Una scena di «Dante ad Auschwitz», spettacolo della Compagnia «Exire» andato in scena a Ravenna nel 2018.
Internazionale

Prof. Di Benedetto: «La poesia dantesca, forza interiore di fronte al male della storia»

«Incoraggio, poi, in maniera particolare, gli artisti a dare voce, volto e cuore, a dare forma, colore e suono alla poesia di Dante, lungo la via della bellezza, che egli percorse magistralmente, e così comunicare le verità più profonde e diffondere, con i linguaggi propri dell’arte, messaggi di pace, di libertà, di fraternità». Con queste parole terminava la Lettera apostolica di papa Francesco, pubblicata quest’anno, in occasione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Un appello al mondo dell’arte, che per la compagnia teatrale Exire è già realtà da diverso tempo. Nel 2018, a Ravenna, a pochi metri dalla tomba di Dante, la compagnia metteva infatti in scena lo spettacolo Dante ad Auschwitz, pièce – portata poi anche a Lugano – che intendeva riflettere sui riferimenti all’Inferno nel libro di Primo Levi Se questo è un uomo. Con Sergio Di Benedetto, partendo dalla sua esperienza di professore di lettere e di drammaturgo per la compagnia Exire, riscopriamo il senso di leggere Dante oggi.

Professor Di Benedetto, dove sta l’attualità di Dante per Primo Levi e per lei come regista?

In Se questo è un uomo di Primo Levi vi è una continua riemersione della Commedia. Se rileggiamo Il canto di Ulisse, troviamo il ricordo del grande canto dedicato nella Commedia ad Ulisse, con quei memorabili versi che sono riconferma e resistenza. Ci mostrano che l’uomo ha una dignità insopprimibile, anche quando essa viene negata: «Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti, /ma per seguir virtute e conoscenza». Nell’abisso, riaffiorano a tratti terzine dantesche tra le più belle, diffondendo luce. La poesia non salva dal male della vita, non salva dalla pena del mondo: Levi rimane ad Auschwitz. Ma, grazie a Dante, egli ha ancora una volta negato il suo assenso al male. Dunque, la poesia dantesca è quel gratuito che restituisce forza interiore di fronte all’assurdo. Questi fili, che mi colpivano ogni volta che sostavo su quelle pagine, si sono a poco a poco annodati in me: ancora oggi, abbiamo il compito della memoria per costruire un presente che sappia fare spazio a misure più degne del vivere.

È dunque ancora possibile, oggi, far rivivere sul palco i valori profondi della fede?

Peter Brook, uno dei più grandi registi del Novecento, dice che il teatro sacro è quello in cui l’invisibile è reso visibile, rendendone possibile la percezione. Amo questa definizione di teatro sacro o, come preferisco io, di «ispirazione sacra». Rimane il problema difficile del modo adatto per permettere la percezione dell’invisibile. Quella che sento mia è la strada della domanda: con la mia compagnia Exire, non voglio dare risposte, spero però di suscitare domande sul nostro vivere, sfiorando la soglia del Mistero. Il teatro sacro si schiude quando riusciamo a inquietare spettatore e artista. E la liturgia stessa, non è forse una forma di sacra rappresentazione dell’invisibile, analoga all’arte, come diceva Paolo VI? Quindi il teatro può aiutare l’uomo ad abitare le domande di fronte al Mistero. Il Papa ha ragione; quello che tuttavia bisogna evitare è il tono apologetico, quasi a voler convincere lo spettatore. Non è questo il teatro sacro. Se abbiamo fede, abbiamo il dovere di non banalizzarla. François Cheng, poeta sino-francese, parla di un ministero della bellezza che diviene ministero della misericordia verso il mondo: sono convinto di questo.

Nel contesto secolarizzato in cui viviamo e come professore di lettere incontra delle difficoltà a spiegare questo tipo di narrazione ai suoi allievi?

Oggi gli studenti non hanno più categorie culturali cristiane di base, anche quando hanno alle spalle una frequentazione di ambienti ecclesiali. Ad esempio, quasi nessuno ha i concetti di giudizio universale o resurrezione dei morti. Come capire la Commedia, allora? La strada è unica: accettare serenamente la sfida ed entrare passo passo nell’entroterra di pensiero che ha animato Dante, e a cui il poeta ha dato forma, indipendentemente dalle scelte personali di fede dello studente. È una sfida affascinante, perché se nulla è scontato, non lo deve essere nemmeno per me, e infatti le domande poi arrivano, con curiosità, con stupore, con polemica (quante remore quando spiego il quarto canto dell’Inferno, perché gli studenti sentono il Limbo come ingiusto!). L’anno scorso, in piena pandemia, spiegavo il Purgatorio in una quarta liceo. Il Purgatorio è il grande canto della speranza. È naturale domandarsi: in cosa o chi sperare? Cosa sostiene la speranza? Percorrere le terzine dantesche ci ha dato l’occasione per portare alla luce alcune domande decisive, cercando di andare oltre il contingente. In quelle settimane abbiamo letto anche La peste di Camus: abbiamo ragionato di malattia, morte, solitudine, sacrificio, fede con una libertà e un’intensità straordinarie, mettendole in dialogo con Dante. Il male rimane uno scacco, e interroga tutti: sia chi crede che chi non crede: è l’esperienza di Giobbe. «Credere è entrare in conflitto», diceva Turoldo.

In che modo la Commedia può oggi ancora giovare al nostro essere cristiani?

Oggi Dante può ricordarci che essere cristiani implica il dovere della libera ricerca del volto di Dio; ci ricorda il valore della bellezza e del gratuito. Ci esorta a non essere mai banali e superficiali nel modo in cui trattiamo la cultura cristiana. Ci indica, dice il Papa, «la via retta per vivere pienamente la nostra umanità». Nella Commedia siamo continuamente posti di fronte al fatto che il Dio verso cui il pellegrino è in cammino è un Dio amore e comunione, che è il cuore profondo e insostituibile del nostro essere cristiani.

Laura Quadri

Una scena di «Dante ad Auschwitz», spettacolo della Compagnia «Exire» andato in scena a Ravenna nel 2018. | © Ravenna Festival
12 Ottobre 2021 | 09:15
Condividere questo articolo!