Internazionale

Thailandia, suor Chiletti: nelle atrocità Dio incontra l’uomo

È difficile pensare che l’educazione appresa in famiglia non abbia influito sulle scelte di Agnese Chiletti. A Fiorano Modenese, lei e i suoi nove fratelli hanno respirato cosa significa condividere un piatto di minestra o i frutti del campo. E poi c’era la maestra delle elementari con un insegnamento semplice quanto straordinario: il verbo possedere si coniuga sempre al plurale. Agnese, fin da adolescente, ha coltivato il sogno di «un mondo più giusto dove ognuno potesse godere della propria dignità».

Per cercare di offrire il suo contributo alla causa ha lasciato la famiglia naturale per entrare, a 21 anni, in quella delle Missionarie di Maria (Saveriane). Suor Chiletti ha compreso che «valeva la pena vivere la vita sulle orme del Maestro». La Sierra Leone è la tappa della sua prima esperienza missionaria. Arriva nel 1983 e vi rimane per 14 anni. Un periodo intenso nel quale ha «sperimentato il senso di ospitalità e di accoglienza. È stato un dono sentirsi parte di loro. Era una gioia – racconta – vedere che per molti bambini colpiti dalla poliomielite c’era una via di uscita».

Arrivavano coperti di polvere perché erano costretti a strisciare, ma grazie alla riabilitazione portata avanti dalle suore potevano recuperare una discreta autonomia e prendere parte alla vita sociale. Purtroppo, però, la guerra scoppiata negli anni Novanta complicò i piani delle sette saveriane, che, nel 1995, furono catturate dai ribelli e portate, insieme alla gente del villaggio, nella foresta dove i prigionieri (molti bambini) venivano addestrati. Le suore per 56 giorni furono «testimoni di cosa succede in guerre favorite, se non provocate, dall’Occidente implicato nel traffico di armi. Condividemmo – continua – la fame, la sete e, soprattutto, la paura di non uscire vive. Ho visto il terrore sui volti della gente».

Nelle atrocità si scorge l’uomo «nel suo mistero di malvagità e al tempo stesso di bontà. Ciò che mi ha maggiormente colpito, è stata quella pagliuzza d’oro nel fango, quello spiraglio di bontà che può sprigionarsi dal cuore dell’uomo anche nelle situazioni più terribili». Per un cristiano significa anche cogliere il valore di una Presenza. «Dio, durante la vita, cerca il momento dell’incontro senza mai perdere la speranza». Da 17 anni suor Agnese semina la speranza in Asia (i primi quattro in Cina, il resto in Thailandia), in «un continente tanto vasto quanto ricco di culture. Qui imparo la ricerca dell’armonia con la natura e l’attenzione a non mettere mai l’altro in imbarazzo».

Il cristianesimo è, però, minoritario rispetto al buddismo, che ha sì il pregio di ricordare l’aspetto trascendente della vita ma allo stesso tempo «presenta una visione della vita condizionata dalla legge della retribuzione che rende passivi e rassegnati di fronte alle difficoltà».

Le religiose tentano di testimoniare il pensiero cristiano e, in particolare, il concetto di perdono molto lontano dal pensiero buddista secondo il quale l’effetto del peccato si può solo attenuare facendo del bene ma non cancellare… La famiglia è un altro aspetto sul quale insistono in una società nella quale le coppie si sgretolano e i figli vengono lasciati in custodia ai nonni. Concretamente le missionarie sono impegnate nella riabilitazione fisioterapica delle persone, in particolare dei bambini diversamente abili, e nella catechesi. Entrano nelle baraccopoli di Bangkok e si confrontano con i problemi di «droga, prostituzione e traffico delle persone umane. La donna non ha ancora la stessa dignità dell’uomo e, frequentemente, soffre di piccoli abusi e violenze già in famiglia. Sulla dignità della persona umana il cristianesimo ha molto da dire». L’annuncio della Buona Notizia non trova certo un terreno fertile a causa «dei tanti condizionamenti religiosi, culturali e sociali, ma quando mette le radici diventa occasione di speranza per tutti».

(Luciano Zanardini / Vatican Insider)

 

5 Aprile 2017 | 18:02
disabilità (13), missione (198)
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