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Ecco chi era il primo cristiano della Cina

Xu Guangqi è il più importante cattolico cinese della storia, fondatore della comunità cristiana di Shanghai all’inizio del XVII secolo. La conversione del «dottor Paolo» (così viene chiamato negli scritti dei gesuiti), avvenuta nel 1603, costituisce una pietra miliare nella storia dell’evangelizzazione della Cina. Vissuto nel periodo conclusivo della dinastia Ming, «fu un raro talento nella sua epoca (così Civiltà cattolica). Nel corso della sua vita si mostrò esperto in molteplici campi, dalla matematica all’astronomia, dall’idraulica all’agricoltura. Ma si distinse soprattutto come letterato e politico, arrivando a ricoprire importanti cariche di governo: al culmine della carriera infatti, nel 1632, Xu Guangqi venne eletto Gran Cancelliere dell’Impero e diventò uno dei membri del Consiglio dello Stato.

Il nome cristiano assegnatogli col battesimo, Paolo, indicava la speranza dei missionari che egli stesso si facesse apostolo tra la sua gente. Ed egli realizzò in pieno le attese; convinto che il cristianesimo non fosse contrario al vero confucianesimo ma ne rappresentasse il compimento, si buttò a capofitto nell’apostolato, diventando la «maggior colonna» della cristianità in Cina, secondo un’espressione di Matteo Ricci. A riprova che senza il sostegno dei cristiani cinesi, i missionari (Ricci incluso), non sarebbero stati in grado di portare a termine la loro missione.

Pressoché sconosciuto in Italia, se non nella ristretta cerchia degli esperti, è notissimo, al contrario, in Cina: a Shanghai sorge un intero distretto che prende nome da lui e dove sono attive una serie di vivaci realtà culturali cattoliche che si ispirano a questo personaggio poliedrico, strettissimo collaboratore e amico di padre Ricci. Quattro secoli dopo, la sua memoria è ancora viva: basti dire che nel 1933 la diocesi di Shanghai, il mondo politico e quello accademico celebrarono solennemente, insieme, il 300° anniversario della morte di Xu Guangqi.

Quasi 80 anni più tardi, nel 2012, in occasione dei 450 anni dalla nascita di Xu, fu l’allora vescovo gesuita di Shanghai, Aloysius Jin Luxian, a rilanciare la memoria del suo illustre concittadino con una lettera pastorale dal titolo «Elogio di Xu Guangqi» e ad avviarne il processo di canonizzazione. Pochi anni fa è stato pure realizzato, da una casa di produzione dei gesuiti di Taiwan, un documentario in quattro puntate, mandato in onda da una tv di Nanchino.

Per dare un’idea della grandezza del personaggio, cito un illuminante aneddoto, riportato nel volume Un cristiano alla corte dei Ming, a cura di Elisa Giunipero (Guerini e associati, 2013). Uno dei promotori degli studi cinesi su Xu Guangqi, Chen Lemin, già vicepresidente del Centro di studi europei dell’Accademia cinese delle scienze sociali, nel 1990, accogliendo Samuel Huntington, alfiere della discussa teoria dello ‘scontro di civiltà’ in visita in Cina, additò proprio il legame profondo e fecondo tra Matteo Ricci e Xu Guangqi per confutarla radicalmente.

Ebbene, proprio 400 anni fa, esattamente nel settembre 1616 (Ricci era morto da soli 6 anni), Xu Guanqi visse una fase particolarmente delicata della sua vita cristiana, impegnandosi presso l’imperatore in una serrata ed encomiabile difesa dei gesuiti e della loro attività apostolica, in un momento di grande difficoltà per questi ultimi. La persecuzione era cominciata nel mese di maggio ad opera di Shen Cui, un funzionario di Nanchino il quale aveva presentato all’imperatore Wanli un «Memoriale sulla necessità di espellere i missionari stranieri», pieno di calunnie e attacchi alla Chiesa cattolica. Xu Guangqi, appresa la notizia, decide di scrivere un documento in favore dei missionari «arrivati in Cina col solo scopo di convincere le persone ad essere benevoli».

Non solo: Xu Guangqi si dichiara disposto a garantire le sue affermazioni e il corretto comportamento dei gesuiti persino con la sua stessa vita: un’apertura al martirio che non solo prova una fede coraggiosa, ma rappresenta il sigillo di un’amicizia profondissima con i missionari. L’imperatore Wanli rigetterà la lettera di Shen Cui, mentre accoglierà quella di Xu Guangqi.

Shen Cui, però, non si rassegna e in settembre manda un nuovo memoriale all’imperatore, mentre vengono inviate truppe ad accerchiare la chiesa di Nanchino e arrestare sacerdoti e fedeli cattolici. Xu Guangqi, allora, redige un secondo memoriale; inoltre decide di proteggere, a suo rischio e pericolo, i missionari che si trovano a Pechino, offrendo loro la sua abitazione. Nello stesso tempo, scrive una lettera da inviare a tutta la Cina per spiegare la fede cattolica. Xu Guangqi riuscirà a resistere a Shen Cui per 9 anni, fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1624.

Perché rievocare oggi una figura così lontana nel tempo? Perché Xu Guangqi, al pari di Matteo Ricci, è un personaggio-ponte tra civiltà europea e cinese, che suscita ammirazione tanto in Oriente quanto in Occidente. Riscoprirne quindi la statura e l’eredità oggi, in tempi in cui si auspica che tra Vaticano e Cina le distanze possano ridursi, è un esercizio di memoria che apre al futuro.

Del resto la biografia di Xu Guangqi – convertito di grande statura morale, ma anche uomo che dedicò la vita al servizio del suo Paese – rappresenta una chiara dimostrazione di come non ci sia contraddizione fra l’essere buon cittadino e cristiano, come già sottolineava Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici cinesi (2007). Un messaggio quanto mai attuale.

(Avvenire)

4 Ottobre 2016 | 18:00
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