Ticino

Quattro parroci ticinesi da poco «in pensione» si raccontano

di Federico Anzini

Nella nostra diocesi ci sono duecentotrenta preti, tra i quali non mancano nazionalità e origini culturali differenti. A questi si aggiunge una cinquantina di religiosi. Un quarto di tutti loro ha più di settant’anni. Una cinquantina sono già in pensione. Ma com’è la pensione di un prete? È giusta definirla così? Che attività portano avanti? Come vivono lontano dalle loro comunità con cui hanno spesso condiviso lunghi periodi della loro vita?

Cominciamo a chiederlo a don Angelo Ruspini, per trent’anni parroco di Giubiasco, a don Alessandro Colonna già parroco di Astano, Sessa e Monteggio, a don Pio Camilotto, che a settembre dell’anno scorso ha lasciato la parrocchia di Minusio e a don Pierangelo Regazzi, già arciprete della Collegiata di Bellinzona. Mentre don Angelo ha lasciato la sua parrocchia già dal 2019, gli altri tre parroci sono entrati nell’età della quiescenza durante lo scorso anno.

don Pio Camilotto

«Un prete – ci risponde deciso don Sandro Colonna, che oggi vive a Tesserete – non va mai in pensione». Don Sandro ha lasciato la responsabilità di una parrocchia perché, data l’età, quel lavoro pastorale era troppo gravoso. Il vescovo gli ha assegnato la missione di cappellano nella casa di riposo di Tesserete. Don Angelo Ruspini che attualmente vive a Lamone, ha chiesto al vescovo di essere esonerato dall’impegno parrocchiale per motivi di salute ma anche per la convinzione che il prete non è una persona onnipotente. «Ho vissuto 52 anni di presbiterato dando tutto me stesso – ci dice don Angelo – cercando di vivere i valori del Vangelo nella catechesi, nella liturgia, nella carità e nella dimensione missionaria anche attraverso delle proposte culturali. Ora è iniziata per me una nuova stagione della vita. Continuo a vivere la mia vocazione sacerdotale ma con modalità diverse». Don Pierangelo Regazzi, dopo oltre quattordici anni trascorsi nella parrocchia di Bellinzona e con alle spalle mezzo secolo di sacerdozio, non rimpiange di aver lasciato il peso delle numerose responsabilità ma ci confida: «Di notte sogno di essere ancora parroco e questo è per me il segno che intimamente mi sento sempre prete». Anche per don Pio Camilotto il tempo è volato, quasi non si è accorto di essere arrivato all’età dove i preti solitamente terminano l’impegno pastorale in parrocchia. Dei quarantacinque anni di sacerdozio, trentacinque li ha vissuti in parrocchia (quattordici a Venezia, dieci a Lugano e undici a Minusio). Il venir meno delle forze lo ha indotto a girare serenamente pagina. «Ho vissuto una sorta di prepensionamento – ci racconta ridendo don Pio – quando a 65 anni sono stato esonerato dell’insegnamento scolastico. Questo credo mi ha in parte preparato a lasciare l’anno scorso, a 72 anni, il mio ultimo impegno pastorale quale parroco».

Cosa è cambiato nella vita quotidiana?

Alle persone prossime al termine dell’impegno professionale si raccomanda di preparare anticipatamente questo passaggio. Nonostante i preavvisi questo cambiamento a volte coglie di sorpresa. E per un sacerdote? «Tutto è cambiato – esordisce don Pierangelo – perché l’organizzazione della settimana è completamente diversa. Devo cercare un senso nuovo alle giornate. Leggo di più, soprattutto i giornali. Cerco di organizzare degli incontri interessanti in casa come fuori casa, naturalmente nella misura del possibile a causa della pandemia. Con amici a volte celebro delle eucarestie «domestiche», ben preparate e curate nei dettagli». Tutti gli intervistati sono grati di avere più tempo per pregare, meditare la Parola di Dio e preparare le omelie. Don Sandro tutte le mattine si incontra online con le suore della Casa san Giuseppe di Tesserete per celebrare con loro l’eucaristia in modalità streaming. Don Pio invece celebra quotidianamente due messe: alla mattina per le suore di Gordevio e al pomeriggio per le suore di Maggia. «Queste celebrazioni mi riempiono di soddisfazione – continua don Pio – perché le vivo intensamente. Nonostante le poche persone a causa delle restrizioni sanitarie sento di ospitare spiritualmente tutti quelli che non possono venire e tutte le persone che ho conosciuto nei miei molti anni di sacerdozio: anche quelli che non ci sono più».

don Angelo Ruspini

Qualche nostalgia degli anni da parroco?

La parrocchia è un crocevia di persone quindi di relazioni e amicizie intense. «Adesso che non devo più correre a destra e a sinistra – ci dice con un sospiro di sollievo don Pierangelo – ho più tempo per curare i rapporti con la gente. Ma della parrocchia ho soprattutto nostalgia dei bambini, degli incontri con loro durante la preparazione ai sacramenti e le celebrazioni eucaristiche. Rileggo spesso le loro testimonianze e mi commuovono sempre». Difficile, a volte quasi doloroso, separarsi dalle persone con le quali si ha collaborato per decenni in un cammino di crescita nella fede. Ma don Angelo è convinto: «Non saprò mai quanto il Signore ha compiuto attraverso la mia presenza e la mia testimonianza, ma ho la certezza di stare a contemplare un campo nel quale lavorano ancora tanti miei confratelli che permettono a Dio di raggiungere il cuore di tante persone. Mi sembra anche di vivere la Parola di Gesù: «adesso che hai fatto tutto quello che dovevi, siediti e dì: sono un servo inutile». Vivo un tempo di rendimento di grazie a Dio che ha fatto in me cose grandi».

don Sandro Colonna

Ci sono delle cose che avete ancora in cuore di realizzare?

Ai nostri interlocutori non mancano idee e progetti da realizzare negli anni a venire. Don Sandro, amante della musica, vorrebbe incidere con la corale, dei canti sui santi e sui racconti evangelici. Don Angelo ha nel cuore il desiderio di un’associazione cristiana di persone vedove perché la perdita di un congiunto apre un periodo delicato della vita ma che può essere ricco e fecondo. Don Pio è stato nominato dal vescovo Lazzeri delegato per la vita consacrata femminile per la diocesi di Lugano ed è impaziente di poter incontrare le varie comunità religiose ticinesi per pregare insieme a loro, predicare la Parola e crescere nell’amicizia e nella fede.

Ma per affrontare il futuro senza essere schiacciati dalle circostanze è necessario un cuore colmo di speranza. «Mi affascina un quadro di Fra Roberto – ci dice don Pierangelo – nel quale sopra un Cristo crocifisso c’è un bellissimo cielo azzurro. La croce, simbolo della passione e della resurrezione, indica il cammino del cristiano verso una vita piena e felice. Il Signore è sempre vicino, è Lui che dà la forza per affrontare tutte le avversità che incontriamo lungo il nostro peregrinare terreno».

«Il tempo si fa breve»

Con l’avanzare dell’età, anche se si è in salute, la percezione che gli anni sono contati si fa più acuta. Ma proprio per questo la vecchiaia può essere un tempo di grazia da valorizzare fino all’ultimo giorno. «Non sappiamo quanto sarà breve questo ultimo tratto di strada – sottolinea don Pierangelo – ma questo aiuta a vivere intensamente ogni giorno come fosse l’ultimo. Dovrebbe essere sempre così. Spero di risvegliarmi ancora domani mattina, ma tutto è nelle mani di Dio. Ci è dato solo l’oggi. Il passato è passato, il futuro deve ancora venire».

2 Febbraio 2021 | 07:04
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