Ticino e Grigionitaliano

Per leggere il Vangelo nelle domeniche verso il Natale

a cura del Coordinamento della Formazione Biblica della Diocesi di Lugano

Lc 21,25-28.34-36 (I domenica di Avvento nel rito romano – commento di Stefania De Vito[1])

In Lc 21,5-38 ci troviamo dinanzi alla terza predizione della caduta di Gerusalemme (cfr. 13,34-35; 19,41-44), molto più ricca di particolari rispetto alle prime due. La distruzione della città viene compresa come un evento a breve termine; l’attenzione è rivolta sul giudizio di Dio, che aiuta i discepoli del Nazareno crocifisso e risuscitato a leggere la storia della salvezza come veicolata da un unico pattern: essa è il luogo in cui si manifesta la sua misericordia. In questa domenica consideriamo i versetti proposti dalla liturgia integrati con quelli intermedi (vv. 29-33).

25E vi saranno segni nel sole e nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli senza scampo per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre persone moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che avviene sulla terra abitata. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

27E allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande[2]. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

29E disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutte le piante; 30quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l’estate è vicina. 31Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32Amen, vi dico che non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. 33Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 34Fate attenzione a voi stessi perché i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni e ubriachezze e negli affanni della vita, e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso! 35Infatti come un laccio (esso) sopraggiungerà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36E vegliate pregando in ogni momento perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che accadrà, e di presentarvi in piedi davanti al Figlio dell’uomo».

vv. 25-27: Gesù assicura i suoi che il tempo della grande tribolazione non durerà per sempre, perché Lui tornerà ancora.

v. 29: Il fico è la sola pianta che germoglia e mette frutti prima dell’estate. Perciò, quando questo mette gemme, annuncia automaticamente che l’estate è vicina. Allo stesso modo, «tutte queste cose» annunciano che la tribolazione sta per terminare, per dare inizio all’autentico tempo di Dio.

v. 33: È il momento in cui Gesù proclama le sue parole come Parola di Dio.

v. 34: Questa è una ammonizione pratica. Come vivere nel tempo che ci separa dal presente al tempo pieno di Dio? Il verbo si appesantiscano (= in greco barēthōsin)indica generalmente un’oppressione fisica che porta alla distruzione delle forze fisiche e spirituali, indotta dall’alcool e da sostanze simili.

v. 35: Lo stato di desolazione, annunciato nei versetti precedenti, non conosce confini geografici.

v. 36: Gesù fa appello alla vigilanza e alla preghiera, che aiuta l’essere umano ad evitare la dissipazione e lo predispone a ricevere da Dio forza spirituale.

Per un’introduzione globale alla lettura dell’intero brano di Luca 21,5-38, è disponibile su internet la registrazione dell’intervento di analisi e commento in proposito a cura del pastore Angelo Reginato, nel quadro del corso ABSI «Lettura ecumenica del vangelo secondo Luca».

Luca 7,18-28 (III domenica di Avvento nel rito ambrosiano – commento di Angelo Reginato[3])

Nel processo di rivelazione dell’identità di Gesù, il nostro brano si ricollega esplicitamente al discorso programmatico, fatto nella sinagoga di Nazareth (cfr. 4,16ss). Il testo di Isaia, che si compie nell’ «oggi» di Gesù, trova qui ulteriore spiegazione: il programma messianico, sintetizzato nel «portare il lieto annuncio ai poveri», consiste nella concreta liberazione dai mali che li affliggono.

18E i discepoli di Giovanni riferirono (al loro maestro) tutti questi avvenimenti. E Giovanni, chiamati due di (questi) suoi discepoli, 19e li mandò dal Signore[4] dicendo: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?». 20Venuti da lui, (quegli) uomini dissero: «Giovanni il Battezzatore ci ha mandati da te dicendo: «Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?»». 21In quell’ora Gesù guarì molti da malattie, da calamità, da spiriti cattivi, e donò la vista a molti ciechi. 22E, rispondendo, disse loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono purificati, i sordi odono, i morti vengono risuscitati, ai poveri è annunziata la buona novella[5]. 23E beato[6] è chiunque non troverà (occasione di) scandalo in me!». 24Quando le persone mandate da Giovanni furono partite, Gesù cominciò a dire alla folla riguardo a Giovanni: «Che cosa siete andati a contemplare nel deserto? Una canna agitata dal vento? 25E allora, che cosa siete andati a vedere? Una persona avvolta in morbide vesti? Ecco, coloro che vivono in manti stupendi e nel lusso stanno nei palazzi dei re. 26Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. 27Egli è colui del quale sta definitivamente scritto: «Ecco mando davanti al tuo volto il mio messaggero, il quale preparerà la tua strada davanti a te»[7]. 28Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, Eppure, il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui.

vv. 18-23: L’ultima comparsa del Battezzatore nel racconto lucano è avvenuta in 3,20. Da lì in poi, l’obiettivo del narratore si è focalizzato su Gesù, sulle sue parole e sui suoi gesti. Il ritorno in scena di Giovanni, con la sua strana richiesta (nessun profeta ha mai potuto verificare il compimento di quanto annunciato!), rilancia la ricerca intorno all’interrogativo: chi è Gesù?

Lo sconcerto del Battezzatore, che lo spinge a mandare la delegazione di suoi discepoli per interrogare direttamente Gesù, sorge dal fatto che l’attesa messianica sollecitata dal precursore prevedeva l’avvento del giudice degli ultimi tempi, come esplicitato con le metafore della scure e del ventilabro (3,9.17). Gesù, invece, si presenta come portatore dell’evangelo, che illumina e guarisce.

Tra la domanda, ripetuta due volte (v. 19 e v. 20) e la risposta, Gesù opera una serie di guarigioni, di cui fornisce l’interpretazione alla luce di alcune parole messianiche presenti in Isaia. Non si identifica, dunque, con la figura di un Messia giudice, bensì con quella del Messia salvatore. E in questo modo riorienta le aspettative a suo riguardo, suscitando l’inevitabile scandalo in quanti non sono disposti a convertire la propria immagine dell’agire di Dio.

vv. 24-28: Il lettore potrebbe interpretare le parole appena lette come un giudizio su Giovanni, che nel suo interrogare sembra mosso dal provare scandalo per l’operato di Gesù. Il precursore ha forse cambiato idea su Gesù? È un uomo dal giudizio instabile, come una canna agitata dal vento? Non era certo questa l’immagine impressa nelle folle accorse nel deserto.

Oppure, abbiamo a che fare con uno che osserva dal palazzo quanto avviene fuori, come spettatore di una storia che non lo riguarda? No, risponde Gesù: Giovanni è un profeta. E non un profeta qualsiasi, essendo il profeta escatologico, colui che annuncia l’avvento dei tempi ultimi e prepara la via al Messia. Qui risiede la sua grandezza.

Tuttavia, in quanto ultima espressione del tempo dell’attesa, sulla soglia del tempo del compimento messianico, chi vive nel regime del Regno, per quanto persona piccola e insignificante, risulta essere più grande del Battezzatore.


[1] Nata ad Avellino nel 1977, sposata e madre di due figli, dottoressa in teologia biblica (Pontificia Università Gregoriana di Roma), insegna ermeneutica biblica presso il Dipartimento di Teologia Fondamentale dell’Università Gregoriana di Roma e Sacra Scrittura presso l’Università LUMSA di Roma. Ha pubblicato la sua tesi di dottorato dal titolo La schiavitù via di pace. Una prospettiva pragmalinguistica di Rm 6,15-23, PUG, Roma 2016 (in via di traduzione in lingua inglese). Saranno pubblicati prossimamente i seguenti saggi: The Truth of Scripture. Pragmalinguistics and the Functional Speciality of Communications, in J.K. Gordon (ed.), Critical Realism snd the Christian Scriptures. Foundations and Applications, Marquette 2022; Scandalo di pochi, mediocrità di molti. Sulle dinamiche di guarigione ecclesiale dagli abusi a partire da Romani 6,1-14, in «Gregorianum».

[2] 21,27. La formulazione riprende Dn 7,13.

[3] Nato ad Abbiategrasso (MI) nel 1963, è licenziato in Teologia biblica (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano) e svolge un ministero pastorale nella chiesa battista a Lugano. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Lavoro, Emi, Bologna 2008; «Che il lettore capisca» (Mc 13,14). Il dispositivo di cornice nell’evangelo di Marco, Cittadella, Assisi (PG) 2009; (con Lidia Maggi), Dire, fare, baciare… Il lettore e la Bibbia, Claudiana, Torino 2012; (con L. Maggi), Liberté, égalité, fraternitè. Il lettore, la storia e la Bibbia, Claudiana, Torino 2014; (con L. Maggi) Vi affido alla Parola. Il lettore, la chiesa e la Bibbia, Claudiana, Torino 2017; (con L. Maggi) Corpi di desiderio. Dialoghi intorno al Cantico dei Cantici, Claudiana, Torino 2019.

[4] 7,19. Alcuni manoscritti hanno «dal Signore Gesù».

[5] 7,22. In questo verso Luca riprende le parole messianiche del libro di Isaia: Is 26,19; 29,18-19; 35,5-6 e soprattutto 61,1. La prima e la sesta azione di Lc 7,22 l’evangelista le aveva già menzionate in 4,18.

[6] 7,23. L’aggettivo greco beato non designa la condizione in cui una persona si trova e nella quale possa adagiarsi. Luca lo riprende dalla lingua dei Settanta, dove traduce l’idea di movimento. Si può tradurre con «in cammino».

[7] 7,27. Si tratta di una citazione «mista». Essa riprende elementi di Mal 3,1 e Es 23,20 ed è più vicina al testo ebraico che alla traduzione greca.

28 Novembre 2021 | 07:10
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