effettivo coinvolgimento esistenziale, la
missionarietà prima menzionata non ha alcuna concretezza. In questo mese
missionario straordinario, voluto con passione da papa Francesco sono state molte le
iniziative che hanno tentato di far riflettere sul rapporto tra battesimo e missione:

quanto la Diocesi di Lugano ha proposto, a cominciare dal battistero di Riva San
Vitale, andava esattamente in questa direzione e merita di essere ripreso con viva
partecipazione di cuore, di mente, ossia di vita.
Anzitutto perché, se essere battezzati è, dopo l’infanzia, quindi da persone divenute
capaci di intendere e di volere, una condizione di rapporto intenso con l’amore del
Dio di Gesù Cristo, allora vi è un’unica possibilità: provare a condurre la propria vita
ad immagine e somiglianza dell’uomo di Nazareth, che ha dedicato tutto se stesso
alla liberazione degli altri dalla sofferenza, dal male, dalla morte, facendo
comprendere che cercare di amarli è la sola modalità veramente umana per esistere.

E, quanto più questo discorso è vero, tanto più una logica di vita come questa merita
di essere diffusa, anzitutto nella concretezza delle opzioni quotidiane, senza
moralismi, senza ingenuità, senza fondamentalismi, in tutte le direzioni, a cominciare
dai contesti in cui la nostra vita si svolge ogni giorno: famiglia, scuola, luoghi di
lavoro, compagnie di amici.
L’azione di evangelizzazione nella promozione umana realizzata nei Paesi extra-
europei, che per secoli è parsa la sola vera modalità per essere missionari, da tempo
non è più l’unica. Che oggi in Occidente sia chiaro che cosa significhi vivere per il
Vangelo di Gesù Cristo è assai dubbio. E occorre costantemente riaffermare un fatto
importante: diffondere il Vangelo stesso fuori dall’Europa debba passare attraverso
un’attenta, rispettosa e creativa inculturazione dei valori evangelici nei contesti
spesso assai lontani dalla cultura euro-occidentale ed euro-mediterranea. In tale
prospettiva essenziale si è mosso il sinodo dei vescovi cattolici sull’Amazzonia
appena concluso, il quale ha proposto la costituzione di una commissione che studi
«l’elaborazione di un rito amazzonico, che esprime l’eredità liturgica, teologica,
disciplinare e spirituale dell’Amazzonia» (documento finale – n. 119).
Diffondere il Vangelo di Gesù Cristo non significa anzitutto fare discorsi astratti o
nozionistici, ma far conoscere, con azioni e parole, parole ed azioni, la bellezza e la bontà dell’amore che fa crescere se stessi insieme agli altri attraverso ogni modalità
possibile.

Marcello Candia, un grande missionario laico in Brasile, morto nel 1983,
diceva qualcosa di molto semplice: «Se hai due paia di scarpe e ne dai uno ad una
persona povera, non fai un atto di carità, ma un atto di giustizia. Se hai un solo paio
di scarpe e lo dai ad una persona povera, allora quella è carità».
Se si riuscirà a far entrare questa mentalità nel cuore, nella mente, nella vita di
ciascuno, in un mondo pure intriso di economicismo distruttivo e soffocante come il
nostro, allora la qualità umana dell’esistenza collettiva non potrà che migliorare
sensibilmente (il libro di don Marco Bassani, «Quando il povero non deve pensare», la
Meridiana, Molfetta 2018, è un esempio significativo anche in questa linea).
La conoscenza esistenziale della Bibbia, dei suoi testi e dei suoi valori, e una pratica
sacramentale aliena da qualsiasi concezione autoritaria, moralistica e dottrinalistica
sono due strade da percorrere insieme sulla strada di una missionarietà credibile, in
ogni parte del mondo. Alle tante persone, di tante confessioni cristiane diverse e di
altri ispirazioni culturali, che operano nel Terzo Mondo in chiave seriamente
missionaria va un plauso ammirato e riconoscente.
Tutti noi, che abitiamo il cosiddetto «Primo Mondo» abbiamo, se cerchiamo di essere
cristiani, un imperativo categorico dinanzi a noi:
provare ad essere testimoni della
libertà e della giustizia evangeliche in ogni occasione possibile, creando
collaborazioni di ogni genere, in campo culturale, sociale, politico, perché i valori
appena menzionati trovino una realizzazione sempre migliore, magari anche
sostenendo concretamente progetti di libertà e giustizia geograficamente vicini e/o
lontani da noi. Senza illusioni e senza attendismi, evitando qualsiasi forma di
settarismo, un modo di essere quest’ultimo che non fa certamente bene
all’evangelizzazione, perché tradisce nella sua essenza il cuore del Vangelo, che è
una parola di vita che allarga gli orizzonti dell’esistenza verso un amore sempre più
caloroso, concreto generoso.

Ernesto Borghi

Chiesa cattolica svizzera

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