dal Mondo

Sud Sudan: nessuna via d'uscita per 1,5 milioni di rifugiati

17.02.2017, 08:00 / Redazione

Profonda preoccupazione è stata espressa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Acnur, per la drammatica situazione in cui versa il Sud Sudan, arrivato al quarto anno di conflitto, con oltre un milione e mezzo di rifugiati e nessuna soluzione in vista. Francesca Sabatinelli:

E’ la terza crisi su scala mondiale per numero di rifugiati, dopo quelle di Siria e Afghanistan, eppure non suscita attenzione e, soprattutto, non raccoglie i finanziamenti necessari. La drammatica situazione del Sud Sudan rimane nel silenzio, così come nel silenzio si muove il milione e mezzo di rifugiati stimato dall’Onu che, per sfuggire alle violenze di matrice tribale, si è riversato nei Paesi limitrofi, come Uganda ed Etiopia, le cui situazioni interne presentano dinamiche molto simili a quelle del Sud Sudan. Ai rifugiati si aggiungono gli oltre due milioni di sfollati all’interno del Paese e su tutti, oltre alla violenza, gravano malnutrizione e fame. Valerio Granello è rappresentante del Cuamm-Medici con l’Africa in Sud Sudan e da qualche anno vive nella capitale, Juba:

“Praticamente, arriviamo a un terzo della popolazione tra rifugiati e sfollati interni, ma poi altre cifre delle Nazioni Unite parlano di oltre metà della popolazione residente in Sud Sudan, che ha problemi di malnutrizione, per cui è una situazione molto, molto drammatica. Si tratta di persone che fuggono da una zona rurale dove già vivevano con poco e lasciano quel poco per scappare, praticamente dipendono quasi totalmente dagli aiuti delle organizzazioni internazionali per qualsiasi cosa. Ovviamente, la salute è la nutrizione sono tra le principali necessità che devono essere attese. Teniamo conto che c’è anche, purtroppo, una componente molto importante a livello di trauma, che viene data dal conflitto in sé, ma che viene data anche da situazioni di stupri di massa, bambini soldato e tanti altri elementi che stanno portando il Paese a vivere una situazione estremamente delicata per quanto riguarda il conflitto e le conseguenze che questo potrà poi avere nel futuro sulle prossime generazioni, soprattutto per la matrice etnica che il conflitto sta assumendo”.

E’ dal 2013 che il Paese vive le violenze legate allo scontro tra le fazioni del presidente Salva Kiir e del suo ex-vice Riek Machar, il primo di etnia dinka, il secondo nuer. Dopo un periodo di tregua, il fallimento degli accordi di pace ha segnato il riaccendersi dei combattimenti e la fuga in massa dei civili:

“La questione principale, dall’indipendenza in poi (9 luglio 2011 ndr), è il deterioramento della situazione di violenza dovuto alla matrice etnica, e questo è un dato importante. Se consideriamo la difficoltà, notoriamente, di un Paese africano di portare avanti riforme strutturali, in un Paese appena nato e fragile come il Sud Sudan, dove ci sono di queste divisioni interne, è ancora più difficile. Ed è per questo che il governo sta lanciando, supportato dalla comunità internazionale, un processo chiamato di ‘dialogo nazionale’ , volto a cercare di limitare queste differenze a livello tribale, a livello etnico per cercare una via alternativa alla violenza e quindi possibilmente dare un futuro a questo Paese”.

Gli appelli delle organizzazioni umanitarie, così come delle agenzie dell’Onu coinvolte nel Paese africano, sono rivolti alle parti, affinché individuino al più presto una strada che conduca ad una pacificazione, e agli Stati sostenitori perché contribuiscano rapidamente al finanziamento delle operazioni umanitarie in Sud Sudan.

(Da Radio Vaticana)

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