Ticino

Una novità editoriale: Martignoni e Gaffuri sulla «cura» ai tempi del Covid 19

«Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva» si legge in apertura del libro curato da Graziano Martignoni e John Gaffuri, edito da Armando Dadò, dal titolo «Vita alla vita – voci e parole dal Parco San Rocco al tempo del Covid 19». E il libro racconta di ciò che salva: ossia di come, durante l’inedito e angosciante scenario venutosi a creare a marzo con la prima ondata della pandemia, la parola abbia offerto un’ancora di salvataggio per chi era confrontato con la responsabilità e l’urgenza di salvaguardare chi vive la sua ultima – più o meno lunga – stagione di vita, dall’aggressione del virus. Al Parco San Rocco, a Morbio Inferiore, la parola «cura» rappresenta la pietra angolare su cui si fonda la filosofia dell’intera casa. Una casa voluta e costruita sulla roccia, come si legge nell’introduzione del direttore John Gaffuri. Questo non ha impedito che il 12 marzo, incurante della lista d’attesa, un ospite «invisibile, scaltro e invadente» varcasse la soglia della casa: il Covid 19. Per far fronte a questa situazione, il direttore ha pregato lo psichiatra Graziano Martignoni, di accompagnare settimanalmente con una lettera aperta i collaboratori e le collaboratrici «lungo i giorni della paura, della chiusura degli spazi (…) e del confinamento dei residenti, ma anche degli operatori di cura e di aiuto». Parole per non restare muti di fronte al pericolo. Parole che ne hanno richiamate altre, dando vita ad un «canto corale» che ora possiamo leggere tutto d’un fiato, come una sorta di diario della pandemia. Nato sì in un luogo determinato, in un contesto preciso e caratterizzato da un intreccio di voci che si conoscono, ma che può diventare anche diario di una memoria comune, in cui tutti possiamo riconoscerci e ritrovarci. La prima lettera è del 17 marzo, l’ultima – la quattordicesima– del 15 giugno. In mezzo tutta una fila di giornate «dove a volte la notte oscurissima ci assale come un nero vento» ma in cui alla fine a prevalere è la luce, grazie alla capacità dei collaboratori della struttura, di farsi carico da «difensori appassionati, sensibili e competenti» delle persone a loro affidate. In una parola, alla loro capacità di cura. É questa la parola chiave che attraversa non solo questo libro, ma intorno a cui ruota la professione di chi, a vario titolo, è d’aiuto a chi da lui dipende e mette la sua fragilità nelle sue mani. «Qual è – si chiede infatti Martignoni – la bussola che guida la nostra mano, il nostro pensare e il nostro sentire?» Professionalità e vocazione: si risponde lo psichiatra. Parole che da sole però non bastano ancora e che per germogliare hanno bisogno di «un’aggiunta d’anima in grado di chiamare due altre parole forti: cura e amore». Due parole in grado di accendere quella luce che permette di affrontare ed attraversare le fatiche quotidiane. E questo non vale solo per chi, al fronte, lotta contro il Covid, ma in ogni anfratto di vita, tanto più, quando il gioco si fa duro. Alle parole di Graziano Martignoni fanno eco, nella seconda parte del libro, quelle dei suoi interlocutori: assistenti di cura, responsabili delle risorse umane, infermieri, medici… Parole che raccontano di vite buttate per aria da un momento all’altro, di ricongiungimenti familiari impossibili, di carichi di lavoro raddoppiati, di fatiche, di lacrime e di paure. Narrazioni piene di termini nuovi: lockdown, quarantene, mascherine, isolamento, che pensavamo appartenessero ad altri Paesi, ad altre realtà. Nasce così una biblioteca della memoria. Da rileggere nel tempo per non dimenticare, ma anche già ora, mentre stiamo guadando la seconda ondata della pandemia. Per scoprirci già cambiati da allora: migliori? Peggiori? Sicuramente diversi.

Corinne Zaugg

23 Novembre 2020 | 07:43
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