Internazionale

Utero in affitto: prezzi modici in Cambogia per comprare un figlio

Dopo le ultime restrizioni imposte agli stranieri in India e Thailandia, si fa sempre più difficile per le coppie etero e gay di altri continenti comprare figli in Asia da donne povere che affittano il proprio utero. Una strada low cost, a prezzi economici, si è aperta in Cambogia: bastano 30 mila dollari per portare a casa un bambino bello e sano, di fronte ai 120 mila che si spenderebbero nelle cliniche degli Stati Uniti. Sull’argomento Michele Ungolo ha intervistato la dottoressa Emanuela Lucci, consigliere nazionale dell’associazione Scienza & Vita:

R. – È un evento molto triste perché ci rendiamo conto che lo schiavismo continua ad esserci e a coprirsi sotto altre forme e soprattutto che queste pratiche non solo alterano, ma segnano per sempre l’identità della mamma del bambino, della mamma che vende il proprio utero, del figlio che poi le viene portato via, ma soprattutto ci ricorda come la pratica di fecondazione in vitro attraverso cui vengono costruiti questi bambini è ancora una volta una pratica di morte, perché seleziona chi ti dà un bambino a 30mila dollari, sano, avendone eventualmente eliminati altri malati. Quindi insomma è una notizia di grande tristezza e anche di grande rabbia perché sui giornali hanno dato poco spazio.

D. – Perché rivolgersi alla  fecondazione artificiale e non ad altri centri come orfanotrofi?

R. – L’idea di base è quella di avere un figlio a tutti i costi, non quella di dare una famiglia ad un bambino che non ce l’ha o non ce l’ha mai avuta. Quindi è una logica totalmente opposta quella di avere tutti i diritti, far diventare i propri bisogni – come quello di due gay, due omosessuali che desiderano un figlio – un diritto. Questa è ovviamente una via veloce, no? È un figlio mio, me lo sento più vicino, non c’è la compassione. L’obiettivo non si sposta sul bambino: l’obiettivo della telecamera è sulla nostra coppia che deve essere più piena con un figlio. Quindi è un cambio di prospettiva radicale. Ovviamente l’anello debole della catena come sempre sono i bambini.

D. – Avere un figlio è sicuramente il desiderio più grande di una coppia. Ma importa davvero a chi si rivolge a questo mercato avere un figlio che crescerà per nove mesi nella pancia di una sconosciuta?

R.– Ma sì, perché comunque la donna è ridotta a schiava, è uno strumento di crescita. C’è talmente tanta bramosia di avere quello che si desidera, che in fondo lei è solo un’incubatrice brava, generosa, magari la edulcorano con tanti aggettivi, però è sempre un’incubatrice, sempre uno strumento. Nessuno mette in evidenza anche da un punto di vista scientifico tutto ciò che accade, il dialogo chimico materno-fetale dei primi nove mesi della nostra vita, che, secondo quanto la scienza ci dice, è un dialogo sempre più forte fin dai primi giorni del concepimento e in cui il piccolo lascia sempre traccia alla propria mamma in termini di cellule totipotenti, staminali. Quindi la mamma avrà sempre una traccia di questo figlio che però non ha mai abbracciato.

D. – Dove arriverà la scienza continuando su questa scia?

R. – Arriveremo alla fecondazione inter-specie, alla clonazione oppure ci fermeremo perché capiremo che siamo diventati inumani.

(Da Radio Vaticana)

18 Luglio 2016 | 12:00
affitto (1), bioetica (9), etica (10), utero (1)
Condividere questo articolo!